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Lo abbiamo atteso e finalmente dal 13 aprile è in libreria LA VITA A ROVESCIO terzo romanzo di Simona Baldelli, Giunti Editore. Dopo Evelina e le fate (qui l’intervista) e Il tempo bambino, il 29 aprile Simona Baldelli presenterà alla libreria Ubik di Monterotondo questo suo terzo romanzo.

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Simona Baldelli

La vita a rovescio

  • Collana: Scrittori Giunti
  • Dimensione: 14×21.5cm
  • Lingua: Italiano
  • ISBN – EAN: 9788809819498
  • Prima edizione: aprile 2016
    416 pagine
Disponibile anche: eBook

Il booktrailer  

Roma, anno 1735. Né ricca, né bella, il volto sfigurato dal vaiolo, Caterina Vizzani ha quattordici anni ed è convinta di essere nata a rovescio: ama lavorare nella falegnameria del padre, detesta il cucito e le altre occupazioni femminili, e il pensiero di sposarsi la terrorizza. Ma proprio a scuola di ricamo incontra Margherita, la figlia di un avvocato molto vicino al Papa, che la conquista leggendole le meravigliose avventure di Bradamante, la donna cavaliere dell’Orlando innamorato.

L’AUTRICE

simona-autore-baldelli-autore-N8U3XVDXSimona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito nella narrativa nel 2013 con Evelina e le fate romanzo finalista al Premio Calvino 2012 e vincitore Premio John Fante opera prima. Nel 2014 ha pubblicato, sempre per Giunti, il suo secondo romanzo, Il tempo bambino. La vita a rovescio è il suo terzo romanzo uscito nel 2016.

Vi aspettiamo in libreria

Giusi R.

Riprendo il discorso su questo libro, iniziato qui il 18 ottobre 2015, approfittando dell’incontro con l’autore Carmine Abate presso la libreria Ubik Monterotondo, un incontro atteso, all’altezza delle aspettative.

LA FELICITÀ DELL’ATTESA

«Il primo a partire fu Carmine Leto, il nonno paterno di cui porto il nome.»

Carmine Abate, la felicità dell'attesaMondadori

Scrittori Italiani e Stranieri 2015

Narrativa moderna e contemporanea

ISBN 9788804658030

360 pagine 19,00

15,5 x 23,3 cm   Brossura con alette

In vendita dal 13 ottobre 2015

ebook-disponibile     Leggi il primo capitolo

Il biglietto da visita di un libro è il titolo e questo libro è racchiuso nelle quattro parole del titolo La felicità dell’attesa, dove l’attesa è la felicità di credere nel futuro, in una promessa di cambiamento.

L’epigrafe, la soglia di ingresso del libro, si schiude al pensiero di Sant’Agostino e ne va a spiegare il titolo:

I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa.
Sant’Agostino, Le confessioni, libro XI

Dice Carmine Abate che l’attesa è la felicità del futuro, tutti i personaggi che animano il libro hanno negli occhi “la felicità dell’attesa”, hanno questa attenzione interiore, tesa caparbiamente verso il futuro. Quindi felicità dell’attesa come nostalgia del futuro, non nostalgia del passato.

Il primo a partire fu Carmine Leto, il nonno paterno di cui porto il nome.

Incipit perfetto, breve, condensato, illuminante, in quindici parole ci racconta il tema del romanzo.

Incipit come inizio, e l’inizio di questa storia è una partenza, la prima, a cui ne seguiranno altre, lunghe quattro generazioni. A narrarle sarà il nipote omonimo di quel Carmine Leto che per primo primo lasciò il paese di Hora, la Calabria e l’Italia per raggiungere la Merica bona, una terra lontana, diversa, difficile, dura, ma dove tutto può essere possibile, anche diventare campione di boowling o sposare una mericana di colore e portarla in Calabria, o ancora conoscere una donna bellissima, con un neo sulla guancia che si chiama Norma Jean.
È il 13 maggio del 1903 e Carmine Leto, si imbarca per raggiungere la Merica Bona. Con lui si imbarcano Concetta Fuoco, vedova di Francesco Varipapa, insieme ai suoi tre figli, il più grande, Andrea, sarà protetto da Carmine e la sua storia si intreccerà con quella della famiglia Leto. La partenza è legata alla necessità di un lavoro, a una stabilità economica che la Calabria di inizio Novecento e il piccolo paese di Hora non potevano garantire. La Merica Bona è il miraggio, l’Eldorado, il paese ricco e non conta la durezza del viaggio, la fatica del lavoro, perché l’accoglienza della comunità italiana consente di raggiungere la concretezza economica e il ritorno in patria. Obiettivo vanificato quando Carmine, tornato a Hora, si scontrerà non più con la mancanza di lavoro, ma con la realtà sociale della sua terra: la legge del più forte, l’omertà, la violenza, che porteranno alla seconda partenza, quella del figlio Jon e questa volta l’obiettivo sarà la vendetta. Ma Jon partirà ancora, e sarà per amore. Solo la terza volta Jon partirà per lavoro.

Una saga che si dilata in un secolo di storia personale e collettiva. I capitoli si alternano saltando da un passato ruvido a un presente sospeso nell’attesa, dove i personaggi sono al servizio del tempo e si muovono all’interno di spazi distanti fra loro per chilometri e culture, luoghi che si chiamano Hora o New York o Australia. La lingua italiana si alterna all’arbëresh, l’albanese “anticario”, la lingua “segreta”, parlata dai profughi che arrivavano in Italia dall’Arbërìa alla fine del ‘400, in fuga dall’occupazione ottomana.

In un momento storico in cui l’Italia è diventata meta di popolazioni che fuggono dalla guerra e dalla miseria e l’accoglienza è termine di scontro ideologico, Carmine Abate ritorna indietro con la memoria e ci racconta il tempo in cui erano gli italiani, senza lavoro e senza futuro a imbarcarsi e affrontare lunghi viaggi in condizioni disperate, dove l’amicizia si propone come unico aiuto per una speranza di riscatto.

INCONTRO CON L’AUTORE, libreria Ubik Monterotondo

Carmine Abate ci racconta il suo libro a partire da Andrea Varipapa, personaggio realmente esistito, imbarcato a dodici anni per l’America, poi diventato il più grande giocatore e campione di bowling di tutti i tempi.

