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SCRIGNI SEGRETI

di Giusi Radicchio ∗

Feltrinelli Editore propone nella Universale Economica  la ristampa del romanzo memoriale di Elsa de’ Giorgi, Ho visto partire il tuo treno, in libreria nel mese di giugno 2017. Per riportare alla luce un’opera dimenticata e far rivivere i personaggi che animarono i dibattiti politici, le pagine culturali, le piazze, le sale cinematografiche, i teatri, i premi letterari degli anni Cinquanta del Novecento.

Ho visto partire il tuo treno, Elsa de' GiorgiHo visto partire il tuo treno

di Elsa de’ Giorgi

Feltrinelli Editore

Giugno, 2017

Universale Economica

Pagine: 304 – Prezzo: € 9,50

ISBN: 9788807889530

Prefatore: Roberto Deidier

Elsa de’ Giorgi il 7 dicembre 1992, presso la storica libreria Seeber di Firenze, presentava due sue opere appena uscite da Leonardo: la riproposta del libro I coetanei, già pubblicato da Einaudi nel 1955 e la novità Ho visto partire il tuo treno. Quest’ultimo volume voleva essere, nelle intenzioni dell’autrice, un racconto concreto e fedele sulla traccia di stralci della corrispondenza, tenuta con Italo Calvino, un dialogo non solo amoroso nato negli ambienti culturali degli anni ’50.

Ho visto partirte il tuo treno, Elsa de'Giorgi, Leonardo, 1992

Ho visto partire il tuo treno, Leonardo, 1992

I COETANEI, Einaudi, 1955, disegno di copertina di Carlo Levi

 

I Coetanei, era nato dall’interesse verso un brano della De’ Giorgi intitolato Un partigiano torna Firenze, pubblicato sulla rivista «Il Ponte» diretta da Piero Calamandrei.

Ho visto partire il tuo treno inizia con il racconto di questo episodio e il conseguente incontro con Elio Vittorini e quello più rilevante con Italo Calvino, entrambi referenti della casa editrice Einaudi. Il nuovo memoriale riprende, nella sua struttura, l’opera precedente con un asse temporale spostato di circa dieci anni: ne I Coetanei la narrazione era centrata sulla dichiarazione di guerra del giugno 1940, proseguiva con l’occupazione tedesca, la liberazione e le speranze di un nuovo futuro di libertà.

Dieci anni dopo, a risaltare sono di fatto le aspettative disattese, la presa di coscienza, il volgersi al passato per riuscire a superarlo. Elsa de’ Giorgi non fissa esclusivamente lo sguardo sulla sua storia sentimentale con Italo Calvino, va oltre. Spiazza il lettore e servendosi del suo sguardo personale, con un egocentrismo neanche tanto velato, anzi quasi esibito, racconta la dialettica, la genesi e l’inventiva della produzione calviniana, si sofferma con esattezza e garbo su Carlo Levi, Pasolini, Renato Simoni, Anna Magnani, Savinio, Montale, Palazzeschi, sulle donne e gli uomini che gravitavano intorno a lei e al suo salotto. Con tono confidenziale senza sfiorare l’indiscrezione, parla di società, letteratura, politica, in una polifonia di voci che include gli ambienti culturali di quella stagione italiana, la crisi della rivolta ungherese del 1956, l’uscita di Calvino dal Pci. E non ultimo la scoperta di sentimenti nuovi da parte di quel giovane scrittore che si scopre fragile e innamorato.

Era il guizzo per il piacere di un incontro, il ricordo di un gesto, di una parola. Da qui, mano mano prese il via il Calvino ottimista, più adorabile, femminilmente indimenticabile, che pochissimi sospettano in lui: il Calvino del gioco, dell’umorismo sapiente, zavattiano, tofanesco, chagalliano, innocente, che scriveva disegnando avvenimenti e stati d’animo con una grazia che è un delitto non poter portare a conoscenza dei lettori.

Elsa chiamava la sua intera raccolta epistolare “cassaforte del mio spirito”, come racconta la studiosa Maria Corti in Ombre dal fondo. Nel libro postumo poi, I vuoti del tempo, definisce le lettere di Calvino «L’epistolario d’amore forse più suggestivo del Novecento», un carteggio che lei riuscì a depositare al Fondo Manoscritti di Pavia e che le servì, come afferma, «per mettere a fuoco le strategie dello stile» dello scrittore. Racconta inoltre la studiosa: «Ecco Calvino benedire due oggetti odiati nel passato il treno e il telefono, capaci di superare per lui la distanza dall’amata.»
Le lettere sono la testimonianza del confronto fra un uomo e una donna, letterati e artisti entrambi, calati nella comunità intellettuale dell’epoca, opposti di carattere, ma stretti in un incantesimo, in un abbandonarsi e ritrovarsi per quel breve arco di tempo che durò la loro intesa. Preponderante e sovrastante in Ho visto partire il tuo treno appare la figura di lei, la voce narrante sempre in primo piano.

