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24 ottobre ore 15,30 Centenario della disfatta di Caporetto.

Una storia al di qua dei campi di guerra.

di Vanna D’Amato

Forse fu la sua voglia di mangiare a favorirne il destino. Doveva essere una bambina che aveva sempre fame, era stata nutrita col latte di sua madre fino a quattro anni, e adesso che ne aveva sette non le bastava mai il piatto, e questo, unito al fatto che era femmina, ancora troppo piccola per dare una mano in casa, ma abbastanza grande rispetto all’ultima nata, dovette essere decisivo perché la scelta di allontanarla ricadesse su di lei.
Non fu nemmeno la madre ad accompagnarla, fu la zia ricca, che le aveva promesso una bambola alta quanto lei se avesse accettato “veramente”di andare via, all’orfanotrofio per orfani di guerra. Come se avesse avuto sul serio la possibilità di rifiutarsi!

Vanna D'Amato, mestierelibro, Una storia al di qua dei campi di guerra, CaporettoI fratelli l’avevano guardata con timore al mattino, quando l’avevano vista infagottata in un giacchettino fornito da una cugina della madre, smesso da una delle sue bambine e tinto di nero: era un giacchettino al posto dello scialletto nero che di solito copriva la testa e le spalle nelle giornate di freddo, e che non avrebbe portato con sé nello strano posto dove stava per andare. La zia ricca aveva detto che l’avrebbero vestita da capo a piedi, in quel posto, perciò lo scialletto era meglio che restasse a casa, dove poteva servire magari a qualcun’altra. Voleva farle lasciare pure la bambola di stracci che le aveva fatto comare Rosaria, nei giorni che aveva dormito da lei, dopo che la madre era caduta dalle scale quando era arrivato l’uomo del telegramma; ma lei si era ostinata a portarla con sé e per tutto il viaggio in treno, durante il quale non aveva visto quasi niente delle cose che le indicava la zia fuori dal finestrino, l’aveva tenuta stretta al petto facendo sì sì con la testa. Non era per rispondere alla zia, come quella pensava, ma perché continuava a ripetere nella testa – sì sì, stai con me tu, non ti lascio – e si sentiva consolata e fortificata in quello sforzo che non si interruppe mai per tutto il viaggio, continuando per le strade affollate e scure di quel luogo sconosciuto che era la città, lo sforzo di rassicurare la pupa di pezza.

La signora che l’accolse in una grande sala piena di quadri, con il pavimento coperto di tappeti, aveva un sorriso garbato e distante, e profumava di rosa. Si aggrappò a quell’odore tenue che aveva il nome della madre, e decise che la signora doveva essere per forza buona come lei, la madre che l’aveva mandata via in un posto dove sarebbe stata meglio – le aveva detto – e dove avrebbe mangiato più dei fratelli che restavano a casa e senza di lei avrebbero avuto solo un poco di latte in più. Decise che sarebbe stata buonissima per ricompensare la signora e per farsi volere bene, come aveva detto la nonna quando era andata a salutarla – fa’ la brava e fatti volere bene – ma intanto le faceva male la pancia e aveva una voglia improvvisa di fare la cacca, di cui si vergognava terribilmente.

La signora era seduta accanto al fuoco, un fuoco era altissimo e allegro, che scintillava dentro un camino bianco come non aveva mai visto. Al suo paese il rosso del fuoco si combinava col nero delle fornacelle o dei forni in cui si cuoceva il pane, e intorno al fuoco, i mattoni, il pavimento e il muro in cui si apriva la grotta buia che raccoglieva la legna e le braci, tutto era nero di fuliggine e carbone. Non aveva mai visto un fuoco così ricco e circondato da tanto splendore di bianco. Sulla parete in alto c’era un grande quadro che rappresentava una dama con un vestito giallo, il collo e le spalle scoperti, e intorno al collo un filo di perle scure sulla pelle chiara. Aveva i capelli raccolti dietro la nuca, come li portava sua madre, ma erano biondi e si intravedeva, essendo il viso atteggiato lievemente di profilo, una retina luccicante che incorniciava il “tuppo” biondo.

