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Mai banali gli incontri con l’autore Franco Piol e non è stata da meno la presentazione del 24 febbraio presso la libreria Feltrinelli, Galleria Alberto Sordi di Roma.

TEATRO MONELLO

Teatro monello, Franco Piol, Edizioni Corsare, #mestierelibro,

Testi e pretesti teatrali – Il teatro come approccio all’universo bambino

Franco Piol

Edizioni Corsare

€ 12,00 Spese di spedizione incluse, pagine 150

ISBN 978-88-99136-04-8

 

Sulla scena romana degli anni ‘70, Franco Piol con il Gruppo del Sole si dedicò interamente al teatro ragazzi in un’attività polivalente decentrata, in stretto rapporto con le strutture, le istanze e le esigenze del territorio. Al centro di tutto questo, i bambini. Soprattutto quelli della vasta periferia romana.

Come scrive Marco Baliani nella nota introduttiva al libro:
“Furono anni di sperimentazione totale… e per il teatro furono anni fecondi, di nascita di gruppi di base, diffusione di idee e pratiche, lavoro nelle scuole, coi ragazzi, uso sociale del teatro, teatro di strada, nuovi linguaggi scenici e tutto accadeva sotto gli occhi di tutti, c’era un livello di confronto e condivisone che non si è mai più ripetuto da allora.”

Franco Piol, Teatro Monello, Paola Rotella,

La giornalista e poetessa Daniela Cecchini ha presentato questa nuova pubblicazione di Franco Piol tutta dedicata al Teatro dei monelli.

Le due Madrine Simonetta Centi e Paola Rotella hanno ricordato la splendida avventura del “Gruppo del Sole”.

Hanno collaborato Sacha Piol e Rara Piol

Ospiti speciali l’attrice e scrittrice Martine Brochard e il poeta Giorgio Linguaglossa!

 

 

La raccolta Teatro Monello unisce al suo interno sette testi teatrali fra quelli di maggior successo, scritti diretti e interpretati dallo stesso Franco Piol, dove, sotto forma di gioco teatrale si alternano canzoni, filastrocche, dove si coinvolge un pubblico composto maggiormente di bambini e dove tanta parte la fa l’improvvisazione.
Il tema ricorrente, il filo che unisce tutti i testi è la ribellione, uscire dagli schemi e liberare la fantasia. Non a caso i protagonisti delle rappresentazioni il più delle volte sono i burattini, metafora dei bambini, opposti a un burattinaio che li vuole sempre uguali e obbedienti, non rispettando né cogliendo quelle che sono le esigenze di crescere liberi e scegliere il proprio percorso.
E allora La rivolta dei manichini ci restituisce questa aspirazione alla libertà mentre in Alice si rivendica lo “spazio” e il “verde” che non deve mai mancare a nessuno. Ritroviamo poi il magico mondo della musica in Sconcertino e il diabolico e perverso inganno dei soldi in Che bolle in pentola.
Un vecchio asino opposto al padrone che vuole farlo fuori per ricavarci qualche soldo è il protagonista di E per finire musica maestro e qui l’autore affronta il tema della vecchiaia.
Big Beng! è ambientato invece nel mondo incantato della favola e della fantasia e per chiuder la carrellata Bit al lampone, dove il piccolo Nicola va alla ricerca dei genitori ideali.

Un saggio, una testimonianza, un documento, per quanti sono interessati a questa esperienza pionieristica, iniziata in anni in cui non si avevano riscontri precedenti.

Daniela Cecchini afferma che Franco Piol con questo libro ci regala una grande opportunità, perché ci dà un assaggio delle esperienze vissute sul palco, accanto ai bambini, con i bambini, con gli adolescenti, a volte anche con adolescenti difficili. Ci sono all’interno del libro dei pezzi di queste rappresentazioni, quindi si ha la possibilità di riuscire ad entrare nella sua ottica per un attimo.

Racconta Franco Piol che l’accoglienza nelle scuole non fu così immediata, si entrava da una porta secondaria – dice – offrendo servizi agli insegnanti e ci sono voluti cinque o sei anni per passare a presentare questa fucina di lavoro straordinario, aprendo un varco impensabile qualche anno prima. Condizione principale è stata soprattutto quella di ascoltare il bambino. E la nostra missione in fondo era di interessarli all’animazione, ai giochi e dai giochi passare alle piccole costruzione di strumenti musicali. Con i calzini facevamo le marionette. Ci impegnavamo in questo modo per attirare la loro attenzione, ma non bastava perché ci chiedevano l’amore di esser ascoltati.

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Il nostro laboratorio terminava alle otto di sera, poi c’erano la pulizia del laboratorio, un panino , in seguito si attaccava con i nostri laboratori, si partiva da Rimbaud, si studiava la storia, O’Neill, per attivare la conoscenza anche degli strumenti da usare, strumenti pedagogici, attraverso il gioco, soprattutto il gioco in senso di formatore e di aggregazione sociale.

Abbiamo soprattutto usato un criterio che all’epoca funzionava benissimo che era quello Brechettiano proprio perché, a parte lo straniamento, era un modo diretto con il quale si poteva parlare con i bambini e loro potevano parlare con noi, infatti era un teatro di interazione. Non ci siamo mai dichiarati attori, ma operatori culturali, abbiamo parlato sì di teatro, ma teatro inteso come insegnamento reciproco, La lezione importante che mi è rimasta è che sono stati i bambini a trasmettermi il loro desiderio di imparare. Noi assorbivamo e loro si nutrivano di questo nostro riscontro.

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Nel suo intervento Simonetta Centi aggiunge: Noi ascoltavamo i bambini, loro ci davano talmente tanto che lì cominciava il gioco e lo scambio. E una altra cosa importantissima da ricordare è che noi abbiamo fatto anche un lavoro con i genitori e non era soltanto un lavoro che avveniva nel laboratorio, in un ambito ristretto, noi uscivamo insieme ai genitori, cucinavamo insieme, andavamo in gita insieme e i bambini sentivano questa sinergia che avveniva in maniera naturale, sentivano che li amavamo.

Paola Rotella racconta altresì il lavoro degli attori che ha l’obiettivo di entrare in comunicazione con il pubblico. “Abbiamo detto cose bellissime rispetto ai bambini, ma il teatro è tanto divertimento, è tanto gioco e consiste veramente nell’entrare in una comunicazione tutta istintiva tra l’attore e il bambino, non dobbiamo dimenticare che c’è un’immediatezza e che ci dobbiamo divertire. Una cosa io come attrice l’ho imparata, come tutti gli attori ero abituata a lavorare su altri testi e Franco come regista era eccezionale, su qualsiasi tipo di testo, a me ha insegnato tantissimo e sono cresciuta accanto a lui. Oggi insegno strategia della comunicazione e sono felice di portare con me il bagaglio del teatro e soprattutto quella ricchezza e quella difficoltà del relazionarsi con i bambini, perché i bambini non ti perdonano niente, devi esser incredibilmente presente, devi essere con loro, per loro, tutto loro, non ti puoi distrarre un secondo. Una ricchezza straordinaria perché il bambino ti segue, ti accompagna, si entusiasma, urla, gioca, sta dentro il gioco del teatro ed è una cosa che si fa tutti quanti insieme e mai mi sono divertita tanto, emozionata tanto come quando c’era una platea di trecento bambini urlanti, ma che ti seguono come se tu fossi il loro piccolo grande eroe e questa è una cosa meravigliosa, perché finalmente la fiaba diventa realtà e anche noi possiamo vivere la nostra porzione di fanciullezza insieme a loro e per questo mi sento di ringraziare Franco.”