carmine Abate, la felicità dell'attesaIn realtà nella mia prima idea del romanzo Andy Varipapa non c’era. Volevo scrivere una storia romanzesca un po’ inventata e un po’ vera, raccontando tutte le migrazioni della mia famiglia, a partire da nonno Carmine, non ovviamente Carmine Leto ma Carmine Abate di cui io porto il nome, senonché una storia non si lascia ingabbiare in percorsi precostituiti, una storia va dove vuole, ti ossessiona, ti insegue, ti anticipa e proprio nel momento in cui avevo iniziato a raccogliere informazioni su nonno Carmine, è sbucato fuori dal nulla, perché nessuno in paese ne sapeva qualcosa, Andy Varipapa.
Andrea Varipapa, Andy “the Greek” è uscito fuori da un articoletto sul «Crotonese» scritto da Michele Abate, un mio parente. Quando sono andato la prima volta in America, invitato a tenere delle conferenza nelle università americane dopo il Campiello, ho cercato le tracce di nonno Carmine, e sono andato anche alla ricerca di quelle di Andy. Lui ha avuto la stessa vita di molti emigranti. Quando è partito, a dodici anni e due mesi, era già un uomo in grado di lavorare. Ha iniziato subito come macellaio, ha provato a fare il pugile, a giocare a baseball poi, durante la crisi del 29 lo ha salvato uno di Carfizi, una uomo carismatico, lungimirante, che era stato sindaco del paese. Solo quando Andy inizierà a giocare a bowling entrerà nella storia come campione, girerà molti film a Hollywood interpretando se stesso. Il bowling è un po’ la metafora della vita come la intendeva lui: quello che conta nella vita è la preparazione. A me interessava il bowling non solo come metafora di un semplice gioco, ma anche per raccontare un’emigrazione di successo. L’emigrazione non è solo sofferenza, non è solo ferita, può essere anche ricchezza. Avrei potuto scrivere un romanzo su Andy ma sarebbe diventata una geografia anche troppo elogiativa, invece lui è uno dei tanti personaggi, uno però che ha realizzato il sogno americano.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaAnche la vita di Jon Leto è un romanzo nel romanzo, perché seguendo Andy nei suoi viaggi si imbatte in questa donna bellissima di cui si innamora. “Ogni volta che si apriva al sorriso il neo andava su e giu…”
Succede che i due giovani si raccontano a vicenda, lui racconta le sue ferite, lei del padre che non ha mai conosciuto. Era convinta che fosse Clark Gable, come le aveva detto la madre. Anche Jon aveva i baffi alla Glarke Gable, com’era di moda, gli assomigliava anche e lei quando vede questo giovane così simile al suo idolo se ne innamora. Il loro innamoramento nasce sul dolore dell’assenza.

Questo romanzo parte proprio da Hora e dall’Arbëresh, l’albanese “anticario”, perché per uno scrittore che scrive in Italiano la madre lingua è importantissima. Io e quelli della mia generazione non conoscevamo nemmeno una parola di italiano, fin quando non siamo andati a scuola. Sono nato nell’anno della televisione, però non c’erano televisori e al paese l’unica lingua che si sentiva era quella cantata: il napoletano con le sue canzoni. Il primo giorno che sono andato a scuola ero convinto di imparare il napoletano. In poco tempo invece abbiamo imparato l’italiano ma i maestri ci davano le bacchettate se parlavamo arbëresh, come ho raccontato nel “Ballo tondo” ed erano maestri arbëresh e molti di loro non hanno insegnato l’ arbëresh ai propri figli convinti che se i bambini avessero imparato l’arbëresh non avrebbero imparato bene l’italiano. Scrivo in italiano perché nessuno mi ha insegnato a leggere e scrivere arbëresh, noi siamo stati tutti scolarizzati in lingua italiana.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaPoi si è cominciato a capire che se perdi la tua lingua perdi te stesso e una madrelingua è la tua lingua, la lingua della mamma, la lingua in cui vostra madre vi ha parlato mentre eravate nel suo grembo e noi la nostra lingua la definiamo La lingua del cuore, a indicare che questa madrelingua è quella più radicata dentro di te nel profondo del tuo cuore. A scuola poi abbiamo imparato La lingua del pane che è altrettanto importante: cuore e pane, la lingua che ci ha dato da mangiare che ci ha fatto lavorare, che per mio nonno è stato il mericano più che l’inglese per mio padre il germanese più che il tedesco e per me è stato l’italiano e un po’ il tedesco. Tutto quello che per gli insegnanti doveva essere un ostacolo io l’ho trasformato in fortuna. Nei libri inevitabilmente le parole di queste lingue si impigliano sulla pagina. Nel mio primo libro Il ballo tondo volevo scrivere in italiano e ogni tanto entrava, anzi si impigliava sulla pagina una parola arbëresh. Poi con l’età ho capito come mai queste parole si impigliavano nella pagina, l’ho capito con La festa del ritorno. Mentre scrivevo del rapporto fra me bambino e mio padre emigrato, si è impigliata una parola, varrancaro, che viene dalla parola spagnola barranca che vuol dire burrone. Varrancaro vuol dire bambino che sta dalla mattina alla sera fuori a giocare nei burroni, a cercare more, a giocare con il proprio cane, e poi torna a mezzogiorno a casa, mangia un pezzo di pane, esce e ritorna al tramonto. Appena questa parola si è impigliata io l’ho tirata a galla come se fosse un’esca viva Queste sono le parole arbëresh, delle esche che tirano a galla le storie e in quel caso ho scoperto che quella parola si era tirata tutta la mia infanzia, tutta la mia infanzia felice malgrado tutto. Non potevo fingere di fronte alle parole, ero stato un bambino libero e felice Queste parole sono più importanti di quello che il lettore può immaginare, di quello che io potevo immaginare. Sono vermicelli vivi che tirano a galla delle storie e questo mi ha fatto capire un’altra cosa, che la vita viene prima delle storie.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaShirley invece è il personaggio mericano. E’ proprio Mericana Mericana. Intanto è scura, la chiamano la Nigra. Il marito Carmine spiega che è una mulatta, figlia di un biondizzo come a mia e di una nivurella. Shirley era convinta di arrivare in un paese bellissimo, come lo aveva dipinto il marito, aveva appena iniziato a imparare l’italiano quando capisce che nel paese si parla un’altra lingua e Carmine le spiega l’origine della lingua albanese.

Quando furono invitati alla festa di matrimonio di un parente, la Mericana restò a vuccaperta: dietro la sposa regina, le donne sfilavano in corteo con costumi scintillanti e antichi, che le facevano sembrare tante principesse. «Questa è la coha di gala. Qui le fimmine, almeno sul vestire, sono tutte uguali. Altro che Novayorka!»

Negli anni venti tutte le donne indossavano la coha di gala e Shirley resta colpita dalla bellezza degli abiti e attraverso la cultura comincia a innamorarsi del paese.

Forse la cosa più bella dei nostri paesi e la cosa che mi manca di più è il fuoco di Natale perché mi ricorda l’infanzia. Da bambini andavamo in giro per il paese con una carriola a raccogliere la legna, uscivano le donne, ci davano i ciocchi e poi si accendeva il fuoco che ha un grande valore simbolico perché attorno a questo fuoco ci si scambiano gli auguri di Natale e tutta la comunità è unita e le cose più belle le ho sentite durante la notte di Natale, il fuoco alle spalle, il calore, l’amico con cui bevi oppure le patate che si mangiano al mattino quando il fuoco diventa brace, e fin quando tutto questo ci sarà nella realtà, ci sarà anche nei miei libri.