Quasi nulla registrò invece, in quel primo incontro, della signora in carne e ossa, a parte il profumo di rosa. Del resto sarebbe stata la stessa cosa anche in seguito: c’era in lei qualcosa che teneva a distanza, quasi una preghiera di non essere sfiorati nemmeno con lo sguardo dalla miseria degli altri. Teresina pensò che il grande quadro fosse il ritratto della signora, ma non era affatto così. Ci vollero mesi perché mettesse a fuoco la differenza tra le spalle nude della donna del quadro e gli abiti accollati e scuri della signora accanto al fuoco, tra lo splendore malinconico del viso sopra il camino e le labbra sottili e smorte, il naso che piegava leggermente all’in giù, della signora seduta sotto il quadro. La voce con cui le chiese – come ti chiami – non aveva il punto interrogativo, come se non le importasse veramente saperlo, e il cenno del capo che inclinava verso il fuoco era un altro segnale misterioso che poteva volere dire – che scocciatura – oppure – benvenuta – allo stesso modo, lei non sapeva decifrarlo. Comunque disse il suo nome con un filo di voce, malgrado la mancanza del punto interrogativo, e le sembrò che la sua voce fosse assorbita dai tappeti e dalle tende della stanza.

Dall’altro lato del camino bianco era seduto un signore più anziano, con i baffi girati in su e gli occhi vispi sotto folte sopracciglia grigie striate di scuro. I capelli invece erano tutti bianchi, e il sorriso con cui la guardava era pieno di comprensione. Sembrava sapesse perfettamente che le faceva male la pancia e che aveva una paura tremenda, ma pareva volesse dirle che sapeva anche che sarebbe andato tutto a posto tra un poco. Si limitò a dire alla signorina che l’aveva accompagnata di occuparsi di tutto quello di cui la bambina avesse bisogno in quel momento, e soprattutto di darle una bella tazza di latte zuccherato – nel dire questo le strizzava allegramente un occhio – e poi assicurarsi che avesse vestiti puliti e un letto caldo. Avrebbero fatto amicizia il giorno dopo, disse, e la congedò senza toccarla. Mentre usciva con la mano nella mano della signorina, la bambina non aveva più mal di pancia e pensava al latte caldo zuccherato, ma sapeva anche di avere le mutandine sporche, adesso, e si chiedeva come avrebbe fatto a nasconderle. La signorina la portò dritto in una stanza da bagno, con una grande vasca coi piedi di animale, e senza parlare aprì i rubinetti da dove usciva zampillando acqua calda e fredda, poi si volse a lei mentre la vasca si riempiva e cominciò a spogliarla, sempre in silenzio. Degnò appena di uno sguardo le mutandine striate di marrone e fece un mucchio in un angolo di tutti i suoi vestiti, tenendo da parte solo il giacchettino nero tinto, poi la invitò ad entrare nella vasca e cominciò a lavarla. Soltanto allora, quando sentì la carezza dell’acqua tiepida sul corpicino rattrappito nella tensione gelata delle ultime ore, e una corrente benevola le scese dalla testa sulla nuca e lungo la schiena, sulla vergogna della pelle sporca e macchiata di cacca, coperta di puntini come quando aveva tanto freddo e faceva la “pelle di gallina”, soltanto allora arrivarono le lacrime.

Quando la lunghissima notte in cui Teresina pianse fino a sfinirsi, con la testa sotto il cuscino, per non farsi sentire dalle compagne della camerata, dopo che la signorina l’aveva asciugata, consolata in maniera spiccia, dicendole di piantarla che tanto domani le sarebbe passato tutto, dopo che ebbe ingollato con avidità il latte caldo zuccherato ricavandone una grande consolazione per il corpo, come prima lo era stata l’acqua calda, ma una specie di inasprimento della pena del cuore, dopo che ebbe pensato punto per punto tutto quello che in quel momento stava accadendo laggiù nella vecchia casa accanto al fuoco rosso e nero della cucina, i fratelli che si accapigliavano, la sorella maggiore che tagliava il pane in pezzi piccoli perché sembrasse di più, la mamma (oh, la mamma) che cullava la piccola per farla addormentare, la piccola che sentiva quella sera di odiare con tutte le sue forze, dopo che la sua bambola di pezza fu talmente zuppa delle sue lacrime che sembrava avesse pianto con lei, e finalmente si erano addormentate insieme, quando la notte finì e la luce opaca di un giorno di novembre illuminò un lungo tavolo di facce di bambini e tazze di latte fumante, Teresina decise di chiudere nel più profondo del cuore il ricordo di quei primi momenti, e non aprire mai più quel cassetto, fino a quando non si fosse ripulito di tutto il dolore.