Ma chi era Elsa de’ Giorgi, nome d’arte di Elsa Giorgi Alberti?

T'amerò sempre, Elsa de' Giorgi

Nel 1933 all’età di diciotto anni Elsa, umbra di origine, bellissima, debutta nel film di Mario Camerini T’amerò sempre ottenendo un successo che la porta in poco tempo a diventare una delle attrici più amate e seguite degli anni Trenta.

Negli studi della Cines, conosce Alberto Moravia, Carlo Levi, Mario Soldati e lo stesso Emilio Cecchi.
Risale a questi primi anni di vita romana l’incontro con Anna Magnani alla quale Elsa rimarrà legata per la vita da profonda amicizia. All’amica, l’Elsa scrittrice dedicherà un intero capitolo in Ho visto partire il tuo treno, così come farà per Pasolini che conosce nella metà degli anni Cinquanta.

Il mistero alchemico di Pier Paolo è forse tutto là. In quelle ore oscure cariche di tensione, di rischio vitale, di cui decantava la violenza il giorno successivo all’azione poetica, in quella civile del vivere.

Nel 1942 Elsa accantona il cinema per dedicarsi al teatro. È scritturata dalle più importanti compagnie teatrali e affianca attori del calibro di Andreina Pagnani e Renzo Ricci. Nel giugno del 1949, un anno dopo il matrimonio con il conte Sandrino Contini Bonacossi, interpreta Elena di Troia nell’indimenticabile allestimento del Troilo e Cressida di Shakespeare, per la regia di Luchino Visconti nei Giardini di Boboli.
Il 27 luglio del 1955 Sandrino Contini Bonacossi scompare senza una spiegazione. Elsa è distrutta, intraprende una infinita ed estenuante battaglia legale con la famiglia del marito. Il legame con Italo Calvino, che aveva curato l’editing de I coetanei, diviene più stretto.

Fiabe Italiane, Italo Calvino, Einaudi

 

La vita di Elsa prosegue tragica, densa ed esaltante allo stesso tempo. Calvino le dedica Le fiabe italiane e Il barone rampante, ma già nel 1959 il rapporto fra i due si poteva dire concluso.

Italo Calvino, Il barone rampante

Nei primi anni Novanta la pubblicazione del memoriale Ho visto partire il tuo treno, suscita scalpore, interesse, pettegolezzi e divieti in ambito letterario, giornalistico ed editoriale, ma altri scandali subentrano a scavalcarne l’importanza e il libro viene presto dimenticato, (dimenticanza voluta?) nonostante il suo valore letterario e storico.

Il titolo del libro riprende la frase di una lettera inviata da Calvino a Elsa.

Ho visto partire il tuo treno, tu al finestrino, t’ho salutato non visto, dal finestrino di coda del mio treno, bellissima.

La narrazione si apre con due dichiarazioni dell’autrice, il cui senso include intenzioni e memoria. «Conobbi Calvino nel ’55. Un anno che fu poi fatale per me.»
La memoria riguarda quanto avvenne in quel lontano 1955. L’intenzione è di narrare la testimonianza diretta di chi la storia l’aveva vissuta, per spegnere le polemiche nate intorno alla pubblicazione di quelle lettere di Calvino, fino ad allora rimaste segrete.

Le polemiche avevano preso il via nel 1988 con la pubblicazione da parte di Elsa del saggio-testimonianza L’eredità Contini Bonacossi: l’ambiguo rigore del vero, incentrato sulla vicenda che ruota intorno alla scomparsa del marito. Il libro contiene tra l’altro riferimenti precisi rispetto alla relazione sentimentale e a una fitta corrispondenza fra l’autrice e il giovane Italo Calvino. Elsa scrive che quel periodo era stato il più fecondo della scrittura del grande autore:

Da quel momento, Calvino prese a starmi vicino con lettere che mi raggiungevano quotidianamente e sfidavano il riserbo e la solitudine entro cui, avvocati a parte, vivevo quel crudele momento.
L’intreccio epistolare si snodava in misteriosa armonia che riusciva a entrambi stimolante. Fu il periodo più fecondo del lavoro di Calvino, dalle Fiabe, nella cui prefazione, in chiave fabulistica, descrisse la storia straordinaria di sparizioni e metamorfosi che io stessa vivevo e che mi dedicò chiamandomi Raggio di Sole; al Barone rampante, dedicatomi col nome di Paloma; ai Racconti e al Sogno di un poeta, fino al Cavaliere inesistente, che in sostanza descriveva il mio amore ostinato per un cavaliere che non c’è, eppure è più presente della concretezza nella sua armatura.