Carmine Abate, La felicità dell'attesaHo scritto un libro che si chiama Vivere per addizione e altri viaggi in cui ho raccontato un po’ più teoricamente quello che racconto narrativamente ne La felicità dell’attesa, ovvero il percorso lungo e doloroso di una famiglia di emigranti e della ferita che si apre dentro di loro, la ferita della partenza. Vivono all’estero con tutti gli altri emigranti la difficoltà dell’integrazione, la difficoltà di imparare una lingua, di trovare una casa, il razzismo che ho vissuto sulla mia pelle, più in Italia che in Germania, perché ero scuro di pelle, mi prendevano per marocchino. A un certo punto ho capito che non bisognava soltanto avere nostalgia o piangersi addosso, ho capito che bisognava avere la forza di trasformare questa esperienza da ferita in ricchezza ed è successo un pomeriggio in Germania, all’improvviso, riflettendo mentre i miei studenti facevano un esercizio: se per i tedeschi ero semplicemente uno straniero, per gli altri stranierei un italiano, per gli italiani un meridionale o terrone, per i meridionale un calabrese per i calabresi un arbëresh e quando tornavo nel mio paese arbëreshë, ero un germanese, oggi sono un trentino: è tornato il professore trentino.
Per qualcuno addirittura ancora oggi sono uno sradicato perché molti pensano che chi parte è uno sradicato, ma tutti noi sradicati siamo come gli altri, non potremmo vivere senza radici, più o meno consapevolmente tutti noi abbiamo le radici e le radici più profonde sono affondate nella lingua madre, almeno così è per me e quando ho fatto questa riflessione mi sono chiesto chi sono io: Carmine Abate la sintesi di tutte queste cose sono italiano meridionale terrone calabrese arberesh e non è vero che sono uno sradicato ma è vero il contrario e io ho più radici sotto i miei piedi, sono nate in tutti i posti in cui ho vissuto, nuove radici e queste radici non sono affondate nel terreno come quelle originarie, sotto i piedi sono nate nuove radici sono radici volanti come quelle dei ficus e per noi sono importanti le nuove radici e io ho deciso di curare non solo le radici originarie ma anche le nuove e da quel giorno ho deciso, facendo anche grandi sforzi, di vivere per addizione che vuol dire non dover scegliere per forza tra nord e sud.

Giusi R.

Dopo averci fatto fare un salto nell’Ottocento con La giostra dei fiori spezzati (qui la recensione) è tornato, alla libreria Ubik di Monterotondo, Matteo Strukul per presentare un nuovo capitolo della saga di Mila Zago. Eroina contemporanea, bounty killer del nord-est padano, Mila continua a sorprendere i suoi lettori in Cucciolo d’uomo – la promessa di Mila, terzo romanzo della serie, che segue La ballata di Mila e Regina nera. La giustizia di Mila.
Ma partiamo dall’inizio con La ballata di Mila

La ballata di Mila, Matteo Strukul

 

La ballata di Mila
Matteo Strukul
Edizioni E/O
Collana: Sabot/age
ISBN: 9788866320166
Pagine: 224
Data di pubblicazione: 24 agosto 2011
prezzo di copertina 17,00 Euro
Disponibile in eBook

 

Mila Zago è cresciuta inseguendo la sua vendetta, educata dal nonno che l’ha istruita allenata sostenuta, ora è pronta ad affilare le lame, per affrontare e distruggere chi le ha cancellato l’infanzia. L’autore ce la presenta in tutta la sua fisicità.

Mila è uno schianto: statura media, dreadlock rossi, occhi verdi, bella da mozzare il fiato, spietata da averne terrore.

Il personaggio di Mila Zago esordisce in libreria nel luglio del 2011 con il titolo La ballata di Mila, primo romanzo della serie e primo di Matteo Strukul, a inaugurare la collana Sabot-age della casa editrice E/O. Il romanzo, semifinalista al Premio Scerbanenco 2011, ha vinto il Premio speciale Valpolicella 2011.

La copertina del libro, su uno sfondo rosso sangue, riporta l’immagine di una ragazza con lunghi dreadlock rossi, gli occhi chiusi ad aspettare la morte e una pistola puntata alla nuca. Un ritratto che la lettura del libro ribalterà del tutto.
Alla narrazione lineare dei fatti si alterna il diario/confessione di Mila in una sorta di flash back. L’espediente consente al lettore di conoscere l’evoluzione di una bambina, figlia di un investigatore di polizia, che si trasforma in killer spietata, dopo l’uccisione del padre e lo stupro subito da parte degli assassini.
La gang criminale di Rossano Pagnan deve contendersi il territorio del nord est italiano con la mafia cinese dei Pugnali parlanti di Guo Xiaoping in una sorta di duello all’ultimo sterminio, ma i due criminali non hanno messo in conto la vendetta di Mila, preparata in anni di lunghi estenuanti e fruttuosi allenamenti. Le azioni procedono a ritmo incalzante che non concede tregua, come il piano di vendetta di Mila, organizzato nei minimi dettagli. Azione e diario si alternano con ritmi e stili distanti e distante dalla Mila vendicatrice appare la Mila che si narra alla Dottoressa Chiara Berton.
La lingua del racconto di pura azione è quella dei fumetti, fatta di iperbole, ironia, grottesco in un incrocio di pulp, western, horror, noir. L’intento è far emergere i personaggi fumettistici dallo stereotipo, per tentare di abitare la realtà. Il romanzo è narrato da Strukul con uno stile che riproduce scenari e tecniche cinematografiche. L’autore ricorre a tagli netti, crude sequenze mozzafiato, onomatopee, attinge al pulp letterario e filmico di Joe Lansdale e Quentin Tarantino là dove le situazioni, anche più cruente, sono stemperate da una gradazione ironica, di denuncia critica nei confronti di una società in cui convivono e spesso si spalleggiano criminalità e legalità.
Strukul utilizza sequenze velocissime da road-movie e proprio la colonna sonora del film Easy Rider di Dennis Hopper, ritroviamo citata nell’explicit del romanzo:

La voce bassa e piena di John Kay cominciò a far rotolare le prime parole di Born to be wild nell’abitacolo.

Incipit
Chen strinse gli occhi. Due fessure sottili su cui gocciolava liquido rosso. Dai tagli profondi sulla fronte il sangue scendeva creando un velo che gli offuscava lo sguardo.
Una promessa di morte.

Il passaggio da ricordare

Un istinto strano si fece largo un po’ alla volta.
L’istinto di un predatore.
Rimasi in silenzio per un anno intero. Ai miei nonni parlavo con lo sguardo. Loro rispettavano il mio dolore.

pregio il ritmo
principio attivo la vendetta
essenza magica la perseveranza
controindicazioni sconsigliato ai deboli di stomaco

 

Cucciolo d'uomo - la promessa di MilaCucciolo d’uomo – la promessa di Mila
Matteo Strukul
Edizioni E/O
Collana: Sabot/age
Area geografica: Autori italiani
ISBN: 9788866326090
Pagine: 192
Data di pubblicazione: 22 aprile 2015
prezzo di copertina 16,00 euro

Libreria Ubik di Monterotondo

Matteo Strukul

I tre libri della serie di Mila

A condurre l’incontro Chiara Calò

Se La ballata di Mila era rock, l’ultimo capitolo della saga di Mila Zago può dirsi un’opera lirica. Come è nata Mila Zago? Che donna è?

Mila Zago nasce dalla mia riflessione di lettore sulla mancanza, nella narrativa italiana noir o pulp, di un personaggio femminile che fosse protagonista assoluta e non comprimaria di una figura maschile predominante, una donna ancorata alla territorialità in cui riconoscersi e che mi appartiene personalmente. C’erano le solite dark Lady, più che altro stereotipi dei modelli americani, seducenti e malefiche e quindi ho pensato di rovesciare questo modello. Alla fine penso che Mila rappresenti molte delle donne italiane, anche se l’invenzione è qualcosa che va oltre la realtà. Le donne sono più interessanti da raccontare perché riservano molte più contraddizioni.