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Con un pizzico di brio, in linea con lo spirito del libro, oggi vi propongo Anche i fiammiferi costano, di Ermenegildo Corsini, Scatole Parlanti Edizioni, una novità che ho letto in anteprima, appena uscita in libreria,  a cui tengo in modo particolare per il suo spirito giocoso, il taglio ironico, lo slancio poetico conclusivo.

 

 

Il libro sarà presentato al pubblico sabato 24 febbraio 2018, ore 18,00 presso la Sala Pio XXII, sede della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”.

 

 

 

 

La luce del mattino che ha rotto definitivamente il corso della notte entra trionfante ad annunciare il nuovo giorno qualsiasi cosa sia accaduta, al di là degli eventi. E la stanza vuota respira, respira e ascolta. Ascolta il rumore del mondo.

Questa, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti, se ne differenzia per la sua anomalia intrinseca, per la singolare visuale del mondo che ci circonda, che a volte ci sovrasta, ma spesso ci ridimensiona.

Scrive Pessoa in uno dei suoi aforismi

Benedetti siano gli istanti, e i millimetri, e le ombre delle piccole cose.

Il titolo che Corsini ha scelto per i suoi scritti, Anche i fiammiferi costano, sottolinea l’importanza delle piccole cose, quelle che procurano gioia, quelle che ci fanno riflettere, quelle legate al momento contingente o a un ricordo che, senza scomodare troppo Proust, recupera il passato, si materializza nel presente e ne coglie l’essenza. Un titolo dunque che rivela e rileva la dimensione del tema, ma anche la misura ironica dell’autore.

Ermenegildo Corsini torna in libreria con questa seconda fatica letteraria che conferma l’intelligenza evocativa del suo sguardo, il gusto di cogliere i particolari, assaporarne la sintesi dimostrandosi capace di trasmettere vizi e virtù di una società in perenne bilico, fra una contraddizione e un nervo scoperto, senza mai perdere di vista la Speranza.

All’ironia di questi “pensieri inconsueti” come li definisce lui stesso, Corsini affianca il surreale, coniuga la storia con il fiabesco consegnando all’arte visiva la sua massima espressione, fino a immergere nel presente il nobile condottiero Guidoriccio da Fogliano, personaggio storico affrescato su una parete della Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena.

Circondati dal Mondo di cui siamo parte ne ascoltiamo la voce attraverso molteplici canali, ma soprattutto attraverso segni, simboli e piccoli gesti quotidiani. Allo stesso modo la dimensione del Tempo, nel suo trascorrere non disdegna l’azzardo e punta al massimo della posta. Guidoriccio, immortalato nel suo procedere verso Montemassi, si ribellerà all’immobilità metafisica cui è stato costretto dall’arte e sfiderà il Tempo, capovolgendo quel Mondo da cui è rimasto escluso per secoli.

La prima raccolta della miscellanea, dal titolo Dieci racconti a nervo scoperto, include al suo interno la visione di una personale esperienza di vita che porta l’autore a confrontarsi con il Mondo, sull’onda delle circostanze momentanee. Lo scenario si apre con l’inquadratura di una finestra che si spalanca su Mondo e Tempo, nella veste di due personaggi provocatori e dispettosi.

La luce del giorno illumina il mondo, il suo respiro dà vita alle cose che lo abitano, le due categorie del Mondo e del Tempo passano sugli oggetti, le persone, gli avvenimenti, le azioni, l’uno attraverso l’alternarsi continuo del giorno alla notte, l’altro attraverso le singole azioni, per dominare luci e ombre, rumore e silenzio.

Gli uomini con la loro arroganza pensano di governare il Mondo e appropriarsi del Tempo, ma Mondo e Tempo se la ridono degli uomini. Sarà solo la melodia del canto a commuoverli e riportarli nella loro dimensione naturale.

L’allegoria Mondo-Tempo diventerà poi il desiderio di uno spazio proprio, la casa immaginata, costruita sulla misura di fantasie improbabili e proprio per questo desiderabili. Il trascorrere del tempo diverrà oggetto di studio e ogni attimo vissuto sarà un attimo di Mondo ricongiunto al Tempo, nella totalità del proprio essere.