E qui la contesa viene accolta e trova ampio spazio sulle pagine della stampa.
Pietro Citati su «La Repubblica» del 17 luglio 1990 smentisce le parole della de’ Giorgi con un pungente articolo sulle “false contesse” colpevoli di guai e pene d’amore del primo Calvino, un Calvino che a suo dire può considerarsi “minore”. Elsa non manca di rispondergli su «Epoca» del 26 settembre 1990, con un articolo titolato “Il mio Calvino”, armata di penna, intelligente ironia e documenti, primi fra tutti quelle lettere di Calvino, rimaste segrete per trent’anni, lettere che parlano d’amore, di filosofia, di letteratura, di teatro, di politica. Elsa divulga alcuni stralci del carteggio, ma le polemiche si concludono con il divieto da parte di Esther Calvino, vedova dello scrittore, di pubblicazione delle lettere.
Elsa deve adeguarsi alla legge ma il suo carattere energico e combattivo la porta a decidere di raccontare la sua versione dei fatti, usando la scrittura.
Si è voluto insinuare come Elsa dimostri di ricordare fin troppo bene vicende molto lontane nel tempo, perché quando scrive ha più di settant’anni anni e ne sono passati circa quaranta dagli avvenimenti. La donna che racconta però è una donna intelligente, attenta, ben consapevole di quanto vuole o non vuole dire, e una autobiografia non sarà mai del tutto aderente alla realtà.
Inoltre, nel momento in cui nel libro si sofferma sul racconto della notte trascorsa ad ascoltare Calvino leggerle la prima stesura del Barone, è lei stessa a ricordare che gli anni avrebbero potuto cancellare i ricordi un tempo vividi «Quante ore durò? Devo ricordarmene. Fino a poco tempo fa lo ricordavo. Ora non più.»

E poi prosegue

Per questo non ho voluto rinviare queste note, il recupero di un tempo non perduto, ma vissuto in una storia che non è soltanto d’amore. Una storia che dovevo consegnare alla memoria di altri prima che una mano ignara e presuntuosa ne profanasse la verità.

Quelle lettere, conservate per tanti anni e da cui tutto era iniziato, testimoniavano una storia breve e intensa, “un involontario romanzo d’amore” come sottotitolava l’articolo dell’Europeo. Come tante storie d’amore si consumò in breve tempo e poco importa se i protagonisti furono una diva del cinema – attrice di teatro, memorialista – e un giovane scrittore impegnato politicamente e intento a costruirsi il suo personale profilo letterario che lo avrebbe portato a valicare confini molto vasti.

Il cavaliere inesistente, Einaudi, 1959

Il cavaliere inesitente, Einaudi, novembre 1959

La storia d’amore si concluse con la partenza dello scrittore per New York quasi preannunciata in quel futuro da conquistare che si prefigura nella chiusura de Il cavaliere inesistente, ultimo capitolo che chiude la trilogia degli Antenati e quel periodo fiabesco che aveva caratterizzato la produzione calviniana del decennio che si lasciava alle spalle.
Calvino si sarebbe dedicato alle innovative ricerche del processo combinatorio ed Elsa de Giorgi avrebbe continuato a cavalcare il futuro con il cipiglio cavalleresco di Bradamante.
In seguito Italo Calvino non abbandonò del tutto l’immaginario fiabesco, che rileggiamo nitido nelle visionarie Città invisibili, attualmente oggetto di studio e culto proprio in quell’America che lo scrittore visiterà da ottimista e che segnerà per lui l’inizio di una nuova età.

 

∗Le citazioni riferite a Ho visto partire il tuo treno sono tratte dall’edizione Leonardo del 1992.

 

Appuntamento Venerdì 31 marzo, ore 18,30, libreria Cartacanta, Monterotondo (Rm)

Il manoscritto di Dante, Claudio Coletta

Claudio Coletta

Il manoscritto di Dante

Sellerio Editore

2016
La memoria n. 1049
192 pagine
13,00 euro
EAN 9788838935497
Formato e-book: epub
8,99 euro

 

Incuriosita dal successo e dalle presentazioni dei due precedenti libri di Claudio Coletta inizio la lettura di questo autore dall’ultimo intrigante titolo Il manoscritto di Dante.

Dopo Roma e Amserdam, lo scenario dell’ultima investigazione di Nario Domenicucci, ispettore della Europol, si sposta a Parigi, fra il Quai des Orfèvres e il Marais, fra ricche nobildonne proprietarie di ingenti fortune, fedeli maggiordomi, avvocati con pochi scrupoli.