Teatro monello, Edizioni Corsare, Franco Piol, L’AUTORE

Franco Piol, operatore culturale presso la Regione Lazio, già giovanissimo si dedica alla scrittura; compone diverse raccolte poetiche e racconti brevi. Alla fine degli anni Sessanta inizia la sua avventura nel teatro come regista e attore.
Nel 1968 Piol incontra Roberto Galve, pittore, grafico e regista argentino, col quale nel 1971 fonderà lo storico Gruppo del Sole, prima realtà romana di laboratorio permanente di animazione artistica e teatrale, radicato sul territorio della grande periferia romana.
Il Gruppo del Sole per la prima volta coinvolgerà scuole elementari e medie della realtà romana, del Lazio e intraprenderà un percorso itinerante in molte regioni italiane: Puglie, Sardegna, Sicilia, Toscana, Abruzzi, Umbria.
Dal 1975 Franco Piol diviene autore di tanto teatro per ragazzi, avvalendosi di collaborazioni autorevoli. Celebre allora la trilogia La rivolta dei manichini, Alice e Sconcertino, seguita da Favole al telefono. Verso la fine degli anni Ottanta ancora teatro ragazzi con Bit al lampone e Natale in casa Buffardo, infine il tentativo di mettere in scena poesia, musiche dal vivo e danza con Poetesie in concerto e Macchie nere del racconto. Poi nel 1992, cessano gli incentivi ministeriali e il Gruppo del Sole è costretto a chiudere dopo lo sfratto dal teatro «La scaletta».
Nel 1997 Piol apre nuovi laboratori teatrali con il gruppo «LabTea» che opererà fino al 2007, realizzando saggi di teatro, danza e musica. Dal 2008 si dedica nuovamente alla poesia pubblicando brani sparsi in molte antologie fino a pubblicare nel 2013 Poetesie in concerto per “i tipi” delle Edizioni Libreria Croce, intensificando il settore di racconti brevi editati, anche questi, in molte apposite antologie. Nel dicembre 2016 con Alter Ego Edizioni pubblica Tana libera tutti e nel dicembre 2017 Gente del tempo che verrà. Nel dicembre 2018 Teatro monello, raccolta di testi teatrali dedicati ai bambini.
Per la provincia di Treviso ha curato alcuni testi legati all’attività dell’atletica leggera che culmina con l’ultima pubblicazione del 2019 Protagonisti trevigiani attraverso i numeri dell’atletica, dedicata alla storia dell’atletica trevigiana.
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GIUSI R.

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«(…) dai diamanti non nasce niente 
dal letame nascono i fior.»
(Fabrizio De André, Via del Campo)

Ai “Fiori mai nati” e a quelli che come canta De André nascono dal letame e non certo dai diamanti!

Fiori mai nati, Giankarim De Caro, Navarra Editore, Germana Recchia, #mestierelibro

 

 

A seguito della recensione di Malavita, libro d’esordio di Giankarim De Caro, Germana Recchia ci invita alla lettura di Fiori mai nati, da poco in libreria, arricchita da una preziosa intervista all’autore.

Voglio iniziare dalla fine, dai ringraziamenti per Fiori mai nati. Il secondo libro di Giankarim De Caro, che ci ha rivelato essere in realtà la sua opera prima, che poi l’editore Navarra ha preferito presentare dopo Malavita.
Siamo a Palermo nel secondo dopoguerra e ancora una volta questa bella e grande città siciliana si fa teatro di vicende ‘familiari’ quasi private, intime per gli intimi misfatti che avvincono l’animo umano e ne guidano sentimenti e comportamenti. Ma intimi anche perché profondi e oscuri, al punto che li preferiremmo taciuti dietro le mura di casa, se non diventassero protagonisti di un romanzo. Un racconto, una saga familiare, in cui si sente la vicinanza emozionale alle vicende descritte – qui come in Malavita – come se i fatti fossero stati visti o sentiti e poi, grazie all’autore, avessero ripreso vita propria per non essere trascurati dall’oblio. Perché il sonno della memoria non avrebbe ragione nemmeno su un’umanità che, leggendo, vorremmo rinnegare, per quanto abietta e malfattrice.

De Caro sembra voler ritrarre così le tinte più buie di una Palermo non troppo remota, in cui pare che vinca l’atrocità umana di chi non riconosce in sé alcuna forma di amore vero, che non sia quello del piccolo compiacimento e del soddisfacimento di sé. Madri e padri, non conta, si può sempre ‘vendere’ un figlio al miglior offerente. Ma a vincere non è il male, bensì l’intensità drammatica di storie esclusive, che arrivano a noi per rinforzare un senso di coscienza, collettiva non solo personale, in grado di ridefinire i contorni e i contenuti di un mondo migliore nella sua umanità preponderante.

Per tutto questo e per molto altro mi viene voglia di parlare con Giankarim, la tecnologia a distanza ci aiuta e avvicina Palermo a Roma. Perché poi il mondo non ha distanze vere, a parte quelle segnate dal dolore e dall’assenza di amore. E l’unico domicilio che fornisca un’identità riconoscibile e non confondibile è quello nella casa dell’uomo, che ciascuno e tutti abitiamo o dovremmo abitare.

Giankarim, che tempo fa da te, si sente la primavera?

A Palermo è sempre primavera. Nella mia terra sembra che tutto debba sbocciare da un momento all’altro. Purtroppo, i germogli stentano ad aprirsi lasciandoci nell’attesa di un estate, ormai tanto attesa, che non arriva mai. Anche la primavera può diventare un ospite indesiderato.

Cosa stai leggendo in questi giorni? Mi incuriosisce sapere cosa leggi mentre di certo starai scrivendo

Leggo diversi romanzi contemporaneamente. Davanti ai miei occhi c’è un libro di Gurdjieff, I racconti di Belzebù a suo nipote, e L’educazione di Tara Westover. Sul comodino ne ho diversi, Le quindici, di Christian Bartolomeo che ho finito di leggere proprio ieri sera, Rapporto al Greco di Karantzakis ormai ospite fisso da sei mesi e La ragazza di Bube.

Dovremo aspettare a lungo il tuo prossimo libro?

Ho due libri finiti nel cassetto e sto lavorando ad altri due. Ho scoperto che la scrittura mi è amica e mi tiene compagnia. Preferisco scrivere che guardare la tv. Penso che il prossimo libro vedrà la luce l’anno prossimo; i libri sono come figli, hanno bisogno di essere seguiti ed io per ora ne ho due entrambi appena nati.

Giankarim, tua mamma che ringrazi alla fine di Fiori mai nati ha dunque conservato fino a te la memoria di alcune storie familiari palermitane?

Ho dedicato il libro a mia madre perché penso che ogni figlio dovrebbe farlo. Lei mi ha dato le radici e le ali, al contrario dei Calamone ai quali i genitori hanno saputo dare solo odio e insicurezze. La memoria del racconto è corale. Ho avuto la fortuna di lavorare con degli anziani e ognuno di loro per ricambiare la mia compagnia mi ha voluto regalare una storia. Io non ho fatto altro che metterle insieme.

Una storia con tanto dolore, ancora una volta. È così difficile trovare amore?

L’Amore è sotto gli occhi di tutti, forse per questo lo snobbiamo perché pensiamo di averlo sempre sotto mano. Ma col tempo ci dimentichiamo che esiste e quando ne sentiamo il bisogno siamo diventati duri come pietre. Ci siamo disabituati e permalosamente decidiamo di continuare a non approfittarne. Piero ne è l’esempio (Piero Calamone è uno dei protagonisti di Fiori mai nati – n.d.r.).

Sia in Malavita, sia in Fiori mai nati c’è un’attenzione speciale per chi è debole e non può scegliere e quando arriva a poterlo fare ne pagherà un caro prezzo. Il riscatto è tanto faticoso?

Ho vissuto tanti anni in Asia e là mi sono accorto che esistono gli ultimi, quelli che nessuno vuole vedere. Solo allora mi sono accorto che anche nella nostra avanzatissima Italia esistono i “paria”, gli ultimi, gli invisibili che non possono scegliere e che quando ci provano vengono ricacciati nel buio dal quale vorrebbero uscire. I loro nemici sono principalmente l’ignoranza e la mancanza di riferimenti sani. Io poi mi domando, cosa è un riferimento sano? Se uno non ha mai saputo su cosa si deve basare il proprio riscatto come fa a farlo? Questi sono i Calamone. Bravi ragazzi che inseguono ciò che gli è stato raccontato come esempio giusto da seguire. Anche in Malavita alle protagoniste è stata segnata la strada in cui non c’era scelta e quando Grazia ha capito che c’era un’altra possibilità, coi mezzi in suo possesso, ha provato a cambiare strada ma non aveva gli strumenti per farlo.