La buona legge di Maria Sole, Luigi Romolo Carrino

La buona legge di Maria Sole

Due personaggi come Mila o Maria Sole, di Luigi Romolo Carrino ne La buona legge di Mariasole, altro romanzo della collana Sabot-age, ma ambientato a Napoli, rappresentano due donne molto forti. Il luogo, l’ambientazione, dà identità e io voglio avere un romanzo fortemente identitario e credo che le culture si raccontino anche attraverso i luoghi. L’Italia è un insieme di tante culture. La marcia in più per me è stata quella di ancorare la storia all’elemento del reale anche se non voglio che il reale cancelli l’aspetto dell’invenzione.

Cucciolo d’uomo – la promessa di Mila racconta realtà terribili di cui conosciamo l’esistenza ma non ce ne interessiamo: parlo delle baby factory.

Matteo Strukul

Matteo Strukul

E’ evidente che il tema dei profughi è attuale e di dominio pubblico, ma nel racconto fatto dai media viene occultata la parte dell’attività criminale:“McMafia” è stato definito. Alcune mafie, come quelle nigeriane, che analizzo nel libro, sfruttano questo esodo per fare consegnare bimbi o donne alle attività criminali, comprese le attività di adozione illegale.
Un bambino di colore, a cui è stato tolto l’uso della parola, è la forza incredibile che muove in Mila il suo istinto materno e il motivo scatenante per cui ho voluto raccontare questa storia.

Quali sono stati i tuoi esordi da lettore?

Matteo Strukul

firma copie

Ho iniziato con l’Iliade, e il personaggio che amo di più è Aiace il Telamonio, una figura di guerriero romantico che mi è rimasta addosso. Dopo aver letto I tre moschettieri sono rimasto fedele a quel modello, infatti i tre romanzi della serie dedicata a Mila si rifanno ai tre romanzi di Alexandre Dumas legati alle avventure dei moschettieri. In seguito ho letto tutta la letteratura per ragazzi. E poi Shakespeare, Shiller, Ibsen.
In questo romanzo ho inserito Tolstoj citando il cane Bulka un personaggio delle sue fiabe.
Recentemente ho adorato Nicolaj Lilin un autore che invece di buttarsi nell’autobiografismo ha creato un mondo che prima non c’era.

L’autore

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in legge, è dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti. Scoperto dallo scrittore Massimo Carlotto, è ideatore e fondatore di Sugarpulp e collabora con «Il Venerdì di Repubblica» e altre riviste e quotidiani. Nel 2011 ha pubblicato nella Collezione Sabot/age delle Edizioni E/O La ballata di Mila, cui ha fatto seguito nel 2013 Regina nera. Nel 2014 è uscito La giostra dei fiori spezzati (Mondadori). Cucciolo d’uomo è il suo quarto romanzo. La saga di Mila è stata opzionata per il cinema ed è in corso di pubblicazione in quindici Paesi nel mondo fra cui Usa, Regno Unito, Canada, Australia, India e Nuova Zelanda. Matteo vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova e Berlino. Il suo sito internet è: www.matteostrukul.com.

(dal sito della casa editrice E/O)

Giusi R.

È sempre un piacere incontrare alla Ubik di Monterotondo gli autori più gettonati, dai lettori e dai librai
Valentina Nardoni ha presentato i romanzi di Domenico Dara e Piergiorgio Pulixi, rigorosamente in ordine alfabetico, come due libri e due generi completamente diversi. Gli stessi protagonisti, sono figure del tutto opposte.

Domenico Dara, Piergiorgio Pulixi

Foto ©Mestierelibro

Breve trattato sulle coincidenze, Nutrimenti edizioni, romanzo ambientato in Calabria nel 1969, ha per protagonista un postino, uomo solitario che ha difficoltà a rapportarsi con le donne ma con il dono di imitare le grafie altrui. Per lui si tratta di “registrare, in forma di coincidenze, le epifanie del Caso”. Ne conosceremo il nome e il suo particolare significato solo all’ultima riga del romanzo.

Domenico Dara, Breve trattato sulle coincidenze

Piergiorgio Pulixi, Valentina Nardoni, Domenico Dara

Il canto degli innocenti, Edizioni e/o, invece, mette in scena un nuovo commissario di polizia, Vito Strega, un personaggio che, a differenza del postino, “strega” le donne che gravitano intorno a lui. Primo romanzo del progetto I canti del Male: una saga composta da tredici thriller che promettono coinvolgimento e riflessione.

La presentazione inizia con il romanzo di Domenico Dara

Domenico Dara

Domenico Dara

Breve trattato sulle coincidenze è un romanzo ambientato nel momento storico dello sbarco sulla luna, all’interno di un microcosmo, il piccolo paese calabrese di Girifalco, dove la narrazione gioca sull’intreccio di storie e personaggi che si attraggono l’un l’altro. Un vero studio antropologico sulla realtà calabrese che sottolinea l’importanza della figura della donna.

I paesani, le mogli, le madri si nascondono dietro le persiane per chiacchierare del tempo dei sogni, dell’amore e per nascondere segreti importanti. È ancora così?

Non posso parlare della donna se non inizio dal protagonista e dal suo particolare modo di guardare le donne in una società profondamente matriarcale dove la figura femminile è declinata in tutte le sue sfumature. Il postino è un voyeur, sia esistenziale che erotico. Per lui le donne sono da guardare da lontano, non sopporta il contatto umano. Un comportamento verso il mondo che dà centralità alla vista.

Il postino sa tutto del paese e si muove al suo interno per conoscerne il passato, il presente e cambiare il futuro. Il postino è una figura molto colta. Quanto c’è di reale in lui? Il personaggio è ispirato a una figura mitologica e letteraria in particolare?

Domenico DariaDi reale c’è poco. Il riferimento alla mitologia greca è chiaro. Il postino è Ermes: il tramite di comunicazione tra terreno e divino. Il postino è un demiurgo con compiti analoghi a un dio creatore e ordinatore anche se, aprire leggere e modificare le lettere indirizzate ai cittadini è intrufolarsi nelle vite altrui. Il problema del libro era rendere il postino un personaggio positivo, nonostante questa sua presunzione. Per farlo occorreva renderlo un giustiziere, in questo modo, infervorati dalla ricerca di giustizia, possiamo dimenticare la sua colpa. Scopriamo il suo nome solo alla fine del libro perché non è un nome usuale e ha un suo significato che spiega molte cose e ci spinge a rileggere il libro. E allora ci si chiede: ma questo postino è un personaggio reale o un’entità; è il destino che si è personificato nel postino, è un elemento del compiersi in un destino? Il libro offre diversi livelli di lettura.
Quello politico/sociale che si personifica in Ciccio il rosso, l’istanza politica del libro, che lotta contro il sindaco per impedire l’apertura della discarica e arriva a scrivere una lettera a Enrico Berlinguer.
L’aspetto amoroso, che è fondamentale. La prima lettera che incuriosisce il postino è una lettera senza mittente, con un sigillo di ceralacca e un mistero nascosto. È una lettera d’amore, e lui sa riconoscere le lettere d’amore.
La ricerca del senso. Il postino è assillato dal senso della vita e della venuta al mondo. A lui piace la fiaba di Pollicino, lo affascinano quei sassolini bianchi che indicano la via da percorrere, e si chiede se quei sassolini non siano coincidenze che ci indicano la strada.
L’uso della lingua, un misto di italiano e calabrese. Ho impiegato nove anni per scrivere il libro e tre anni sono serviti solo per curare l’aspetto linguistico del libro, per rendere la lingua fruibile dal pubblico.