Un atmosfera carica di rimandi, uno fra tutti quel commissario Maigret che a tratti ci sembra di intravedere fra la brasserie e Boulevard Saint Germain o nei corridoi del Quai.

L’autore cita quasi di sfuggita Maigret, ma la struttura del racconto, l’investigazione, i luoghi, gli stessi protagonisti, il colore dello stile limpido sono un omaggio alla penna di Simenon.

Sui personaggi aleggia l’atmosfera cupa del prologo, quasi li avesse raggiunti direttamente dal lontano A. D. 1323, insieme a documenti di valore inestimabile.

A Parigi in un lussuoso appartamento del Marais è stato rinvenuto il cadavere di Clothilde Dumoulin, milionaria, donna d’affari, e collezionista di opere d’arte. Nario Domenicucci, ispettore dell’Europol incaricato delle indagini, insegue una traccia di sangue e di secoli per districare un complicato labirinto di delitti e misteri. Fino a imbattersi in due fogli bruciacchiati, unico autografo esistente della Divina Commedia di Dante, avventurosamente finiti nelle mani di un nobile francese e custoditi segretamente nel suo castello per settecento anni.

 

L’AUTORE

Claudio Coletta (Roma, 1952) è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza». È stato membro della giuria internazionale del Roma Film Festival 2007. Con questa casa editrice ha pubblicato Viale del Policlinico (2011) e Amstel blues (2014).

Giusi R.

Tana libera tutti, un romanzo che il suo autore definisce “Il mio gioiellino” e che del piccolo gioiello ha tutta la luminosità e la grazia. È il gioco dell’infanzia che ci ha visti tutti partecipi, chi più e chi meno.

A dicembre al Palazzo dei Congressi di Roma per la Fiera Più libri più liberi, l’incontro fra alcuni rappresentanti di #Librinfestival e Franco Piol presente con il suo nuovo libro fresco di stampa Tana libera tutti e già in gara alla prima edizione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro.

Tana libera tutti, Franco Piol, Paola Rotella, Roberto Stocchi

Sabato 25 febbraio ci siamo dati appuntamento alla Feltrinelli di Roma, Galleria  Alberto Sordi, per assistere alla presentazione del libro, è intervenuta Selene Gagliardi, letture di Paola Rotella e Roberto Stocchi.

Tana libera tutti, Franco Piol, mestierelibro, Feltrinelli

Tana libera tutti

Franco Piol

Augh Edizioni

Euro 13,00

pagine 154

 

Tana libera tutti, Franco Piol, Paola Rotella, Roberto StocchiSelene GagliardiFranco Piol inizia la conta stanando uno ad uno i suoi amici, nascosti fra le pieghe dei ricordi e chiamati a raccolta, invitati a giocare ancora una volta tutti insieme, anche se il fiato si è fatto più corto e le gambe non reggono lo sforzo.
Siamo a Piazza Navona, al calar del sole di una giornata di fine estate, e qui prendono il via i momenti di nostalgia, un affresco della Roma ormai sparita come racconta l’autore, quella del dopoguerra, quella dove la gerarchia si faceva sentire anche fra i bambini orfani, come Alvaro Paolino un orfano privilegiato perché ameno aveva la mamma. Nella gerarchia dell’orfanotrofio erano comprese anche le suore e lo scalino più basso era riservato alle sorelle di serie “c” come suor Gertrude, la suora novantenne con il suo intercalare in stretto dialetto calabrese, custode del terrazzo, addetta al bucato e ai panni stesi, ma non al grande orologio della torre, come aveva immaginato Alvaro.

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È il racconto del primo amore fanciullo, “Amore Maria”, come il titolo della poesia dedicata alla bambina che Alvaro non rivedrà più. E di Nando il sognatore, che insieme all’uomo venuto dal mare scava nella sabbia e trova una grande biglia che sprigiona energia pura e riflette la luce dal mare. E come dimenticare la Sora Cencina amministratrice di un variopinto pensionato o le Madonnare di Rione Ponte che a giugno andavano in processione al Divino Amore e di mestiere si arrangiavano con l’usura spicciola.

Accorrono tutti al richiamo dell’autore, al richiamo della memoria che preesiste sotto forma di testimonianza, inventando qualcosa, trasformandone qualche altra e quei ricordi d’infanzia si scolpiscono indelebili, come il viaggio a Conegliano del piccolo Mattia. Un viaggio che è stato una favola, una grande favola per un bambino che l’ha vissuta da solo, ad appena cinque anni. Da Roma a Conegliano con un cartellino che riportava scritto: “Per Conegliano scendere a Mestre”. Dietro ovviamente c’era tutta una rete protettiva, la Polfer, la mamma che curava la mensa dei ferrovieri, una collega che lavorava nelle ferrovie. E il bambino aveva gli occhi sgranati per la curiosità, rimasto sveglio per l’eccitazione, fino a crollare vinto dal sonno.