Leggendo Fiori mai nati ho pensato continuamente (forse l’ho desiderato) che sia la seconda parte di una trilogia. Ci stai per caso lavorando?

Fiori mai nati e Malavita sono legati dalla voglia di riscatto che si respira in entrambi i libri. Entrambi i libri sono liberi dal tempo e dal luogo. Queste storie si ripetono anche oggi, basta cambiare gli abiti ai protagonisti ed eccoli apparire. Spero che il prossimo libro possa piacere come i primi due.

Sento un amore per la tua Palermo, quasi una identificazione fisica, non so! Come se raccontarla nel modo particolare, dettagliato e profondo, in cui lo fai ti consenta di riappropriarti del suo tessuto umano e narrativo.

Io amo la mia città. Per questo ho provato a descriverla in maniera diversa dagli stereotipi a cui siamo abituati. Sono nato in un quartiere popolare e rare volte ho visto descrivere nei film o nei libri l’autenticità di quegli ambienti.

Recensione e intervista di Germana Recchia

 

IL FULMINE GOVERNA OGNI COSA (Eraclito)

Venerdì 26 ottobre 2108 Librinfestival, in occasione dell’apertura della quarta stagione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro, ha ospitato il “LIBRO DEI FULMINI” di Matteo Trevisani,  Edizioni di Atlantide presso Grafica Campioli

Interventi dell’editore Simone Caltabellota e della relatrice Silvia Di Tosti 

Matteo Trevisani, Simone Caltabellota, #Librinfestival, Edizioni di Atlantide, Silvia Di Tosti, Grafica Campioli

la sala di Grafica Campioli

Matteo Trevisani si racconta e racconta il suo libro.

Quello che cerco di raccontare nel Libro dei fulmini è quello che ho visto arrivando a Roma per la prima volta. Sono marchigiano, sono venuto a Roma per frequentare l’Università e poi ci sono rimasto. Il mio amore per Roma non è nato subito, proprio perché Roma è una città strana, sicuramente accogliente, una città comoda, filosoficamente comoda.

L’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà

Quando ho cominciato a guardare la città come se fosse la prima volta, ho iniziato a scrivere dei reportage sull’«Internazionale», mi sono accorto di certe chiese, di certi ponti, di certe collezioni, di certi musei che non avevo mai visto. È nata così l’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà, e dovevo metterci la magia e l’esoterismo, che era il mio campo di interessi e di studi, ma di cui mi vergognavo tantissimo, lo consideravo soltanto un hobby perché poteva mettermi in cattiva luce come storico della filosofia.

Restituire un nuovo punto di vista su Roma

La mia storia di scrittore parte da quando ero molto giovane e avevo scritto cose che non erano piaciute a nessuno, per cui avevo deciso di smettere. Poi mi imbatto casualmente in questa lastra del fulmine di cui parlo nel libro, incontro Simone Caltabellota che mi chiama e mi chiede di quello che sto scrivendo. A quel punto decido di fregarmene della vergogna perché ho trovato un lettore, ma soprattutto un editore. che capisce e si appassiona a questi temi controversi. In questo libro c’è la rivalsa molto forte di affrontare questo mostro della vergogna, ma anche il desiderio di restituire un nuovo punto di vista su Roma, di come si vede un paesaggio, di essere iniziato a un nuovo sguardo, a una nuova visione.

L’iniziazione di un personaggio

A Roma il punto di vista è tutto, ti accorgi degli ordini sparsi, delle cose che ci sono dentro, ed è quello che è successo a me, ogni punto di vista sulla città ti restituisce una città diversa e quindi diverse storie che io provo a raccontare, raccontando anche l’iniziazione di un personaggio, naturalmente distaccato da me che, scavando dentro Roma e dentro se stesso, trova quello che nel libro viene chiamato un “destino”. Attraverso tutte le pagine del libro Matteo, il protagonista, cerca di portare a termine le prove che questo destino gli mette davanti per fare in modo che lui diventi uomo.

Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, Simone Caltabellota, Matteo Trevisani, #Librinfestivale

 

Titolo: Libro dei Fulmini

Autore: Matteo Trevisani

Prezzo: € 20.00

Pagine: 176

Formato: 150×220 brossura


ANTEPRIMA

L’anno della mia morte era iniziato bene

Matteo, un giovane filosofo, scopre casualmente, in alcuni siti archeologici romani, la presenza di un certo numero di tombe di fulmini che consentono il passaggio dal regno dei vivi al regno dei morti. Le lastre tombali riportano la scritta FCS ovvero Fulgor conditum summanium : “qui è stato seppellito un fulmine di Summano” divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte. Aiutano Matteo nella ricerca Silvia, una ragazza che si occupa di beni archeologici, e il suo vecchio professore universitario. Per liberarsi di ombre e fantasmi Matteo inizia un viaggio di formazione oltre che esoterico, viaggio nel corso del quale rischia di perdersi.

UN’INTERVISTA “FULMINANTE”

Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, #Librinfestival

Nel libro citi il Liber fulguralis della tradizione latina. Si potrebbe definire il tuo Libro dei fulmini non un romanzo, ma più precisamente un Libro in forma di romanzo, ossia ” Libro” come raccolta: raccolta di ricerche, di scoperte, di esperienze, di viaggi iniziatici, di morte e rinascita, di incursioni nel passato, di esoterismo? Quanto c’è di raccolta saggistica e quanto di romanzato?

Il libro è volutamente un ibrido da autofiction e saggio: può essere letto anche come un piccolo manuale di storia dell’esoterismo e come guida alternativa alle bellezze di Roma. Ma forse la definizione più giusta è quella di “romanzo iniziatico” perché se da una parte è un esordio, e quindi un’iniziazione, dall’altra il protagonista si trova a vivere esperienze che gli faranno abbandonare il normale status, compito di ogni iniziazione.

L’epigrafe, tratta dal testo di Peter KinsgleyIn the Dark Places of Wisdom” rimanda alle parole di Parmenide:

“Se siete fortunati, a un certo punto della vostra vita vi troverete in un vicolo cieco. Vi accorgerete che il sentiero di sinistra conduce all’inferno, il sentiero di destra conduce all’inferno, quello di fronte conduce all’inferno e, nel caso tentaste di tornare indietro, finireste in un inferno ancora peggiore.”

Quanto ritieni fondamentale questa citazione, per il lettore e per lo sviluppo interpretativo del viaggio iniziatico di Matteo?

L’incontro con Kinglsey è stato fondamentale. In quella citazione c’è la necessità di andare per forza dentro se stessi per trovare il materiale adatto per crescere. Un uomo alle corde non ha nessuna via d’uscita se non verso se stesso.

Il protagonista ha il tuo stesso nome e cognome, così come un personaggio del libro, secondario ma fondamentale, che si chiama appunto Matteo: un gioco di specchi e di doppi che riflette anche il rapporto vita/morte, sotto/sopra, esoterico/razionale. Quanto ha a che fare il tuo vissuto con questo esordio?

Molto e molto poco. Il mio nome è la più potente delle maschere. Il protagonista vive una vita tutta sua che è in qualche modo solo un riflesso di alcune cose che ho vissuto.

Matteo attraversa Roma in scooter. Muoversi in scooter in una città come Roma può rimandare alla libertà e al movimento, in stretto rapporto con gli elementi della natura, “fulmini” compresi?

Non me lo sono chiesto. Matteo usa un motorino perché è il mio mezzo privilegiato per muovermi a Roma. Anche da un lato di tecnica narrativa e di ritmo, raggiungere certi posti in motorino invece che in macchina o con i mezzi mi ha permesso di accelerare molto, sempre considerando che si tratta di una città come Roma, che cerca di fossilizzarti nella sua stessa immobilità.