 La parola passa a Piergiorgio Pulixi e al suo Il canto degli innocenti

Piergiorgio Pulixi, Il canto degli innocentiPer appartenenza al genere vorrei dire che le coincidenze non esistono ma ascoltando Domenico penso che nella mia vita ce ne siano state molte, non come coincidenze in quanto tali, ma perché credo che le persone si influenzino, credo nella loro energia.

Questo è il primo libro di una serie che ha per protagonista il commissario Vito Strega. Le sue donne sono tutte in carriera, diverse dalle donne calabresi che racconta Domenico. Come hai lavorato per la costruzione dei personaggi nella storia?

Nell’ambiente maschilista in cui lavora, Vito Strega sente un disagio nel rapporto fra i suoi colleghi e qui trovo alcune similitudini con il postino, ma quando interviene lui, a differenza del postino, il destino ha già fatto il suo corso. Se lui non fosse già circondato da molte figure femminili, le cercherebbe perché quasi inconsapevolmente desidera la presenza delle donne per alleviare il peso del lavoro e dei suoi tormenti. Fra le donne c’è anche una gatta nera e gelosa, Sofia, lei si è presentata da sola e non se ne è più andata, è autonoma come tutti i gatti. Non è lei ad avere bisogno di Vito, ma il contrario.

Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi

Incuriosisce che lui vada ad indagare non solo nelle famiglie delle vittime ma anche degli assassini, che sono tutti ragazzini.

Si, gli omicidi avvengono tutti per mano di adolescenti fra i 14 e i 16 anni, tutti con la stessa modalità. La particolarità di questi omicidi è che i ragazzi/carnefici non scappano mai dalla scena del crimine. Le ipotesi per spiegare questo comportamento anomalo sono molte. Si pensa a una sorta di ribellione collettiva, a un ideale, ma il punto focale è la famiglia. L’adolescenza è un momento di crescita molto particolare che corrisponde a un periodo di crisi, difficile da superare. In questi tempi di crisi sociale e famigliare, che vede spesso i genitori perdere il lavoro, gli adolescenti non hanno punti di riferimento sicuri, e visto che non hanno più un faro che li guidi e li sostenga, se lo vanno a cercare, o lo creano sul web. La loro alienazione tracima in questo mezzo pericoloso, se non controllato, un romanzo sulla transizione fra gli adolescenti e il mondo degli adulti. L’argomento dei possibili pericoli del web crea un legame con il mio romanzo precedente “L’appuntamento“.

Rispetto ai videogiochi, alla dipendenza, all’alienazione e al rapporto con un mondo virtuale ripensando proprio al tuo precedente romanzo, “L’appuntamento”, tu frequenti qualche videogioco?

Esistono videogiochi simili a quelli che racconto, li ho frequentati per scrivere il libro. I videogiochi hanno una drammaturgia in cui tu sei il protagonista e dal punto di vista narrativo sono molto coinvolgenti e ti permettono di allontanare tutte le ansie della vita. Nei videogiochi on-line ci sono 2 identità: quella virtuale e quella reale. Questo tema del doppio è molto affascinante ma anche pericoloso, perché i ragazzini del romanzo hanno perso il contatto con la realtà.

È un gioco psicologico in cui questi giovani omicidi agiscono in modo inconsapevole. Il racconto condotto sul doppio piano, psicologico e dell’azione/indagine rende questo romanzo ancora più coinvolgente.

In qualche modo i romanzi polizieschi/thriller hanno lo scopo di far sfogare le ansie ed esorcizzarle. Rispetto al burattinaio spesso per combattere le ansie della vita devi affidarti a qualcuno più grande di te. Questi ragazzi hanno creato qualcosa che dia ragione alle ansie, una sorta di religione che li aiuti a fare un po’ di giustizia nelle loro vite. E lo fanno nel modo sbagliato.

Piergiorgio Pulixi, Il canto degli innocenti

Piergiorgio Pulixi

Ultima domanda: Biagio Mazzeo o Vito Strega: chi sarà il protagonista del prossimo libro?

A ottobre torna Biagio perché la vendetta è donna e chiede di essere soddisfatta.

Titolo: Per sempre.

Il prossimo di Domenico?

Tra nove anni…! Non dedico alla scrittura un tempo definito.

Quando scrivo, dice Piergiorgio, una storia per me diventa un’ossessione e non smetto finché non viene pubblicata. Solo allora mi do pace altrimenti continuo a lavorare. È così anche per te?

Io ho questo modo di scrivere: non lavoro su un libro. Ogni storia ha un quaderno. Ogni giorno se trovo uno stimolo, una lettura, una conoscenza che riguarda quella storia, la scrivo sul suo quaderno. Così ogni storia si costruisce a tasselli.
Inoltre c’è uno sfasamento fra i libri già pubblicati, quelli di cui stiamo parlando questa sera e che appartengono al passato, mentre noi siamo ossessionati da altri personaggi, quelli su cui stiamo ancora lavorando.

Piergiorgio Pulixi ha voluto inoltre ricordare l’antologia Nessuno ci ridurrà al silenzio.

La Fondazione ONLUS Attilia Pofferi ha voluto creare questa antologia con lo scopo di divulgare la consapevolezza verso il problema amianto, apparentemente rimosso dalla coscienza collettiva, ma tutt’ora presente, tramite un’opera letteraria. All’invito a partecipare hanno aderito scrittori di altissimo livello, gratuitamente. Maurizio de Giovanni ha voluto esserne il curatore e ci è stato, e ci è sempre, molto vicino. I fondi che raccoglieremo saranno impiegati per premi di laurea, borse di studio e altro, da erogare a giovani laureati, per studi nel campo delle malattie provocate dall’amianto. Il libro è in vendita nelle librerie di tutta Italia, costa 13 euro, è composto da 11 racconti originali e 4 testimonianze. Anche gli scrittori che vi hanno partecipato , avendo letto anche i racconti degli altri, ne sono rimasti soddisfatti.
Gli scrittori che hanno partecipato sono:
Alessandro Berselli, Massimo Carlotto, Maurizio de Giovanni, Angelo Ferracuti, Lorenza Ghinelli, Jacqueline Monica Magi, Federico Pagliai, Alberto Prunetti, Piergiorgio Pulixi, Patrizia Rinaldi, Giampiero Rossi. Testimonianze di Luca Cavallero,e interviste di Paolo Lihedom e Valentina Vettori (a cura di Alberto Prunetti) e di Alberto Vivarelli (a cura di Valentina Vettori).