Paola Rotella - Roberto Stocchi

Paola Rotella – Roberto Stocchi

“A un certo punto poi ti fermi e fai la raccolta, dice Franco Piol, una raccolta che nasce anche da venticinque anni di teatro per bambini, laddove a largo Spartaco i ragazzini abbandonati si riunivano e raccontavano le loro storie, storie pesanti e noi le raccoglievamo e, con l’onestà dell’autore, dell’attore, della compagnia, le trasformavamo in fiabe e queste fiabe colpivano nei loro temi sociali tanto che ci si innamorava di queste fiabe, incantavano soprattutto gli adulti che magari facevano altre letture. La differenza la facevamo noi, più o meno bene. La vera caratteristica del bambino è teatro puro”.

Un vero peccato non aver potuto arricchire le pagine di Tana libera tutti dei disegni di Roberto di Costanzo. Sarebbero state quelle illustrazioni un valore aggiunto a una percorso fiabesco, lungo le strade di una città che iniziava a ricucire gli strappi della guerra fra mille difficoltà che ricadevano soprattutto sui bambini.

Il sipario cala nella stessa piazza dove si è aperto, in quella Piazza Navona quando ormai si è fatta alba e il Nostro narratore può finalmente gridare “Tana libera tutti”
Il tocco leggero di Piol nel narrare anche gli episodi più duri è la cifra stilistica di questo autore poeta, animatore, narratore. Aspettiamo allora di leggere una sua nuova fiaba.

Giusi Radicchio

L’amica lettrice Maria Civita D’Auria ci invia la sua recensione al libro Follia di Patrick McGrath ricordandoci così il concorso RiSCRIVI il tuo finale indetto dalla libreria Cartacanta di Monterotondo e abbinato ai corsi di scrittura creativa di #mestierelibro

Follia, Patrick McGrath

Follia (Asylum)

di Patrick McGrath

ADELPHI edizioni

marzo 1998

pp. 294, copertina flessibile

collana Fabula

 

Incipit

Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni.

Siamo nel 1959, Stella è la moglie infelice di Max, vicedirettore del Mental Health Act, un grande manicomio criminale nei pressi di Londra. Lei è bella, florida e un po’ regale. Lui è un uomo cupo, freddo, debole e senza fantasia. Hanno un figlio di dieci anni che si chiama Charlie. Ma il loro è un matrimonio di apparenza. Così quando Stella conosce Edgar se ne sente subito attratta sessualmente. Edgar è uno scultore, un artista, ma è anche un paziente dell’ospedale. Difatti si trova ricoverato in questo manicomio, per aver ucciso sua moglie Ruth perché convinto della sua infedeltà. Essendo un paranoico con violentissime crisi di rabbia, dopo averla uccisa, la fa a pezzi e scava la sua testa come fosse una scultura. Adesso all’ospedale si trova in regime di semi libertà ed è ingaggiato da Max, il marito di Stella, per curare l’orto e la serra della sua casa. E’ qui che Stella e Edgar si conoscono. E’ estate, Stella indossa abiti leggeri che esaltano la sua sensualità e anche Edgar con il suo corpo atletico è molto attraente. Così, tra i due, è inevitabile fare sesso insieme. La prima volta accade nella serra in modo un po’ primitivo, con un misto di smania famelica e di istinto. Gli incontri si ripetono e tra i due scoppia una passione selvaggia e ossessiva che, con il tempo, danneggia la salute mentale di Stella. Amare Edgar in questo modo distrugge la vita della donna e quella dei suoi familiari.

I fatti sono raccontati proprio dal dottor Peter Cleave, psichiatra che ha in cura Edgar e voce narrante di questa storia. Consiglio di leggere “Follia” perché è molto coinvolgente. Il lettore resta incollato dalla prima all’ultima pagina senza mai stancarsi, attratto da una buona scrittura e dal ritmo incalzante. La trama e i personaggi sono forti, complessi, ma il finale non è come ce lo siamo immaginato e ci lascia un po’ amareggiati, anche se ci rendiamo conto che, dati i fatti narrati, l’autore scrive la conclusione più logica.

Maria Civita D’Auria

Continua l’appuntamento con le recensioni di Maria Civita. Oggi tocca al romanzo La rabbia che rimane di Paolo Di Reda, Edizioni Fahrenheit 451, che ha aperto la seconda edizione di #Librinfestival, la maratona letteraria che prema i mestieri del libro.

la rabbia che rimane, Paolo Di Reda

La rabbia che rimane

Paolo Di Reda

Edizioni Fahrenheit 451

Pagg.389

Euro 11,50

Giorgia, la protagonista di questo romanzo, è vittima di uno stupro a soli 17 anni. Dopo la vergogna e l’umiliazione, si accorge di aspettare un figlio dall’uomo che l’ha violentata.