Lo spazio narrato si condensa anche nella solidità architettonica, quella di Oxford per la precisione, con il celebre Trinity College o quello della Basilica di Santa Cecilia nel romanissimo quartiere di Trastevere, dove sorge appartata in un luogo ancora incontaminato. La narrazione si scioglie infine nei paesaggi dedicati alla città di Roma, lungo le vie urbane attraversate a piedi, in un misto di esasperazione e meraviglia.

L’importanza delle piccole cose si riflette ancora nella meticolosità dei gesti, nella ricerca inasprita di particolari insignificanti che esplodono in irritazioni e insofferenza nel momento in cui il nervo esce allo scoperto. Sorprendiamo l’autore ad ammirare l’amata terra toscana, il paesaggio familiare di Forte dei Marmi, luogo bellissimo, contemplato con gli occhi antichi ma con un cuore nuovo arricchito dalla saggezza maturata nel tempo. Davanti alla realtà l’uomo ormai adulto chiede al Mondo quelle risposte che non può o non vuole dare.

E ancora il Mondo appare in tutta la sua bellezza, bellezza che non ha eguali, ma che può diventare arrogante quando intimorisce chi la guarda, o essere ostentata quando è simbolo di potere.

Nulla esclude l’autore nella sua carrellata, così anche i nuovi media trovano il loro posto, ma con una sensibilità attutita, più tenera: è la tenerezza di facebook quella delle parole di melassa, dei primi fiori sul balcone di casa, degli angeli custodi, delle foto in bianco e nero. La verità è che si invecchia e la forza di cambiare il mondo può tramandarsi solo alle nuove generazioni.

Corsini conclude la sua galleria di istantanee fotografando un campionario di umanità svariata e straordinaria, quella che incontriamo tutti i giorni, una gamma così vasta ma con tratti comuni che spesso sfuggono all’attenzione dei più distratti, per altri invece sono fonte di riflessione, apprezzamento o fastidio, giudizio o rabbia.

Nella raccolta Persone ad apparire per prima, seduta su un treno metropolitano, è la signora di colore che ha l’aspetto di una statua egizia, divinità inaccessibile, elegante e bellissima a cui fanno da contraltare la ragazza giovane e insignificante e la piccola cinese agghindata di accessori troppo colorati e brillanti. I segni dell’età sul viso di una signora non riescono a spegnere i suoi occhi che luccicano di umanità.

Li distinguiamo tutti. L’uomo che assomiglia a uno dei quattro schiavi incatenati di Livorno, la donna elegante, quella classica, l’uomo mediocre: li riconosciamo dalla voce, la postura, gli abiti, il trucco, scarpe e acconciatura. Una galleria eterogenea, organizzata con sagacia, spirito di osservazione.

L’arte del racconto non appartiene a tutti e Ermenegildo Corsini, forte del suo spirito tutto toscano, musicista, pittore, appassionato d’arte e letteratura, riesce a appropriarsi di un suo stile riconoscibile e personalissimo compresa l’espressione poetica con cui mi piace concludere questo breve exursus.

grazie a una stella

in una notte

si può rompere

il silenzio. 

Anche i fiammiferi costano, Ermenegildo Corsini, Scatole parlanti, mestierelibro

 

Autore Ermenegildo Corsini

Editore Scatole Parlanti

Collana Voci

I edizione: gennaio 2017

Illustrazioni interne di Filippo Santona

Euro 12,00

L’AUTORE

Ermenegildo Corsini, Anche i fiammiferi costano, Scatole Parlanti

Ermenegildo Corsini è nato a Massa (MS). Musicista, compositore, cantante e direttore di coro, ha esordito nella letteratura nel 2016 con l’autobiografia “geografica” Ogni giorno alle quattro piove (Cavinato Editore). Da sempre innamorato dell’Arte, si è dedicato anche alla pittura e alla recitazione.

Appuntamento Venerdì 31 marzo, ore 18,30, libreria Cartacanta, Monterotondo (Rm)

Il manoscritto di Dante, Claudio Coletta

Claudio Coletta

Il manoscritto di Dante

Sellerio Editore

2016
La memoria n. 1049
192 pagine
13,00 euro
EAN 9788838935497
Formato e-book: epub
8,99 euro

 

Incuriosita dal successo e dalle presentazioni dei due precedenti libri di Claudio Coletta inizio la lettura di questo autore dall’ultimo intrigante titolo Il manoscritto di Dante.