Nessuno ci ridurrà al silenzioDalla quarta di copertina

La Polvere entra nei polmoni e sconvolge la vita di donne e uomini. Poco importa se è quella che brucia per le esalazioni degli incendi della Terra dei Fuochi o quella che proviene dalla lavorazione dell’amianto nelle fabbriche. Si insinua nelle viscere del tuo corpo per distruggerlo, con calma, senza fretta. Ma prima o poi si deve fare i conti con la Polvere che proviene da tanti anni vissuti in una fabbrica, semplicemente per lavorare e per portare i soldi di uno stipendio a casa. Sono storie di vita e dolore quelle che gli scrittori di quest’antologia ci raccontano. I protagonisti sono uomini e donne semplici, lavoratori, casalinghe, bambini che hanno avuto la sfortuna di frequentare un luogo maledetto, una fabbrica di amianto o una campagna usata dalla criminalità organizzata per sversare rifiuti tossici. Ma a distanza di tanti anni c’è chi non dimentica e chi decide di non tacere…

Giusi R.

il_casale_02Francesco Formaggi
Il casale

collana: Bloom

ISBN 978-88-545-0716-6
Pagine 240
Euro 16,50

disponibile anche in ebook

Dalla scheda del libro – L’estate è asfissiante, Francesco è pigro e vorrebbe restare in città, ma Giulia non sente ragioni e lo costringe a partire per una settimana di vacanza al casale di campagna della zia Ester. Stanno insieme solo da qualche mese e il loro rapporto è ancora pieno di slancio, ma quando Giulia allunga i piedi nudi sul cruscotto e Francesco si accorge che ha gli alluci orribili, quasi deformi, è come se il mondo gli crollasse addosso: prova prova una tale repulsione che perfino il pensiero di far sesso con lei gli diventa impossibile.

Recensione

Se, dopo l’incontro con l’autore, non avessi già deciso di leggere Il casale per farne la recensione, avrei desistito e abbandonato la lettura già dopo le prime otto… dieci pagine, e infatti l’ho abbandonato, poi ripreso, poi abbandonato, un’indecisione altalenante, come se fosse lo stesso libro a opporre resistenza, a non voler essere letto, a mostrarsi vuoto – attenzione, mostrarsi, non essere – e sospeso nel nulla, fra assurdo e surreale, estraneo a se stesso, indeciso se attirare la mia attenzione o lasciarla andare via.
I personaggi, confinati nell’ambiente circoscritto di un Casale isolato nella campagna, fanno il loro ingresso già falsi, ingabbiati nei loro segreti, nell’assurdità di una vacanza quasi imposta, in cui il primo elemento insolito sono gli alluci deformi di Giulia. Un particolare che sconvolge Francesco e dà il via a una catena di eventi che, espandendosi a vista d’occhio, inquinerà ogni anfratto della storia, fino ad attaccarsi ai dettagli più banali, infettandoli come un virus silenzioso e inesorabile che non lascia altra via d’uscita, se non soccombere e… continuare a leggere.
Per metà del racconto i personaggi rimangono sospesi in quest’atmosfera rarefatta lasciando intendere, a tratti, che forse non tutto è come appare, o come il Casale e i suoi abitanti vogliono fare apparire; ognuno di loro nasconde una parte segreta e inconfessabile, una deformità del proprio essere, fisico o interiore, banale come un alluce deforme, o violento come lo squarcio nel ventre di un cinghiale.
L’equilibrio comincia a vacillare, le situazioni precipitano senza mai rompere la continuità di una narrazione che non trascende e rimane presente a se stessa, di uno stile che non va oltre le righe, nonostante l’alta tensione raggiunta nel finale. In questo modo la ritrosia iniziale con cui il libro si era presentato viene meno e lascia libera la volontà di interagire con le sue inquietudini.
Il Francesco del libro, l’io narrante, a un certo punto si scopre incapace di opporsi agli eventi, una sorta di inettitudine che mi ha ricordato i protagonisti letterari del primo Novecento, ricondotti da Francesco Formaggi all’attualità. Penso in particolare alla scrittura drenata di Federigo Tozzi, al racconto Il Podere dove il protagonista, Remigio Selmi, riesce a farsi portare via i tutti suoi averi, fino alla completa rovina. Ma, mentre in Tozzi predomina la visione pessimistica dell’esistenza, Formaggi indaga i segreti nascosti dell’animo umano con una punta di ironia.

L’autore

Francesco Formaggi è nato nel 1980 in provincia di Frosinone. Ha studiato Filosofia estetica all’Università di Bologna, dove ha iniziato a scrivere i suoi primi racconti. Dopo la laurea è tornato in Ciociaria, dove ha fatto i lavori più disparati: cameriere, commesso in un videonoleggio, operatore di un call center. Con il romanzo Birignao (embrione de Il casale) ha vinto il premio creatività Scuola Holden. Collabora con «Nuovi Argomenti», la rivista letteraria fondata da Alberto Moravia dalla quale sono usciti i migliori talenti della narrativa italiana contemporanea. Il casale è il suo primo romanzo.

Incontro alla libreria Ubik di Monterotondo. Dialoga con l’autore Lorenza Donato

IMG_1362-bFrancesco Formaggi ha eleganza e capacità espressiva, qualità che si possono attribuire sia alla descrizione dei personaggi sia all’ambientazione, come se ci fosse una sorta di malia intorno al Casale. Salta subito agli occhi che tutti i personaggi hanno un lato oscuro, come tutti noi, e quindi non sono mai rassicuranti.
Effettivamente una volta ero convinto che tutti questi personaggi fossero così. Ora ho cambiato idea.
Una fine che ci trova impreparati.
Lo è stato anche per me.
Quanto c’è di autobiografico?
Non mi sono reso conto che il nome del protagonista fosse lo stesso del mio e anche se appare solo un paio di volte all’interno del romanzo non pensavo che avrebbe causato problemi. Insomma non l’ho fatto apposta.
Com’è che hai deciso di raccontare questa storia? A partire dagli alluci.
Vi posso spiegare la realtà biografica di questi alluci: in realtà gli alluci deformati ce li ho io.
Parliamo del concetto di estraneità: il protagonista non riesce ad avere nessun contatto tranne con uno dei personaggi: Clara, la cameriera, secondo me il personaggio più vitale di tutto il libro. Inoltre non ho capito se alla fine non ha la forza o la voglia di salvarsi. Un finale che mi lasciata sconcertata. Perché Francesco non reagisce mai? Qual è la forza negativa che lo blocca?
A posteriori, dopo averlo riletto probabilmente ho sempre desiderato scrivere quella fine. La cosa bella dei romanzi è di portare tutto all’esasperazione. E quando fai questo gioco, inevitabilmente rischi.
Ma a volte si rischia di esagerare.

A quando il prossimo libro?
L’ho già finito. Sarà pronto fra un anno in linea con i tempi editoriali.

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Giusi R.

Sabato 22 novembre 2014, ore 18,30, libreria Ubik di Monterotondo, Luca Poldelmengo ha presentato il suo ultimo romanzo

Nel posto sbagliato UbikNel posto sbagliato
Luca Poldelmengo
collana: Sabot/age
Area geografica: Autori italiani
ISBN: 9788866325802
EBOOK ISBN: 9788866325802
pagine: 192
prezzo: € 16,50

 

Presentazione dell’editrice E/O
Quante libertà personali siamo disposti a sacrificare in nome di una presunta sicurezza collettiva? 

Una ruota panoramica arrugginita sorveglia la metropoli assediata dall’immondizia e da un sole implacabile e malato.
Una squadra segreta della polizia usa l’ipnosi per estrarre dalle menti di ignari cittadini informazioni che loro stessi non sanno di possedere. A loro non interessa ciò che sai, ma ciò che contieni.
Un commissario cinico è al comando della squadra. Ha come unica compagnia due serpenti chiusi in un terrario, memento del tormentato rapporto con il fratello gemello. Un terribile omicidio nasconde insidie in grado di mettere a repentaglio la sopravvivenza della squadra, e molto di più.