La ragazza decide comunque di portare avanti la gravidanza, anche se il padre e la matrigna, per paura di uno scandalo, la cacciano fuori di casa. Giorgia si rifugia da Agnese, la nonna materna.

Quando nascerà Andrea, il bambino sarà la prima cosa al mondo completamente sua, ma il dolore per la violenza subita, rimarrà incancellabile. Nella casa di via Corsica a Roma, Giorgia pensa spesso a sua madre, morta mentre le sta dando la luce. La nonna, con le sue attenzioni, riesce a farle superare i sensi di colpa. Agnese, difatti, diventa l’unico punto di riferimento della giovane nipote. La protegge, l’appoggia e la sostiene, soprattutto quando Giorgia manifesta la sua voglia di studiare.

Così Giorgia prende il diploma e a dispetto di quello che pensa il padre delle donne che, in quanto tali, possono fare solo le maestre, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza. Per mantenersi agli studi lavora prima in una salumeria, poi in una fabbrica come operaia. Qui inizia la militanza al sindacato. A questo punto entra in scena Corrado, un giovane avvocato, che simpatizza con le idee dei sindacalisti perché anche lui odia il mondo borghese del padre, ma non riesce a pensare a un’alternativa che lo liberi dall’influenza paterna.

Corrado incontra Giorgia a una manifestazione ed è subito attratto da lei e dal suo bambino. Quando Giorgia, a causa delle sue idee, ha problemi con la giustizia e finisce in galera, Corrado va in suo soccorso. Tra i due nasce una profonda amicizia, anche grazie ad Andrea che si lega molto a Corrado. Così presto, tutti insieme, costruiscono un’insolita famiglia.

Ma intorno a Giorgia, Andrea e Corrado, ruotano le vite di altri personaggi che, insieme a loro, vivono le vicende che hanno contraddistinto gli anni tra il ’50 e il ’90 come la violenza, le stragi, il terrorismo, l’eroina, il femminismo e le battaglie per i diritti.

La rabbia che rimane è un libro che consiglio di leggere perché Paolo Di Reda, con una scrittura chiara e coinvolgente ha saputo descrivere quegli anni di piombo, che molti di noi, come l’autore, hanno vissuto in prima persona, provando oggi un po’ di nostalgia per alcuni ideali che li hanno caratterizzati, anche se spesso sono rimasti tali e la violenza li ha distrutti portandoseli via.

Maria Civita D’Auria

cop_low_la_vita_a_rovescioSimona Baldelli

La vita a rovescio

Collana: Scrittori Giunti
Dimensione: 14×21.5cm
Lingua: Italiano
ISBN – EAN: 9788809819498
Prima edizione: aprile 2016 – 416 pagine
Disponibile anche: eBook

Romanzo di avventura in cui i temi dell’emancipazione femminile e dell’identità sessuale si fondono in un universo picaresco, appassionante e pervaso da un sottile erotismo.  

Dopo Evelina e le fate e Il tempo bambino Simona Baldelli presenta alla libreria Ubik di Monterotondo il suo terzo romanzo La vita a rovescio, Giunti editore.

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Tre libri, tre modi diversi di narrare, tre lingue, tre temi completamente distanti, tre tempi storici, unico fil rouge una sorta di elemento fantastico, quasi magico: l’interiorità del personaggio, quell’immaginario che si nutre di sogni, di desideri, di passioni, di dolore; cresce fino a trasformarsi in immagine fluida e viva, oscura e crudele, saggia e consigliera, amica e protettrice.

Trailer_La vita a rovescioLa vita a rovescio recupera l’immaginario dalla tradizione letteraria, dall’Orlando Innamorato del Boiardo al Furioso dell’Ariosto, ridando vita, in forma di nuvola a Bradamante, la donna cavaliere, e a Fiordispina la principessa dei saraceni che se ne innamora.

Simona Baldelli mostra la sua capacità di spostarsi con sicurezza in luoghi ed epoche distanti tra loro, non perdendo di vista la verità storica.
La protagonista di questo romanzo, Caterina Vizzani, è realmente esistita e la sua contestualizzazione storica è precisa: il 21 febbraio 1730 muore papa Benedetto XII e quello stesso giorno Caterina scopre, oltre alle piaghe del vaiolo, che la natura seguendo il regolare corso ha segnato il suo destino di donna, con l’arrivo del menarca. La coincidenza di quegli eventi sono per Caterina un segno distintivo; la voglia violacea che le segna il volto è un marchio che afferma quanto la sua vita sarà attraversata da questa diversità.