Leggendo il libro, viene subito in mente, per chi lo ha visto all’epoca, lo sceneggiato Il segno del comando. Tu lo inserisci in un’intervista fra le tue fonti. In che percentuale sono importanti le fonti storiche, quelle architettoniche, di autori contemporanei, le fonti filmiche o visive, e quanto spazio dai all’immaginario?

Sono assolutamente importanti. Senza di esse il libro stesso non esisterebbe. Mi sono avvalso di più esperti perché volevo verificare che ogni fonte fosse giusta e che ogni rapporto con la storia fosse verosimile. Anche dove la narrazione arriva a essere più fantasiosa qualcosa di vero, anche solo un’ipotesi, esiste.

L’incontro fra i due protagonisti, Silvia e Matteo, si risolve in un rapporto utilitaristico più che affettivo e la dinamica delle loro unioni sessuali diviene strumento rituale finalizzato a oltrepassare la soglia fra conscio e inconscio. Quanto è funzionale il rito e a quali tradizioni esoteriche fai riferimento rispetto al sesso?

Faccio riferimento al buddhismo tantrico, alla magia sexualis e all’arte del sogno. I due ragazzi ci arrivano per motivi differenti: Matteo vuole andare oltre, Silvia ne è in,  qualche modo, dipendente. Ripensandoci sono i due approcci classici alla spiritualità contemporanea, soprattutto da parte degli occidentali. L’idea che attraverso la sessualità si sprigioni una qualche tipo di energia di forza che poi può essere usata per acceder a dimensioni altre, interiori, stati di coscienza straordinaria, la storia delle religioni la spiritualità è piena di esempi del genere più che ritualizzare il sesso si tratta di erotizzare un rituale. Questo è il vero confine tra un vero maestro tantrico e uno no. Matteo e Silvia, i protagonosti utilizzano questo potere, che scoprono uno nell’altro, ma lo utilizzano male perché ne diventano dipendenti. Matteo ne esce perché ha un destino da compiere a cui deve arrivare con l’aiuto di Silvia, lei invece diventa schiava di questo potere perché lo usa per per altro.

Il tema, anzi il filo conduttore è quello del rapporto uomo/morte e la sua non accettazione nei termini che conosciamo e che porta, come conseguenza, alla ricerca esotreica e non solo. Non pensi di aver inserito troppi rimandi storici, fiosofici, religiosi, che potrebbero confondere nella lettura. Quali suggerimenti daresti al lettore per orientarsi?

Non credo siano troppi! Pensa che molti li abbiamo tolti in fase di editing: sono rimasti solo i necessari. Gli direi di farsi meravigliare da ciò che può scoprire, di usare il libro come un grimaldello.

Libro dei fulmini è il tuo libro di esordio. Alla luce della tua esperienza lo riscriveresti così o cambieresti qualcosa? Se si cosa cambieresti e se no perché?

Niente, il libro va bene così perché cristallizza un momento importantissimo della mia carriera. Anche gli errori e le lungaggini e le cose che tra qualche anno mi stoneranno saranno lì a ricordarmi da dove sono partito. In qualche modo gliene sarò per sempre grato, qualche che sarà la mia carriera da qui in avanti.

Matteo Trevisani, Simone Caltabellota, #Librinfestival, Edizioni di Atlantide, Silvia Di Tosti, Grafica Campioli

 

GIUSI R.

Lo abbiamo atteso e finalmente dal 13 aprile è in libreria LA VITA A ROVESCIO terzo romanzo di Simona Baldelli, Giunti Editore. Dopo Evelina e le fate (qui l’intervista) e Il tempo bambino, il 29 aprile Simona Baldelli presenterà alla libreria Ubik di Monterotondo questo suo terzo romanzo.

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Simona Baldelli

La vita a rovescio

  • Collana: Scrittori Giunti
  • Dimensione: 14×21.5cm
  • Lingua: Italiano
  • ISBN – EAN: 9788809819498
  • Prima edizione: aprile 2016
    416 pagine
Disponibile anche: eBook

Il booktrailer  

Roma, anno 1735. Né ricca, né bella, il volto sfigurato dal vaiolo, Caterina Vizzani ha quattordici anni ed è convinta di essere nata a rovescio: ama lavorare nella falegnameria del padre, detesta il cucito e le altre occupazioni femminili, e il pensiero di sposarsi la terrorizza. Ma proprio a scuola di ricamo incontra Margherita, la figlia di un avvocato molto vicino al Papa, che la conquista leggendole le meravigliose avventure di Bradamante, la donna cavaliere dell’Orlando innamorato.

L’AUTRICE

simona-autore-baldelli-autore-N8U3XVDXSimona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito nella narrativa nel 2013 con Evelina e le fate romanzo finalista al Premio Calvino 2012 e vincitore Premio John Fante opera prima. Nel 2014 ha pubblicato, sempre per Giunti, il suo secondo romanzo, Il tempo bambino. La vita a rovescio è il suo terzo romanzo uscito nel 2016.

Vi aspettiamo in libreria

Giusi R.

Riprendo il discorso su questo libro, iniziato qui il 18 ottobre 2015, approfittando dell’incontro con l’autore Carmine Abate presso la libreria Ubik Monterotondo, un incontro atteso, all’altezza delle aspettative.

LA FELICITÀ DELL’ATTESA

«Il primo a partire fu Carmine Leto, il nonno paterno di cui porto il nome.»

Carmine Abate, la felicità dell'attesaMondadori

Scrittori Italiani e Stranieri 2015

Narrativa moderna e contemporanea

ISBN 9788804658030

360 pagine 19,00

15,5 x 23,3 cm   Brossura con alette

In vendita dal 13 ottobre 2015

ebook-disponibile     Leggi il primo capitolo

Il biglietto da visita di un libro è il titolo e questo libro è racchiuso nelle quattro parole del titolo La felicità dell’attesa, dove l’attesa è la felicità di credere nel futuro, in una promessa di cambiamento.

L’epigrafe, la soglia di ingresso del libro, si schiude al pensiero di Sant’Agostino e ne va a spiegare il titolo:

I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa.
Sant’Agostino, Le confessioni, libro XI

Dice Carmine Abate che l’attesa è la felicità del futuro, tutti i personaggi che animano il libro hanno negli occhi “la felicità dell’attesa”, hanno questa attenzione interiore, tesa caparbiamente verso il futuro. Quindi felicità dell’attesa come nostalgia del futuro, non nostalgia del passato.

Il primo a partire fu Carmine Leto, il nonno paterno di cui porto il nome.

Incipit perfetto, breve, condensato, illuminante, in quindici parole ci racconta il tema del romanzo.

Incipit come inizio, e l’inizio di questa storia è una partenza, la prima, a cui ne seguiranno altre, lunghe quattro generazioni. A narrarle sarà il nipote omonimo di quel Carmine Leto che per primo primo lasciò il paese di Hora, la Calabria e l’Italia per raggiungere la Merica bona, una terra lontana, diversa, difficile, dura, ma dove tutto può essere possibile, anche diventare campione di boowling o sposare una mericana di colore e portarla in Calabria, o ancora conoscere una donna bellissima, con un neo sulla guancia che si chiama Norma Jean.
È il 13 maggio del 1903 e Carmine Leto, si imbarca per raggiungere la Merica Bona. Con lui si imbarcano Concetta Fuoco, vedova di Francesco Varipapa, insieme ai suoi tre figli, il più grande, Andrea, sarà protetto da Carmine e la sua storia si intreccerà con quella della famiglia Leto. La partenza è legata alla necessità di un lavoro, a una stabilità economica che la Calabria di inizio Novecento e il piccolo paese di Hora non potevano garantire. La Merica Bona è il miraggio, l’Eldorado, il paese ricco e non conta la durezza del viaggio, la fatica del lavoro, perché l’accoglienza della comunità italiana consente di raggiungere la concretezza economica e il ritorno in patria. Obiettivo vanificato quando Carmine, tornato a Hora, si scontrerà non più con la mancanza di lavoro, ma con la realtà sociale della sua terra: la legge del più forte, l’omertà, la violenza, che porteranno alla seconda partenza, quella del figlio Jon e questa volta l’obiettivo sarà la vendetta. Ma Jon partirà ancora, e sarà per amore. Solo la terza volta Jon partirà per lavoro.