Luca Poldelmengo, vincitore del Premio Crovi opera prima e finalista al premio Scerbanenco 2012, torna con un noir cupo e teso su un tema di scottante attualità: quante libertà personali siamo disposti a sacrificare in nome di una presunta sicurezza collettiva?

Hanno scritto di lui:
«L’autore è bravissimo a contrapporre la pochezza dei maschi alla fierezza delle donne in una Roma bigia e convulsa».
Giovanni Pacchiano, Gioia

«L’uomo nero è molto vicino ai romanzi di Scerbanenco o De Cataldo: un accostamento sinonimo di garanzia».
Andrea Bressa, panorama.it

BOOKTRAILER

 

L’intervista con l’autore curata da Valentina Nardoni

IMG_1406Foto mestierelibro

Partiamo dalla copertina, dove la parte destra rappresenta il buio e di conseguenza la parte inconscia, la parte sinistra la parte logico-razionale.

Mi è piaciuta subito, non appena mi è stata proposta dalla casa editrice, perché rappresentativa e diversa: il fondo bianco di solito non si usa per i noir.

Poi la Città: che potrebbe essere una Roma fittizia. Ho immaginato una città che non esiste. Come ad esempio la Gotham City di Batman che è la New York in chiave gotica.

Ci sono due elementi specifici che identificano questa città immaginaria:

1. La ruota panoramica: quasi un faro.

2. Un fiume che divide in due la città: caratteristica comune al 90% delle grandi città.

Occorreva dare un carattere a questo luogo e qui entra in gioco la città di Roma. I luoghi sono fondamentali per la storia.

Qual è il rapporto fra giustizia e potere in questa storia? Significative le parole del leader quando arriva al potere: “Ma ora tutto deve cambiare, affinché nulla cambi. Andiamo”

Questa frase non è mia, è una citazione dal Gattopardo. Questa storia è contenuta in due cornici

1. Il rapporto con la privacy.

2. Il rapporto con il potere.

Che è anche la caratteristica dei romanzi Sabot/age.

Primo livello: oggi tutto ciò che facciamo è registrato. Questo aspetto della nostra quotidianità fa parte della violazione della privacy, una procedura che abbiamo comunque accettato. Dall’altra parte, in questo controllo eccessivo, c’è la promessa di maggior tutela della sicurezza del cittadino.

Nella finzione del romanzo entrano in scena i POV (Point of View) ovvero i testimoni inconsapevoli di un delitto. La RED, un’unità di polizia segreta, fuori dalla legalità, rapisce i POV, li ipnotizza e riesce a tirare fuori dal loro inconscio qualsiasi informazione. Ma questo modo di agire viola l’individuo e mette in pericolo l’incolumità di chi è venuto a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Secondo livello: anche qualora fossimo disposti ad accettare questo, chi controlla il controllore? E qui si innesta il secondo anello: Il rapporto con il potere.

Tutto ciò che riguarda la metodologia dell’ipnosi è vero. La forzatura più grande rispetto all’ipnosi, una forzatura narrativa, riguarda la convinzione che con qualsiasi farmaco è possibile tirar fuori dagli individui ipnotizzati ogni tipo di informazione. Caso improbabile, in quanto non tutti reagiamo allo stesso modo.

I POV non capitano a caso sul posto dove si trova la persona su cui si indaga.

Vincent Ribaldi può considerarsi il protagonista del romanzo. Ottimo commissario e ottimo ipnoterapeuta. La faccia che mostra all’esterno è quella di un uomo tutto d’un pezzo, ma dietro questa esteriorità non c’è nulla. Lui vive da solo, con l’unica compagnia di due serpenti in un terrario. Dei suoi due serpenti uno è velenoso, appartiene alla specie del serpente corallo, l’altro è una semplice biscia. E qui parliamo di Mimetismo batesiano, il modo con cui alcune specie appetibili, prive di difese cercano di assumere forma e colorazione di animali della stessa specie, inappetibili ma pericolosi, per confondere i predatori. I serpenti sono stati portati a casa di Vincent dal suo fratello gemello Nicolas che è scomparso in una maniera molto forte. Unica forma sociale che Vincent riesce a seguire è la gerarchia mentre, a livello emotivo, non è cresciuto. Ma poi nella vita succede qualcosa che non ti aspetti e con cui sei costretto a fare i conti. L’unico protagonista veramente positivo è il padre di Nicolas e Vincent. Il rapporto fra il padre e i gemelli può considerarsi l’unica parte davvero romantica del romanzo.

Il serpente ha una sua simbologia, anche religiosa.

C’è un motivo per cui ho scelto i serpenti, ma non riguarda la loro simbologia quanto piuttosto la sporcizia che regna nella città e i serpenti potrebbero effettuare una pulizia completa.

Hai pensato alla trasposizione filmica di questo romanzo?

Con lo sceneggiatore del film Cemento armato stiamo cercando di scrivere una sceneggiatura per una serie tv tratta da questo romanzo.

Alla fine, chi è il cattivo?

Secondo m questo è un noir con il ritmo di un thriller. E non ci sono buoni o cattivi, mostra invece una serie di sfumature umane, senza creare personaggi completamente buoni o cattivi. Non ho dato una strada univoca al lettore, ma ho lasciato la possibilità di scegliere la prospettiva: la focale. Vivere cioè la storia attraverso gli occhi di uno o l’altro personaggio.

La linea del potere, la Realpolitik è piuttosto identificabile, a differenza del “non luogo” o “tutti i luoghi” in cui è ambientata la storia. E arrivando alla fine del romanzo, con la frase del Gattopardo si capisce come l’Italia è l’ultimo posto dove questa storia potrebbe svolgersi .

Ti saresti sottoposto a una seduta di ipnosi?

Sarebbe servita poco l’ipnosi su di me, ai fini della scrittura. Avrei piuttosto preferito assistere a una seduta. La persona che mi ha istruito su questa tecnica, me lo ha proposto e io ho declinato l’invito, non per paura quanto per fastidio.

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Giusi R.

30 ottobre, libreria Ubik Monterotondo, Patrizia Rinaldi ha presentato il suo ultimo romanzo Rosso Caldo pubblicato da Edizioni E/O. Ha dialogato con l’autrice Marina Gianantonio

rosso-caldoIn principio c’è Jean-Claude Izzo, riconosciuto come padre di quel “noir mediterraneo” che, in una sorta di ossimoro, fonde la bellezza dei paesaggi mediterranei con la violenza del crimine: l’azzurro del mare e il nero del crimine, secondo le parole di Sandro Ferri, editore e/o dei noir di Jean-Claude Izzo e della trilogia di Patrizia Rinaldi conclusa con Rosso caldo, ultimo capitolo della serie noir dedicata alla detective Blanca Occhiuzzi.

Quello che colpisce nei romanzi di Patrizia Rinaldi, oltre all’ambientazione, al giallo, alla varietà emozionale dei personaggi, al montaggio di un intreccio ben organizzato, è sopra ogni cosa l’uso creativo della lingua. L’autrice smonta le parole, le svuota del loro significato comune, attua uno spostamento semantico servendosi ad arte di suggestioni sensoriali che annullano ogni convenzione e rielaborano una lingua a uso e diletto del lettore.