Dopo Roma e Amserdam, lo scenario dell’ultima investigazione di Nario Domenicucci, ispettore della Europol, si sposta a Parigi, fra il Quai des Orfèvres e il Marais, fra ricche nobildonne proprietarie di ingenti fortune, fedeli maggiordomi, avvocati con pochi scrupoli.

Un atmosfera carica di rimandi, uno fra tutti quel commissario Maigret che a tratti ci sembra di intravedere fra la brasserie e Boulevard Saint Germain o nei corridoi del Quai.

L’autore cita quasi di sfuggita Maigret, ma la struttura del racconto, l’investigazione, i luoghi, gli stessi protagonisti, il colore dello stile limpido sono un omaggio alla penna di Simenon.

Sui personaggi aleggia l’atmosfera cupa del prologo, quasi li avesse raggiunti direttamente dal lontano A. D. 1323, insieme a documenti di valore inestimabile.

A Parigi in un lussuoso appartamento del Marais è stato rinvenuto il cadavere di Clothilde Dumoulin, milionaria, donna d’affari, e collezionista di opere d’arte. Nario Domenicucci, ispettore dell’Europol incaricato delle indagini, insegue una traccia di sangue e di secoli per districare un complicato labirinto di delitti e misteri. Fino a imbattersi in due fogli bruciacchiati, unico autografo esistente della Divina Commedia di Dante, avventurosamente finiti nelle mani di un nobile francese e custoditi segretamente nel suo castello per settecento anni.

 

L’AUTORE

Claudio Coletta (Roma, 1952) è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza». È stato membro della giuria internazionale del Roma Film Festival 2007. Con questa casa editrice ha pubblicato Viale del Policlinico (2011) e Amstel blues (2014).

Giusi R.

Tana libera tutti, un romanzo che il suo autore definisce “Il mio gioiellino” e che del piccolo gioiello ha tutta la luminosità e la grazia. È il gioco dell’infanzia che ci ha visti tutti partecipi, chi più e chi meno.

A dicembre al Palazzo dei Congressi di Roma per la Fiera Più libri più liberi, l’incontro fra alcuni rappresentanti di #Librinfestival e Franco Piol presente con il suo nuovo libro fresco di stampa Tana libera tutti e già in gara alla prima edizione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro.

Tana libera tutti, Franco Piol, Paola Rotella, Roberto Stocchi

Sabato 25 febbraio ci siamo dati appuntamento alla Feltrinelli di Roma, Galleria  Alberto Sordi, per assistere alla presentazione del libro, è intervenuta Selene Gagliardi, letture di Paola Rotella e Roberto Stocchi.

Tana libera tutti, Franco Piol, mestierelibro, Feltrinelli

Tana libera tutti

Franco Piol

Augh Edizioni

Euro 13,00

pagine 154

 

Tana libera tutti, Franco Piol, Paola Rotella, Roberto StocchiSelene GagliardiFranco Piol inizia la conta stanando uno ad uno i suoi amici, nascosti fra le pieghe dei ricordi e chiamati a raccolta, invitati a giocare ancora una volta tutti insieme, anche se il fiato si è fatto più corto e le gambe non reggono lo sforzo.
Siamo a Piazza Navona, al calar del sole di una giornata di fine estate, e qui prendono il via i momenti di nostalgia, un affresco della Roma ormai sparita come racconta l’autore, quella del dopoguerra, quella dove la gerarchia si faceva sentire anche fra i bambini orfani, come Alvaro Paolino un orfano privilegiato perché ameno aveva la mamma. Nella gerarchia dell’orfanotrofio erano comprese anche le suore e lo scalino più basso era riservato alle sorelle di serie “c” come suor Gertrude, la suora novantenne con il suo intercalare in stretto dialetto calabrese, custode del terrazzo, addetta al bucato e ai panni stesi, ma non al grande orologio della torre, come aveva immaginato Alvaro.

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È il racconto del primo amore fanciullo, “Amore Maria”, come il titolo della poesia dedicata alla bambina che Alvaro non rivedrà più. E di Nando il sognatore, che insieme all’uomo venuto dal mare scava nella sabbia e trova una grande biglia che sprigiona energia pura e riflette la luce dal mare. E come dimenticare la Sora Cencina amministratrice di un variopinto pensionato o le Madonnare di Rione Ponte che a giugno andavano in processione al Divino Amore e di mestiere si arrangiavano con l’usura spicciola.