Una saga che si dilata in un secolo di storia personale e collettiva. I capitoli si alternano saltando da un passato ruvido a un presente sospeso nell’attesa, dove i personaggi sono al servizio del tempo e si muovono all’interno di spazi distanti fra loro per chilometri e culture, luoghi che si chiamano Hora o New York o Australia. La lingua italiana si alterna all’arbëresh, l’albanese “anticario”, la lingua “segreta”, parlata dai profughi che arrivavano in Italia dall’Arbërìa alla fine del ‘400, in fuga dall’occupazione ottomana.

In un momento storico in cui l’Italia è diventata meta di popolazioni che fuggono dalla guerra e dalla miseria e l’accoglienza è termine di scontro ideologico, Carmine Abate ritorna indietro con la memoria e ci racconta il tempo in cui erano gli italiani, senza lavoro e senza futuro a imbarcarsi e affrontare lunghi viaggi in condizioni disperate, dove l’amicizia si propone come unico aiuto per una speranza di riscatto.

INCONTRO CON L’AUTORE, libreria Ubik Monterotondo

Carmine Abate ci racconta il suo libro a partire da Andrea Varipapa, personaggio realmente esistito, imbarcato a dodici anni per l’America, poi diventato il più grande giocatore e campione di bowling di tutti i tempi.

carmine Abate, la felicità dell'attesaIn realtà nella mia prima idea del romanzo Andy Varipapa non c’era. Volevo scrivere una storia romanzesca un po’ inventata e un po’ vera, raccontando tutte le migrazioni della mia famiglia, a partire da nonno Carmine, non ovviamente Carmine Leto ma Carmine Abate di cui io porto il nome, senonché una storia non si lascia ingabbiare in percorsi precostituiti, una storia va dove vuole, ti ossessiona, ti insegue, ti anticipa e proprio nel momento in cui avevo iniziato a raccogliere informazioni su nonno Carmine, è sbucato fuori dal nulla, perché nessuno in paese ne sapeva qualcosa, Andy Varipapa.
Andrea Varipapa, Andy “the Greek” è uscito fuori da un articoletto sul «Crotonese» scritto da Michele Abate, un mio parente. Quando sono andato la prima volta in America, invitato a tenere delle conferenza nelle università americane dopo il Campiello, ho cercato le tracce di nonno Carmine, e sono andato anche alla ricerca di quelle di Andy. Lui ha avuto la stessa vita di molti emigranti. Quando è partito, a dodici anni e due mesi, era già un uomo in grado di lavorare. Ha iniziato subito come macellaio, ha provato a fare il pugile, a giocare a baseball poi, durante la crisi del 29 lo ha salvato uno di Carfizi, una uomo carismatico, lungimirante, che era stato sindaco del paese. Solo quando Andy inizierà a giocare a bowling entrerà nella storia come campione, girerà molti film a Hollywood interpretando se stesso. Il bowling è un po’ la metafora della vita come la intendeva lui: quello che conta nella vita è la preparazione. A me interessava il bowling non solo come metafora di un semplice gioco, ma anche per raccontare un’emigrazione di successo. L’emigrazione non è solo sofferenza, non è solo ferita, può essere anche ricchezza. Avrei potuto scrivere un romanzo su Andy ma sarebbe diventata una geografia anche troppo elogiativa, invece lui è uno dei tanti personaggi, uno però che ha realizzato il sogno americano.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaAnche la vita di Jon Leto è un romanzo nel romanzo, perché seguendo Andy nei suoi viaggi si imbatte in questa donna bellissima di cui si innamora. “Ogni volta che si apriva al sorriso il neo andava su e giu…”
Succede che i due giovani si raccontano a vicenda, lui racconta le sue ferite, lei del padre che non ha mai conosciuto. Era convinta che fosse Clark Gable, come le aveva detto la madre. Anche Jon aveva i baffi alla Glarke Gable, com’era di moda, gli assomigliava anche e lei quando vede questo giovane così simile al suo idolo se ne innamora. Il loro innamoramento nasce sul dolore dell’assenza.

Questo romanzo parte proprio da Hora e dall’Arbëresh, l’albanese “anticario”, perché per uno scrittore che scrive in Italiano la madre lingua è importantissima. Io e quelli della mia generazione non conoscevamo nemmeno una parola di italiano, fin quando non siamo andati a scuola. Sono nato nell’anno della televisione, però non c’erano televisori e al paese l’unica lingua che si sentiva era quella cantata: il napoletano con le sue canzoni. Il primo giorno che sono andato a scuola ero convinto di imparare il napoletano. In poco tempo invece abbiamo imparato l’italiano ma i maestri ci davano le bacchettate se parlavamo arbëresh, come ho raccontato nel “Ballo tondo” ed erano maestri arbëresh e molti di loro non hanno insegnato l’ arbëresh ai propri figli convinti che se i bambini avessero imparato l’arbëresh non avrebbero imparato bene l’italiano. Scrivo in italiano perché nessuno mi ha insegnato a leggere e scrivere arbëresh, noi siamo stati tutti scolarizzati in lingua italiana.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaPoi si è cominciato a capire che se perdi la tua lingua perdi te stesso e una madrelingua è la tua lingua, la lingua della mamma, la lingua in cui vostra madre vi ha parlato mentre eravate nel suo grembo e noi la nostra lingua la definiamo La lingua del cuore, a indicare che questa madrelingua è quella più radicata dentro di te nel profondo del tuo cuore. A scuola poi abbiamo imparato La lingua del pane che è altrettanto importante: cuore e pane, la lingua che ci ha dato da mangiare che ci ha fatto lavorare, che per mio nonno è stato il mericano più che l’inglese per mio padre il germanese più che il tedesco e per me è stato l’italiano e un po’ il tedesco. Tutto quello che per gli insegnanti doveva essere un ostacolo io l’ho trasformato in fortuna. Nei libri inevitabilmente le parole di queste lingue si impigliano sulla pagina. Nel mio primo libro Il ballo tondo volevo scrivere in italiano e ogni tanto entrava, anzi si impigliava sulla pagina una parola arbëresh. Poi con l’età ho capito come mai queste parole si impigliavano nella pagina, l’ho capito con La festa del ritorno. Mentre scrivevo del rapporto fra me bambino e mio padre emigrato, si è impigliata una parola, varrancaro, che viene dalla parola spagnola barranca che vuol dire burrone. Varrancaro vuol dire bambino che sta dalla mattina alla sera fuori a giocare nei burroni, a cercare more, a giocare con il proprio cane, e poi torna a mezzogiorno a casa, mangia un pezzo di pane, esce e ritorna al tramonto. Appena questa parola si è impigliata io l’ho tirata a galla come se fosse un’esca viva Queste sono le parole arbëresh, delle esche che tirano a galla le storie e in quel caso ho scoperto che quella parola si era tirata tutta la mia infanzia, tutta la mia infanzia felice malgrado tutto. Non potevo fingere di fronte alle parole, ero stato un bambino libero e felice Queste parole sono più importanti di quello che il lettore può immaginare, di quello che io potevo immaginare. Sono vermicelli vivi che tirano a galla delle storie e questo mi ha fatto capire un’altra cosa, che la vita viene prima delle storie.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaShirley invece è il personaggio mericano. E’ proprio Mericana Mericana. Intanto è scura, la chiamano la Nigra. Il marito Carmine spiega che è una mulatta, figlia di un biondizzo come a mia e di una nivurella. Shirley era convinta di arrivare in un paese bellissimo, come lo aveva dipinto il marito, aveva appena iniziato a imparare l’italiano quando capisce che nel paese si parla un’altra lingua e Carmine le spiega l’origine della lingua albanese.