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Cronaca dell’evento

– Patrizia fa parte di un gruppo di autori napoletani contemporanei, scrittori di noir, che stanno dando un contributo importante al noir mediterraneo e si stanno facendo apprezzare anche all’estero. Focalizzandoci sulla Napoli descritta nel libro e sul ruolo di uno specifico contesto geografico, non troviamo una Napoli solare, ma una città piovosa, attraversata da una neve primaverile. Perché una Napoli non scontata? Perché il quartiere dell’Avvocata, quadro degli avvenimenti e perché il seicentesco Palazzo de Pignatta? E, inoltre, perché un ambiente che negli altri romanzi non c’è, la Solfatara di Pozzuoli, luogo descritto come l’incontro di Inferno e Paradiso.

…il deserto e la selva divisi da un confine piccolo che gli occhi, ah gli occhi, non possono capire, paradiso e inferno abbracciati in terra, maschio e femmina, dolore e sollievo. Così la Solfatara ci insegna la morte che non fa paura.

«La Napoli che racconto è la Napoli dove sono nata, la zona dei Campi Flegrei, che deriva dall’aggettivo greco phlegràios che significa “ardente”. Le fumarole sono tante e sono collegate con il Vesuvio e noi abitanti abbiamo la percezione di ballare i terremoti con il Vesuvio.

Fumarole, schizzi di fango, vulcanetti, pozze e vapore, odore di zolfo, di allume e magnesio la portarono lontano, in un reame antico dove l’equilibrio ballava, meraviglioso e instabile, sui perimetri delle caldere.

E quale migliore ambientazione per il noir. E come non riconoscerne la bellezza. Il Palazzo de Pignatta nel quartiere dell’Avvocata l’ho inventato per non offendere nessuno e per sentirmi più libera di dire cattiverie. E se riusciamo ad abituare l’occhio a riconoscere la bellezza e lottare per raccontarla è una sfida vinta. La Solfatara si affaccia sul Golfo di Pozzuoli, uno dei più belli, ed è un perimetro circolare dove convivono la ribellione della natura e una bellezza folgorante».

Il vecchio portò le donne in una radura di eucalipti, la indicò come limitare tra caldo e freddo. Alcune radici imprudenti portavano segno di ustione.

– Leggendo il romanzo è proprio questa la percezione della Napoli. Il giallo c’è, ed è molto ben costruito. C’è il noir, c’è il giallo e ci sono due omicidi. Uno più usuale basato sull’avidità di ricchezza. L’altro è più costruito intorno a una vendetta. Le indagini sono condotte dalla protagonista che è la sovrintendente Blanca Occhiuzzi. Non è poliziotta stile Rambo, e neppure descritta in maniera minuziosa, perché ciò che la caratterizza è il suo limite: Blanca è una ipovedente. Ma questa donna bella e determinata è capace di trarre forza dal suo stesso svantaggio e usare tutti gli altri sensi per vedere la realtà e riuscire a condurre le indagini attraverso la sensibilità.

«Blanca si chiama così come omaggio a Marcela Serrano e al suo libro Il tempo di Blanca»

Mia nonna mi insegnò a leggere. Mia nonna mi mostrò i libri e mi trasmise il suo amore per loro. Non ebbi scelta, fu la sua eredità. Mia nonna mi disse che con i libri non mi sarei mai sentita sola. Mi insegnò ad avere cura dei miei occhi fino a farmi sentire padrona del luogo più prezioso, più limpido. […] mi disse che se mai fossi stata colpita dalla sordità o dal mutismo non mi sarei dovuta preoccupare perché l’unica, totale mutilazione era la cecità. Dovevo prendermi cura dei miei occhi. Solo con quelli avrei potuto leggere. Solo quelli mi avrebbero salvato dalla solitudine. (Marcela Serrano, Il tempo di Blanca)

La sfida era quella di perdere la compagnia della lettura e perdere l’immagine, in una società immaginocentrica. E così ho creato l’esatto contrario di un eroe. Blanca è il simbolo dell’imperfezione e della fragilità che diventa forza. Lei non è per nulla sdolcinata. Non è stereotipata nel lamento, che è un cliché della donna del sud. Per scrivere questo terzo libro non mi è servito il mestiere, quanto la necessità di raccontare. Uno spunto è arrivato dal racconto di un ex detenuto. L’altro invece è una mia suggestione. Napoli è piena di spiriti e lo testimoniano i suoi scrittori e i suoi palazzi che hanno ciascuno una presenza inquietante e una rappresentanza sindacale di spiriti. Il Museo Cappella Sansevero o la Metro dell’Arte ci parlano di questa suggestione antica».

– Il libro, appena lo inizi a leggere ti prende, a cominciare dalle parole di Ninì, la sedicenne figlia adottiva di Blanca, che riecheggiano la canzone Respect di Aretha Franklin.

Respect, cara Aretha, diglielo che si dice respect. Che si deve portare rispetto, altro che sopportazione. Puah.

«Ninì ha due madri: la madre biologica che ha perso e di cui era madre e poi Blanca (è lei che le canta Respect) che finalmente la fa sentire figlia. Il rispetto precede la tolleranza e i ragazzi vogliono il rispetto»

– I personaggi femminili li ho vissuti come positivi, quelli maschili meno.

«I personaggi devono avere una loro composizione per apparire vivi. La violenza del branco spesso è maschile, ma anche Blanca ha le sue defaillance. Il primo libro della serie, Blanca, è un libro sul femminicidio».

E poi ci sono le due cugine Rosselli, diverse una dall’altra ma complementari, create dall’autrice per dare voce poetica e dignità a una coppia di donne che si amano da anni, una rivalsa sull’omofobia. E a proposito degli anni che passano Alina dice :

Gli anni delle femmine vanno e vengono. Possono esser cento o dieci. Un’ora tiene spasimi per cent’anni, un’ora ti addomestica dentro un secolo di bene. In un momento, come sto io ora, perdi giorni e giorni di affanni e te ne torni ragazza davanti al mare. Ora ho di nuovo vent’anni e una vita sana che deve succedere ancora. meglio non capire questo fatto ché se magari lo capisci poi non succede più.

Una novità strutturale in Rosso sangue è l’alternanza nella narrazione di capitoli dedicati a ciascun protagonista, regalando di volta in volta a un personaggio la possibilità di raccontarsi in prima persona, in una sorta di assolo teatrale.
E Patrizia Rinaldi ci propone un assaggio di questi intermezzi con una prima lettura ripresa dai pensieri di Peppino Carità che racconta del suo rapporto con le femmine, delle sue molte teorie, e di quella sua mutagnola o per meglio dire parsimonia di parole.

La seconda lettura rimanda ai pensieri di Donna Esterina de Pignatta Valois di Cancello a Pozzo vecchio, alla sua nascita di povera e brutta e alla attuale lucidità di ultranovantenne.

E infine Patrizia ci parla di fiabe, quelle crudeli e spaventose della tradizione, strumento per crescere e superare le paure, e quelle scritte da lei, come Federico il pazzo storia illustrata da Federico Appel o Adesso scappa l’ultima sua graphic novel illustrata da Marta Baroni, nella collana “leggimi! Graphic”, graphic novel pensate anche per chi ha problemi di dislessia o difficoltà di lettura. Entrambi i libri sono editi da Sinnos.

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Giusi R.