Accorrono tutti al richiamo dell’autore, al richiamo della memoria che preesiste sotto forma di testimonianza, inventando qualcosa, trasformandone qualche altra e quei ricordi d’infanzia si scolpiscono indelebili, come il viaggio a Conegliano del piccolo Mattia. Un viaggio che è stato una favola, una grande favola per un bambino che l’ha vissuta da solo, ad appena cinque anni. Da Roma a Conegliano con un cartellino che riportava scritto: “Per Conegliano scendere a Mestre”. Dietro ovviamente c’era tutta una rete protettiva, la Polfer, la mamma che curava la mensa dei ferrovieri, una collega che lavorava nelle ferrovie. E il bambino aveva gli occhi sgranati per la curiosità, rimasto sveglio per l’eccitazione, fino a crollare vinto dal sonno.

Paola Rotella - Roberto Stocchi

Paola Rotella – Roberto Stocchi

“A un certo punto poi ti fermi e fai la raccolta, dice Franco Piol, una raccolta che nasce anche da venticinque anni di teatro per bambini, laddove a largo Spartaco i ragazzini abbandonati si riunivano e raccontavano le loro storie, storie pesanti e noi le raccoglievamo e, con l’onestà dell’autore, dell’attore, della compagnia, le trasformavamo in fiabe e queste fiabe colpivano nei loro temi sociali tanto che ci si innamorava di queste fiabe, incantavano soprattutto gli adulti che magari facevano altre letture. La differenza la facevamo noi, più o meno bene. La vera caratteristica del bambino è teatro puro”.

Un vero peccato non aver potuto arricchire le pagine di Tana libera tutti dei disegni di Roberto di Costanzo. Sarebbero state quelle illustrazioni un valore aggiunto a una percorso fiabesco, lungo le strade di una città che iniziava a ricucire gli strappi della guerra fra mille difficoltà che ricadevano soprattutto sui bambini.

Il sipario cala nella stessa piazza dove si è aperto, in quella Piazza Navona quando ormai si è fatta alba e il Nostro narratore può finalmente gridare “Tana libera tutti”
Il tocco leggero di Piol nel narrare anche gli episodi più duri è la cifra stilistica di questo autore poeta, animatore, narratore. Aspettiamo allora di leggere una sua nuova fiaba.

Giusi Radicchio

L’amica lettrice Maria Civita D’Auria ci invia la sua recensione al libro Follia di Patrick McGrath ricordandoci così il concorso RiSCRIVI il tuo finale indetto dalla libreria Cartacanta di Monterotondo e abbinato ai corsi di scrittura creativa di #mestierelibro

Follia, Patrick McGrath

Follia (Asylum)

di Patrick McGrath

ADELPHI edizioni

marzo 1998

pp. 294, copertina flessibile

collana Fabula

 

Incipit

Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni.

Siamo nel 1959, Stella è la moglie infelice di Max, vicedirettore del Mental Health Act, un grande manicomio criminale nei pressi di Londra. Lei è bella, florida e un po’ regale. Lui è un uomo cupo, freddo, debole e senza fantasia. Hanno un figlio di dieci anni che si chiama Charlie. Ma il loro è un matrimonio di apparenza. Così quando Stella conosce Edgar se ne sente subito attratta sessualmente. Edgar è uno scultore, un artista, ma è anche un paziente dell’ospedale. Difatti si trova ricoverato in questo manicomio, per aver ucciso sua moglie Ruth perché convinto della sua infedeltà. Essendo un paranoico con violentissime crisi di rabbia, dopo averla uccisa, la fa a pezzi e scava la sua testa come fosse una scultura. Adesso all’ospedale si trova in regime di semi libertà ed è ingaggiato da Max, il marito di Stella, per curare l’orto e la serra della sua casa. E’ qui che Stella e Edgar si conoscono. E’ estate, Stella indossa abiti leggeri che esaltano la sua sensualità e anche Edgar con il suo corpo atletico è molto attraente. Così, tra i due, è inevitabile fare sesso insieme. La prima volta accade nella serra in modo un po’ primitivo, con un misto di smania famelica e di istinto. Gli incontri si ripetono e tra i due scoppia una passione selvaggia e ossessiva che, con il tempo, danneggia la salute mentale di Stella. Amare Edgar in questo modo distrugge la vita della donna e quella dei suoi familiari.