Quando furono invitati alla festa di matrimonio di un parente, la Mericana restò a vuccaperta: dietro la sposa regina, le donne sfilavano in corteo con costumi scintillanti e antichi, che le facevano sembrare tante principesse. «Questa è la coha di gala. Qui le fimmine, almeno sul vestire, sono tutte uguali. Altro che Novayorka!»

Negli anni venti tutte le donne indossavano la coha di gala e Shirley resta colpita dalla bellezza degli abiti e attraverso la cultura comincia a innamorarsi del paese.

Forse la cosa più bella dei nostri paesi e la cosa che mi manca di più è il fuoco di Natale perché mi ricorda l’infanzia. Da bambini andavamo in giro per il paese con una carriola a raccogliere la legna, uscivano le donne, ci davano i ciocchi e poi si accendeva il fuoco che ha un grande valore simbolico perché attorno a questo fuoco ci si scambiano gli auguri di Natale e tutta la comunità è unita e le cose più belle le ho sentite durante la notte di Natale, il fuoco alle spalle, il calore, l’amico con cui bevi oppure le patate che si mangiano al mattino quando il fuoco diventa brace, e fin quando tutto questo ci sarà nella realtà, ci sarà anche nei miei libri.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaHo scritto un libro che si chiama Vivere per addizione e altri viaggi in cui ho raccontato un po’ più teoricamente quello che racconto narrativamente ne La felicità dell’attesa, ovvero il percorso lungo e doloroso di una famiglia di emigranti e della ferita che si apre dentro di loro, la ferita della partenza. Vivono all’estero con tutti gli altri emigranti la difficoltà dell’integrazione, la difficoltà di imparare una lingua, di trovare una casa, il razzismo che ho vissuto sulla mia pelle, più in Italia che in Germania, perché ero scuro di pelle, mi prendevano per marocchino. A un certo punto ho capito che non bisognava soltanto avere nostalgia o piangersi addosso, ho capito che bisognava avere la forza di trasformare questa esperienza da ferita in ricchezza ed è successo un pomeriggio in Germania, all’improvviso, riflettendo mentre i miei studenti facevano un esercizio: se per i tedeschi ero semplicemente uno straniero, per gli altri stranierei un italiano, per gli italiani un meridionale o terrone, per i meridionale un calabrese per i calabresi un arbëresh e quando tornavo nel mio paese arbëreshë, ero un germanese, oggi sono un trentino: è tornato il professore trentino.
Per qualcuno addirittura ancora oggi sono uno sradicato perché molti pensano che chi parte è uno sradicato, ma tutti noi sradicati siamo come gli altri, non potremmo vivere senza radici, più o meno consapevolmente tutti noi abbiamo le radici e le radici più profonde sono affondate nella lingua madre, almeno così è per me e quando ho fatto questa riflessione mi sono chiesto chi sono io: Carmine Abate la sintesi di tutte queste cose sono italiano meridionale terrone calabrese arberesh e non è vero che sono uno sradicato ma è vero il contrario e io ho più radici sotto i miei piedi, sono nate in tutti i posti in cui ho vissuto, nuove radici e queste radici non sono affondate nel terreno come quelle originarie, sotto i piedi sono nate nuove radici sono radici volanti come quelle dei ficus e per noi sono importanti le nuove radici e io ho deciso di curare non solo le radici originarie ma anche le nuove e da quel giorno ho deciso, facendo anche grandi sforzi, di vivere per addizione che vuol dire non dover scegliere per forza tra nord e sud.

Giusi R.

Dopo averci fatto fare un salto nell’Ottocento con La giostra dei fiori spezzati (qui la recensione) è tornato, alla libreria Ubik di Monterotondo, Matteo Strukul per presentare un nuovo capitolo della saga di Mila Zago. Eroina contemporanea, bounty killer del nord-est padano, Mila continua a sorprendere i suoi lettori in Cucciolo d’uomo – la promessa di Mila, terzo romanzo della serie, che segue La ballata di Mila e Regina nera. La giustizia di Mila.
Ma partiamo dall’inizio con La ballata di Mila

La ballata di Mila, Matteo Strukul

 

La ballata di Mila
Matteo Strukul
Edizioni E/O
Collana: Sabot/age
ISBN: 9788866320166
Pagine: 224
Data di pubblicazione: 24 agosto 2011
prezzo di copertina 17,00 Euro
Disponibile in eBook

 

Mila Zago è cresciuta inseguendo la sua vendetta, educata dal nonno che l’ha istruita allenata sostenuta, ora è pronta ad affilare le lame, per affrontare e distruggere chi le ha cancellato l’infanzia. L’autore ce la presenta in tutta la sua fisicità.

Mila è uno schianto: statura media, dreadlock rossi, occhi verdi, bella da mozzare il fiato, spietata da averne terrore.

Il personaggio di Mila Zago esordisce in libreria nel luglio del 2011 con il titolo La ballata di Mila, primo romanzo della serie e primo di Matteo Strukul, a inaugurare la collana Sabot-age della casa editrice E/O. Il romanzo, semifinalista al Premio Scerbanenco 2011, ha vinto il Premio speciale Valpolicella 2011.

La copertina del libro, su uno sfondo rosso sangue, riporta l’immagine di una ragazza con lunghi dreadlock rossi, gli occhi chiusi ad aspettare la morte e una pistola puntata alla nuca. Un ritratto che la lettura del libro ribalterà del tutto.
Alla narrazione lineare dei fatti si alterna il diario/confessione di Mila in una sorta di flash back. L’espediente consente al lettore di conoscere l’evoluzione di una bambina, figlia di un investigatore di polizia, che si trasforma in killer spietata, dopo l’uccisione del padre e lo stupro subito da parte degli assassini.
La gang criminale di Rossano Pagnan deve contendersi il territorio del nord est italiano con la mafia cinese dei Pugnali parlanti di Guo Xiaoping in una sorta di duello all’ultimo sterminio, ma i due criminali non hanno messo in conto la vendetta di Mila, preparata in anni di lunghi estenuanti e fruttuosi allenamenti. Le azioni procedono a ritmo incalzante che non concede tregua, come il piano di vendetta di Mila, organizzato nei minimi dettagli. Azione e diario si alternano con ritmi e stili distanti e distante dalla Mila vendicatrice appare la Mila che si narra alla Dottoressa Chiara Berton.
La lingua del racconto di pura azione è quella dei fumetti, fatta di iperbole, ironia, grottesco in un incrocio di pulp, western, horror, noir. L’intento è far emergere i personaggi fumettistici dallo stereotipo, per tentare di abitare la realtà. Il romanzo è narrato da Strukul con uno stile che riproduce scenari e tecniche cinematografiche. L’autore ricorre a tagli netti, crude sequenze mozzafiato, onomatopee, attinge al pulp letterario e filmico di Joe Lansdale e Quentin Tarantino là dove le situazioni, anche più cruente, sono stemperate da una gradazione ironica, di denuncia critica nei confronti di una società in cui convivono e spesso si spalleggiano criminalità e legalità.
Strukul utilizza sequenze velocissime da road-movie e proprio la colonna sonora del film Easy Rider di Dennis Hopper, ritroviamo citata nell’explicit del romanzo:

La voce bassa e piena di John Kay cominciò a far rotolare le prime parole di Born to be wild nell’abitacolo.

Incipit
Chen strinse gli occhi. Due fessure sottili su cui gocciolava liquido rosso. Dai tagli profondi sulla fronte il sangue scendeva creando un velo che gli offuscava lo sguardo.
Una promessa di morte.

Il passaggio da ricordare

Un istinto strano si fece largo un po’ alla volta.
L’istinto di un predatore.
Rimasi in silenzio per un anno intero. Ai miei nonni parlavo con lo sguardo. Loro rispettavano il mio dolore.

pregio il ritmo
principio attivo la vendetta
essenza magica la perseveranza
controindicazioni sconsigliato ai deboli di stomaco

 

Cucciolo d'uomo - la promessa di MilaCucciolo d’uomo – la promessa di Mila
Matteo Strukul
Edizioni E/O
Collana: Sabot/age
Area geografica: Autori italiani
ISBN: 9788866326090
Pagine: 192
Data di pubblicazione: 22 aprile 2015
prezzo di copertina 16,00 euro

Libreria Ubik di Monterotondo

Matteo Strukul

I tre libri della serie di Mila

A condurre l’incontro Chiara Calò

Se La ballata di Mila era rock, l’ultimo capitolo della saga di Mila Zago può dirsi un’opera lirica. Come è nata Mila Zago? Che donna è?