Cosa può accadere nel 1735 ad una ragazzina di 11 anni e mezzo se, dopo aver contratto il vaiolo, si ritrova con una voglia color rubino che le deturpa il viso? Sarà difficile per chi le si avvicina non provare ribrezzo, così sfregiata non riuscirà di certo a trovare marito, a meno che non sia «Un vedovo bisognoso di una donna per allevare i figli, o un poveretto che si contenti di una brava fanciulla con un po’ di dote.» Ma Caterina sa scrivere e far di conto, non vuole sposarsi, e se il mondo per lei si presenta sottosopra, non le resta che raddrizzarlo e diventare Giovanni.

La vita, per le femmine, era una specie di teatro: gli uomini stavano sulla scena e loro sotto, ad applaudire. Ma a lui non bastava. Da che era diventato Giovanni, il mondo si era raddrizzato e aveva scoperto la sua vera natura. Voleva salire sul palco.

Scoperta ad amoreggiare con la sua compagna e amica Margherita, Caterina prende coscienza di una identità sessuale priva di riconoscimento sociale, anzi avversata e perseguitata, e quello che per una donna è un marchio di bruttezza, per l’intraprendente Giovanni diventerà un segno di distinzione. Sette anni dopo la fuga di Caterina da Roma per accusa di stregoneria, Giovanni caduto in disgrazia, ritorna nella città natale alla ricerca di un nuovo riscatto e della sua amata Margherita

Ed è proprio Giovanni che per primo fa il suo ingresso nell’incipit del romanzo e ci fa subito simpatia questo ventenne mingherlino che, per proteggere la giovane Teresa dalle angherie di due eleganti e prepotenti borghesi, finisce sbattuto per strada in una pozzanghera di acqua gelida e urina. Insieme alla fortuna lo ha abbandonato anche la nuvola luminosa di Bradamante, sua amica e guida, ora dissolta nell’acquerugiola fredda che impregna le strade di quell’autunno romano.

Sono le immagini con cui Simona Baldelli apre la storia di Caterina Vizzani e ci dà conto dell’importanza della lingua.
In questo romanzo, spiega l’autrice, era necessario che la voce narrante usasse una lingua in sintonia con il periodo in cui era ambientata la storia: il 1730. Ma non era pensabile usare un linguaggio prettamente settecentesco, che sarebbe risultato ridicolo, occorreva usare un linguaggio moderno, senza cadere nella fraseologia tipica dell’attualità.
Così capita di leggere termini come bazza, gerle, bacili, piuolo, pitale, baiocco, turibolo, matroneo, perfettamente in sintonia con l’ambiente e l’epoca narrati.

Per me quello del linguaggio è un punto di partenza e anche di arrivo, anche da lettrice, ed è soprattutto la ricerca di un linguaggio diverso per ogni libro la più grande forma di rispetto che si possa mostrare ai lettori. E inoltre credo che ogni storia debba essere raccontata con le sue parole.

Ogni libro inoltre racchiude un’esperienza, leggere è partire per un viaggio in mondi e luoghi sconosciuti, possibili o impossibili, reali nel momento in cui le parole si trasformano in conoscenza visiva e concreta, ma prima di immergersi in un nuova avventura, prima di subirne il fascino o il fastidio o ancora l’indifferenza e la noia si comincia dai preliminari, proprio come per un’avventura amorosa, perché questo è la lettura: un innamoramento. Come non citare a questo proposito le parole di Italo Calvino:

Rigiri il libro fra le mani, scorri le frasi del retrocopertina, del risvolto, frasi generiche, che non dicono molto… Certo, anche questo girare intorno al libro, leggerci intorno, prima di leggerci dentro, fa parte del piacere del libro nuovo, ma come tutti i piaceri preliminari ha una sua durata ottimale se si vuole che serva a spingere verso il piacere più consistente della consumazione dell’atto, cioè della lettura del libro.
(I. Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Mondadori,)

Questa sorta di rituale si ripete ogni volta che mi ritrovo per la prima volta tra le mani un libro da leggere, inizio proprio dai preliminari, ci giro intorno al libro, a cominciare dal titolo. Nel nuovo romanzo di Simona Baldelli il titolo innesca la prima curiosità:

La vita a rovescio: ma quali sono il diritto e il rovescio nella vita? cos’è vivere la vita a rovescio? è vivere da un punto di vista capovolto, anche se lo sguardo, i sentimenti, le voglie, i doveri, le paure sono le stesse. Narrare il sesso a rovescio, entrare nei più intimi dettagli, senza pudori, con disinvolta bravura, rovesciare il fantastico, sovvertire il reale e viceversa: in alto, la nuvola aerea dell’angelica innocenza, nel basso più infimo l’umana natura istintiva e bramosa di voglia.