I fatti sono raccontati proprio dal dottor Peter Cleave, psichiatra che ha in cura Edgar e voce narrante di questa storia. Consiglio di leggere “Follia” perché è molto coinvolgente. Il lettore resta incollato dalla prima all’ultima pagina senza mai stancarsi, attratto da una buona scrittura e dal ritmo incalzante. La trama e i personaggi sono forti, complessi, ma il finale non è come ce lo siamo immaginato e ci lascia un po’ amareggiati, anche se ci rendiamo conto che, dati i fatti narrati, l’autore scrive la conclusione più logica.

Maria Civita D’Auria

Continua l’appuntamento con le recensioni di Maria Civita. Oggi tocca al romanzo La rabbia che rimane di Paolo Di Reda, Edizioni Fahrenheit 451, che ha aperto la seconda edizione di #Librinfestival, la maratona letteraria che prema i mestieri del libro.

la rabbia che rimane, Paolo Di Reda

La rabbia che rimane

Paolo Di Reda

Edizioni Fahrenheit 451

Pagg.389

Euro 11,50

Giorgia, la protagonista di questo romanzo, è vittima di uno stupro a soli 17 anni. Dopo la vergogna e l’umiliazione, si accorge di aspettare un figlio dall’uomo che l’ha violentata.

La ragazza decide comunque di portare avanti la gravidanza, anche se il padre e la matrigna, per paura di uno scandalo, la cacciano fuori di casa. Giorgia si rifugia da Agnese, la nonna materna.

Quando nascerà Andrea, il bambino sarà la prima cosa al mondo completamente sua, ma il dolore per la violenza subita, rimarrà incancellabile. Nella casa di via Corsica a Roma, Giorgia pensa spesso a sua madre, morta mentre le sta dando la luce. La nonna, con le sue attenzioni, riesce a farle superare i sensi di colpa. Agnese, difatti, diventa l’unico punto di riferimento della giovane nipote. La protegge, l’appoggia e la sostiene, soprattutto quando Giorgia manifesta la sua voglia di studiare.

Così Giorgia prende il diploma e a dispetto di quello che pensa il padre delle donne che, in quanto tali, possono fare solo le maestre, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza. Per mantenersi agli studi lavora prima in una salumeria, poi in una fabbrica come operaia. Qui inizia la militanza al sindacato. A questo punto entra in scena Corrado, un giovane avvocato, che simpatizza con le idee dei sindacalisti perché anche lui odia il mondo borghese del padre, ma non riesce a pensare a un’alternativa che lo liberi dall’influenza paterna.

Corrado incontra Giorgia a una manifestazione ed è subito attratto da lei e dal suo bambino. Quando Giorgia, a causa delle sue idee, ha problemi con la giustizia e finisce in galera, Corrado va in suo soccorso. Tra i due nasce una profonda amicizia, anche grazie ad Andrea che si lega molto a Corrado. Così presto, tutti insieme, costruiscono un’insolita famiglia.

Ma intorno a Giorgia, Andrea e Corrado, ruotano le vite di altri personaggi che, insieme a loro, vivono le vicende che hanno contraddistinto gli anni tra il ’50 e il ’90 come la violenza, le stragi, il terrorismo, l’eroina, il femminismo e le battaglie per i diritti.

La rabbia che rimane è un libro che consiglio di leggere perché Paolo Di Reda, con una scrittura chiara e coinvolgente ha saputo descrivere quegli anni di piombo, che molti di noi, come l’autore, hanno vissuto in prima persona, provando oggi un po’ di nostalgia per alcuni ideali che li hanno caratterizzati, anche se spesso sono rimasti tali e la violenza li ha distrutti portandoseli via.

Maria Civita D’Auria

PRIMA PARTE

#LIBRINFESTIVAL MINUTO PER MINUTO 2

SFOGLIANDO LE PAGINE DI “STAGIONINCITTÀ”, LA CARRELLATA DEGLI INCONTRI DI #LIBRINFESTIVAL CONTINUA CON I LIBRI PRESENTATI NELL’AMBITO DELLA MARATONA LETTERARIA NEI MESI DI NOVEMBRE, DICEMBRE 2015, GENNAIO 2016

#Librinfestival, mestierelibro

#lIBRINFESTIVAL, MESTIERELIBRO