Mila Zago nasce dalla mia riflessione di lettore sulla mancanza, nella narrativa italiana noir o pulp, di un personaggio femminile che fosse protagonista assoluta e non comprimaria di una figura maschile predominante, una donna ancorata alla territorialità in cui riconoscersi e che mi appartiene personalmente. C’erano le solite dark Lady, più che altro stereotipi dei modelli americani, seducenti e malefiche e quindi ho pensato di rovesciare questo modello. Alla fine penso che Mila rappresenti molte delle donne italiane, anche se l’invenzione è qualcosa che va oltre la realtà. Le donne sono più interessanti da raccontare perché riservano molte più contraddizioni.

La buona legge di Maria Sole, Luigi Romolo Carrino

La buona legge di Maria Sole

Due personaggi come Mila o Maria Sole, di Luigi Romolo Carrino ne La buona legge di Mariasole, altro romanzo della collana Sabot-age, ma ambientato a Napoli, rappresentano due donne molto forti. Il luogo, l’ambientazione, dà identità e io voglio avere un romanzo fortemente identitario e credo che le culture si raccontino anche attraverso i luoghi. L’Italia è un insieme di tante culture. La marcia in più per me è stata quella di ancorare la storia all’elemento del reale anche se non voglio che il reale cancelli l’aspetto dell’invenzione.

Cucciolo d’uomo – la promessa di Mila racconta realtà terribili di cui conosciamo l’esistenza ma non ce ne interessiamo: parlo delle baby factory.

Matteo Strukul

Matteo Strukul

E’ evidente che il tema dei profughi è attuale e di dominio pubblico, ma nel racconto fatto dai media viene occultata la parte dell’attività criminale:“McMafia” è stato definito. Alcune mafie, come quelle nigeriane, che analizzo nel libro, sfruttano questo esodo per fare consegnare bimbi o donne alle attività criminali, comprese le attività di adozione illegale.
Un bambino di colore, a cui è stato tolto l’uso della parola, è la forza incredibile che muove in Mila il suo istinto materno e il motivo scatenante per cui ho voluto raccontare questa storia.

Quali sono stati i tuoi esordi da lettore?

Matteo Strukul

firma copie

Ho iniziato con l’Iliade, e il personaggio che amo di più è Aiace il Telamonio, una figura di guerriero romantico che mi è rimasta addosso. Dopo aver letto I tre moschettieri sono rimasto fedele a quel modello, infatti i tre romanzi della serie dedicata a Mila si rifanno ai tre romanzi di Alexandre Dumas legati alle avventure dei moschettieri. In seguito ho letto tutta la letteratura per ragazzi. E poi Shakespeare, Shiller, Ibsen.
In questo romanzo ho inserito Tolstoj citando il cane Bulka un personaggio delle sue fiabe.
Recentemente ho adorato Nicolaj Lilin un autore che invece di buttarsi nell’autobiografismo ha creato un mondo che prima non c’era.

L’autore

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in legge, è dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti. Scoperto dallo scrittore Massimo Carlotto, è ideatore e fondatore di Sugarpulp e collabora con «Il Venerdì di Repubblica» e altre riviste e quotidiani. Nel 2011 ha pubblicato nella Collezione Sabot/age delle Edizioni E/O La ballata di Mila, cui ha fatto seguito nel 2013 Regina nera. Nel 2014 è uscito La giostra dei fiori spezzati (Mondadori). Cucciolo d’uomo è il suo quarto romanzo. La saga di Mila è stata opzionata per il cinema ed è in corso di pubblicazione in quindici Paesi nel mondo fra cui Usa, Regno Unito, Canada, Australia, India e Nuova Zelanda. Matteo vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova e Berlino. Il suo sito internet è: www.matteostrukul.com.

(dal sito della casa editrice E/O)

Giusi R.

È sempre un piacere incontrare alla Ubik di Monterotondo gli autori più gettonati, dai lettori e dai librai
Valentina Nardoni ha presentato i romanzi di Domenico Dara e Piergiorgio Pulixi, rigorosamente in ordine alfabetico, come due libri e due generi completamente diversi. Gli stessi protagonisti, sono figure del tutto opposte.

Domenico Dara, Piergiorgio Pulixi

Foto ©Mestierelibro

Breve trattato sulle coincidenze, Nutrimenti edizioni, romanzo ambientato in Calabria nel 1969, ha per protagonista un postino, uomo solitario che ha difficoltà a rapportarsi con le donne ma con il dono di imitare le grafie altrui. Per lui si tratta di “registrare, in forma di coincidenze, le epifanie del Caso”. Ne conosceremo il nome e il suo particolare significato solo all’ultima riga del romanzo.

Domenico Dara, Breve trattato sulle coincidenze

Piergiorgio Pulixi, Valentina Nardoni, Domenico Dara

Il canto degli innocenti, Edizioni e/o, invece, mette in scena un nuovo commissario di polizia, Vito Strega, un personaggio che, a differenza del postino, “strega” le donne che gravitano intorno a lui. Primo romanzo del progetto I canti del Male: una saga composta da tredici thriller che promettono coinvolgimento e riflessione.

La presentazione inizia con il romanzo di Domenico Dara

Domenico Dara

Domenico Dara

Breve trattato sulle coincidenze è un romanzo ambientato nel momento storico dello sbarco sulla luna, all’interno di un microcosmo, il piccolo paese calabrese di Girifalco, dove la narrazione gioca sull’intreccio di storie e personaggi che si attraggono l’un l’altro. Un vero studio antropologico sulla realtà calabrese che sottolinea l’importanza della figura della donna.

I paesani, le mogli, le madri si nascondono dietro le persiane per chiacchierare del tempo dei sogni, dell’amore e per nascondere segreti importanti. È ancora così?

Non posso parlare della donna se non inizio dal protagonista e dal suo particolare modo di guardare le donne in una società profondamente matriarcale dove la figura femminile è declinata in tutte le sue sfumature. Il postino è un voyeur, sia esistenziale che erotico. Per lui le donne sono da guardare da lontano, non sopporta il contatto umano. Un comportamento verso il mondo che dà centralità alla vista.

Il postino sa tutto del paese e si muove al suo interno per conoscerne il passato, il presente e cambiare il futuro. Il postino è una figura molto colta. Quanto c’è di reale in lui? Il personaggio è ispirato a una figura mitologica e letteraria in particolare?

Domenico DariaDi reale c’è poco. Il riferimento alla mitologia greca è chiaro. Il postino è Ermes: il tramite di comunicazione tra terreno e divino. Il postino è un demiurgo con compiti analoghi a un dio creatore e ordinatore anche se, aprire leggere e modificare le lettere indirizzate ai cittadini è intrufolarsi nelle vite altrui. Il problema del libro era rendere il postino un personaggio positivo, nonostante questa sua presunzione. Per farlo occorreva renderlo un giustiziere, in questo modo, infervorati dalla ricerca di giustizia, possiamo dimenticare la sua colpa. Scopriamo il suo nome solo alla fine del libro perché non è un nome usuale e ha un suo significato che spiega molte cose e ci spinge a rileggere il libro. E allora ci si chiede: ma questo postino è un personaggio reale o un’entità; è il destino che si è personificato nel postino, è un elemento del compiersi in un destino? Il libro offre diversi livelli di lettura.
Quello politico/sociale che si personifica in Ciccio il rosso, l’istanza politica del libro, che lotta contro il sindaco per impedire l’apertura della discarica e arriva a scrivere una lettera a Enrico Berlinguer.
L’aspetto amoroso, che è fondamentale. La prima lettera che incuriosisce il postino è una lettera senza mittente, con un sigillo di ceralacca e un mistero nascosto. È una lettera d’amore, e lui sa riconoscere le lettere d’amore.
La ricerca del senso. Il postino è assillato dal senso della vita e della venuta al mondo. A lui piace la fiaba di Pollicino, lo affascinano quei sassolini bianchi che indicano la via da percorrere, e si chiede se quei sassolini non siano coincidenze che ci indicano la strada.
L’uso della lingua, un misto di italiano e calabrese. Ho impiegato nove anni per scrivere il libro e tre anni sono serviti solo per curare l’aspetto linguistico del libro, per rendere la lingua fruibile dal pubblico.