Caterina è una ragazzina di undici anni e mezzo e a quell’età, nel 1730, si deve obbedire ai genitori, imparare il cucito, pensare a un ragazzo da sposare, pregare in silenzio, ma a Caterina piace urlare e quando è contrariata le sale dal petto una furia che la incendia e che è costretta a trattenere. A Caterina l’idea di sposarsi fa senso, non vuole imparare a cucire se non per aprire una sua sartoria. A Caterina piace Lucia, la vedova che aveva incontrata una mattina all’alba, vicino alla fontana.

Lucia era mora e vestiva sempre di scuro, ma a guardarla metteva voglia di ridere. Caterina faceva di tutto scacciare quella fantasia, sapeva che era sbagliato. Due donne abbracciate non s’erano mai viste. Lo poteva pensare solo lei, che era nata a rovescio.

La vita a rovescio sono anche i due volti della copertina, uno specchio dell’altro, come una clessidra con le due ampolle gemelle che si capovolgono al ritmo del tempo.

E poi soffermatevi sullepigrafe, un vero tesoro da scoprire e da leggere.

«Se ciò fusse vero – disse allora Verginia – che gli uomini
fussero di tanta imperfezione, come voi dite,
perché ci sono essi superiori in ogni conto?»
«Sono nati inanzi di noi – rispose Corinna –
non per dignità loro, ma per dignità nostra;
poiché essi nacquero dell’insensata terra perché noi
poi nascessimo della viva carne.»

Moderata Fonte, Il merito delle donne, Venezia 1600

Giusi R.

Continuano gli appuntamenti con I consigli letterari di Maria Civita

978880620633GRA

CHIRÙ

Michela Murgia Einaudi

2015
Supercoralli
pp. 200
€ 18,50
ISBN 9788806206338

Leggi un estratto

 

Eleonora è una donna colta, una brava attrice di teatro e ha 38 anni. Chirù studia violino al Conservatorio e ha 18 anni, ma è molto ambizioso. I due si conoscono per caso, a una cena in un ristorante del centro storico di Cagliari, dove c’è anche altra gente. Chirù si siede di fronte a Eleonora e non fa altro che parlarle di sé. Poi con una certa sfrontatezza dice a quest’ultima che vuole diventare suo allievo. Lei non se la sente di rifiutare perché è molto attratta da questo ragazzo. Prima di lui ci sono stati tre allievi più giovani di Chirù come Alessandro, Teo e Nin. I primi due hanno avuto una vita brillante e di successo. Invece Nin purtroppo è morto e Eleonora se ne fa un po’ una colpa. Ma con Chirù è diverso perché Eleonora in questo ragazzo vede una parte di sé, del suo carattere. Così Eleonora diventa la sua guida, la sua educatrice, contribuendo alla crescita culturale e sentimentale del ragazzo. A questo proposito si fa accompagnare alle serate mondane, nelle sartorie di alta moda per insegnare a Chirù il modo di stare in società. Ma con lui condivide anche piaceri più semplici come la cucina e le bevute con un giovane amico di Chirù .Presto però in Eleonora affiorano i ricordi di una brutta infanzia trascorso all’ombra di un padre-padrone e di una madre anaffettiva che le ha procurato solo tanto dolore. Così il legame affettivo con Chirù si incrina perché Eleonora si rende conto che il loro è un amore impossibile a causa della differenza di età e delle diverse esperienze. E anche la famiglia di Chirù diventa un ostacolo al loro amore. Così l’epilogo è un po’ tragico e lascia nel lettore un po’ di amarezza. Dopo Accabadora, Michela Murgia con Chirù offre al lettore un altra bella storia narrata con una scrittura colta e ricercata. Alcuni difetti si colgono nell’intreccio che lo si comprende a fatica perché si passa da un argomento e da un paese europeo all’altro con troppa superficialità. Ma la perfezione non esiste e nell’insieme Chirù è un bel libro che va letto tutto d’un fiato.

Maria Civita D’Auria

L’AUTRICE

Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972. Nel 2006 ha pubblicato con Isbn Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti.
Per Einaudi ha pubblicato nel 2008 Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, nel 2009 il romanzo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, nel 2011 Ave Mary (ripubblicato nei Super ET nel 2012), nel 2012 Presente (con Andrea Bajani, Paolo Nori e Giorgio Vasta) e L’incontro. È fra gli autori dell’antologia benefica Sei per la Sardegna (Einaudi 2014, con Francesco Abate, Alessandro De Roma, Marcello Fois, Salvatore Mannuzzu e Paola Soriga), i cui proventi sono stati destinati alla comunità di Bitti, un paese gravemente danneggiato dall’alluvione. Chirù è il suo ultimo romanzo

http://www.michelamurgia.com/