 La parola passa a Piergiorgio Pulixi e al suo Il canto degli innocenti

Piergiorgio Pulixi, Il canto degli innocentiPer appartenenza al genere vorrei dire che le coincidenze non esistono ma ascoltando Domenico penso che nella mia vita ce ne siano state molte, non come coincidenze in quanto tali, ma perché credo che le persone si influenzino, credo nella loro energia.

Questo è il primo libro di una serie che ha per protagonista il commissario Vito Strega. Le sue donne sono tutte in carriera, diverse dalle donne calabresi che racconta Domenico. Come hai lavorato per la costruzione dei personaggi nella storia?

Nell’ambiente maschilista in cui lavora, Vito Strega sente un disagio nel rapporto fra i suoi colleghi e qui trovo alcune similitudini con il postino, ma quando interviene lui, a differenza del postino, il destino ha già fatto il suo corso. Se lui non fosse già circondato da molte figure femminili, le cercherebbe perché quasi inconsapevolmente desidera la presenza delle donne per alleviare il peso del lavoro e dei suoi tormenti. Fra le donne c’è anche una gatta nera e gelosa, Sofia, lei si è presentata da sola e non se ne è più andata, è autonoma come tutti i gatti. Non è lei ad avere bisogno di Vito, ma il contrario.

Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi

Incuriosisce che lui vada ad indagare non solo nelle famiglie delle vittime ma anche degli assassini, che sono tutti ragazzini.

Si, gli omicidi avvengono tutti per mano di adolescenti fra i 14 e i 16 anni, tutti con la stessa modalità. La particolarità di questi omicidi è che i ragazzi/carnefici non scappano mai dalla scena del crimine. Le ipotesi per spiegare questo comportamento anomalo sono molte. Si pensa a una sorta di ribellione collettiva, a un ideale, ma il punto focale è la famiglia. L’adolescenza è un momento di crescita molto particolare che corrisponde a un periodo di crisi, difficile da superare. In questi tempi di crisi sociale e famigliare, che vede spesso i genitori perdere il lavoro, gli adolescenti non hanno punti di riferimento sicuri, e visto che non hanno più un faro che li guidi e li sostenga, se lo vanno a cercare, o lo creano sul web. La loro alienazione tracima in questo mezzo pericoloso, se non controllato, un romanzo sulla transizione fra gli adolescenti e il mondo degli adulti. L’argomento dei possibili pericoli del web crea un legame con il mio romanzo precedente “L’appuntamento“.

Rispetto ai videogiochi, alla dipendenza, all’alienazione e al rapporto con un mondo virtuale ripensando proprio al tuo precedente romanzo, “L’appuntamento”, tu frequenti qualche videogioco?

Esistono videogiochi simili a quelli che racconto, li ho frequentati per scrivere il libro. I videogiochi hanno una drammaturgia in cui tu sei il protagonista e dal punto di vista narrativo sono molto coinvolgenti e ti permettono di allontanare tutte le ansie della vita. Nei videogiochi on-line ci sono 2 identità: quella virtuale e quella reale. Questo tema del doppio è molto affascinante ma anche pericoloso, perché i ragazzini del romanzo hanno perso il contatto con la realtà.

È un gioco psicologico in cui questi giovani omicidi agiscono in modo inconsapevole. Il racconto condotto sul doppio piano, psicologico e dell’azione/indagine rende questo romanzo ancora più coinvolgente.

In qualche modo i romanzi polizieschi/thriller hanno lo scopo di far sfogare le ansie ed esorcizzarle. Rispetto al burattinaio spesso per combattere le ansie della vita devi affidarti a qualcuno più grande di te. Questi ragazzi hanno creato qualcosa che dia ragione alle ansie, una sorta di religione che li aiuti a fare un po’ di giustizia nelle loro vite. E lo fanno nel modo sbagliato.

Piergiorgio Pulixi, Il canto degli innocenti

Piergiorgio Pulixi

Ultima domanda: Biagio Mazzeo o Vito Strega: chi sarà il protagonista del prossimo libro?

A ottobre torna Biagio perché la vendetta è donna e chiede di essere soddisfatta.

Titolo: Per sempre.

Il prossimo di Domenico?

Tra nove anni…! Non dedico alla scrittura un tempo definito.

Quando scrivo, dice Piergiorgio, una storia per me diventa un’ossessione e non smetto finché non viene pubblicata. Solo allora mi do pace altrimenti continuo a lavorare. È così anche per te?

Io ho questo modo di scrivere: non lavoro su un libro. Ogni storia ha un quaderno. Ogni giorno se trovo uno stimolo, una lettura, una conoscenza che riguarda quella storia, la scrivo sul suo quaderno. Così ogni storia si costruisce a tasselli.
Inoltre c’è uno sfasamento fra i libri già pubblicati, quelli di cui stiamo parlando questa sera e che appartengono al passato, mentre noi siamo ossessionati da altri personaggi, quelli su cui stiamo ancora lavorando.

Piergiorgio Pulixi ha voluto inoltre ricordare l’antologia Nessuno ci ridurrà al silenzio.

La Fondazione ONLUS Attilia Pofferi ha voluto creare questa antologia con lo scopo di divulgare la consapevolezza verso il problema amianto, apparentemente rimosso dalla coscienza collettiva, ma tutt’ora presente, tramite un’opera letteraria. All’invito a partecipare hanno aderito scrittori di altissimo livello, gratuitamente. Maurizio de Giovanni ha voluto esserne il curatore e ci è stato, e ci è sempre, molto vicino. I fondi che raccoglieremo saranno impiegati per premi di laurea, borse di studio e altro, da erogare a giovani laureati, per studi nel campo delle malattie provocate dall’amianto. Il libro è in vendita nelle librerie di tutta Italia, costa 13 euro, è composto da 11 racconti originali e 4 testimonianze. Anche gli scrittori che vi hanno partecipato , avendo letto anche i racconti degli altri, ne sono rimasti soddisfatti.
Gli scrittori che hanno partecipato sono:
Alessandro Berselli, Massimo Carlotto, Maurizio de Giovanni, Angelo Ferracuti, Lorenza Ghinelli, Jacqueline Monica Magi, Federico Pagliai, Alberto Prunetti, Piergiorgio Pulixi, Patrizia Rinaldi, Giampiero Rossi. Testimonianze di Luca Cavallero,e interviste di Paolo Lihedom e Valentina Vettori (a cura di Alberto Prunetti) e di Alberto Vivarelli (a cura di Valentina Vettori).

Nessuno ci ridurrà al silenzioDalla quarta di copertina

La Polvere entra nei polmoni e sconvolge la vita di donne e uomini. Poco importa se è quella che brucia per le esalazioni degli incendi della Terra dei Fuochi o quella che proviene dalla lavorazione dell’amianto nelle fabbriche. Si insinua nelle viscere del tuo corpo per distruggerlo, con calma, senza fretta. Ma prima o poi si deve fare i conti con la Polvere che proviene da tanti anni vissuti in una fabbrica, semplicemente per lavorare e per portare i soldi di uno stipendio a casa. Sono storie di vita e dolore quelle che gli scrittori di quest’antologia ci raccontano. I protagonisti sono uomini e donne semplici, lavoratori, casalinghe, bambini che hanno avuto la sfortuna di frequentare un luogo maledetto, una fabbrica di amianto o una campagna usata dalla criminalità organizzata per sversare rifiuti tossici. Ma a distanza di tanti anni c’è chi non dimentica e chi decide di non tacere…

Giusi R.