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Maria Civita D'auria ci propone oggi la lettura de La vita nascosta di Sara Ficocelli.

La vita nascosta, Sara Ficocelli, MdS Editore, #Librinfestival, #mestierelibro

La vita nascosta
Editore:MdS Editore
Collana:Cattive strade
Anno edizione:2016
In commercio dal:27/05/2016
Pagine:180 p., Brossura

 

Recensione a cura di Maria Civita D'Auria

Quando si parla della città di Roma vengono subito in mente le sue bellezze artistiche come le chiese e i palazzi, le fontane, le strade e le piazze. Ma in questo romanzo, Sara Ficocelli, attraverso i suoi personaggi parla di una Roma nascosta, ben più semplice e popolare. Tutto ruota intorno al personaggio di Iris, una transessuale che si prostituisce nei quartieri alti di Roma, anche se vorrebbe fare un lavoro normale. Iris è alta, bionda, colta e ha una relazione con Roberto che gestisce un bar a Ponte Milvio insieme a Mauro, un giovane del Quadraro che sta per diventare padre. Anche Roberto ha un figlio, Biagio, ma ha un pessimo rapporto con la sua ex moglie e il cognato che è di destra. Dalla loro realtà, molto lontana dagli ambienti della borghesia romana, Iris si sente tagliata fuori e il desiderio di farne parte è tale che la donna si riduce spesso a spiare le giornate di Roberto dalla vetrina di un locale di fronte, bevendo un Negroni dietro l’altro. Ad un certo punto entra in scena Aneta, una giovane Sinti trovata seduta in stato confusionale su una panchina della piazza, in seguito a una violenza subita da due ragazzi della Roma bene. Iris che ha tanta voglia di compagnia decide di ospitarla. Ma Roberto non accetta questa situazione perché ha paura che quelli del campo, i familiari di Aneta, gli vadano a sfasciare il bar. Roberto si convince che il rapporto con Iris gli ha creato solo problemi. E pensare che anche lui ha sempre desiderato una vita normale. Così decide di lasciarla. Iris è combattuta. Vorrebbe tornare con Roberto ma vuole anche aiutare la ragazza. A un certo punto decide di vendicare Aneta. Così inizia a indagare su una storia di soprusi e violenze fatte da persone insospettabili che la porterà a scoprire il torbido che la città riesce a nascondere.
In questo romanzo d’esordio Sara Ficocelli, giornalista della Repubblica e autrice di inchieste su donne e welfare, affronta il tema dell’emarginazione, della diversità e della solitudine con uno stile di scrittura piuttosto incalzante che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina.

 

Il romanzo è stato presentato  il 13 marzo 2018 nel corso della maratona letteraria #Librinfestival


L'Autrice

Sara Ficocelli è nata a Pisa ma vive e lavora a Roma, dove collabora dal 2007 per Repubblica e altre testate del Gruppo Espresso. Ha ricevuto il premio Sodalitas e il premio Paidoss per le sue inchieste e una menzione speciale al premio Tonino Carino per un reportage sull’Australia. Ama viaggiare e andare in bicicletta. “La vita nascosta” è il suo primo romanzo.

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Con un pizzico di brio, in linea con lo spirito del libro, oggi vi propongo Anche i fiammiferi costano, di Ermenegildo Corsini, Scatole Parlanti Edizioni, una novità che ho letto in anteprima, appena uscita in libreria,  a cui tengo in modo particolare per il suo spirito giocoso, il taglio ironico, lo slancio poetico conclusivo.

 

 

Il libro sarà presentato al pubblico sabato 24 febbraio 2018, ore 18,00 presso la Sala Pio XXII, sede della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”.

 

 

 

 

La luce del mattino che ha rotto definitivamente il corso della notte entra trionfante ad annunciare il nuovo giorno qualsiasi cosa sia accaduta, al di là degli eventi. E la stanza vuota respira, respira e ascolta. Ascolta il rumore del mondo.

Questa, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti, se ne differenzia per la sua anomalia intrinseca, per la singolare visuale del mondo che ci circonda, che a volte ci sovrasta, ma spesso ci ridimensiona.

Scrive Pessoa in uno dei suoi aforismi

Benedetti siano gli istanti, e i millimetri, e le ombre delle piccole cose.

Il titolo che Corsini ha scelto per i suoi scritti, Anche i fiammiferi costano, sottolinea l’importanza delle piccole cose, quelle che procurano gioia, quelle che ci fanno riflettere, quelle legate al momento contingente o a un ricordo che, senza scomodare troppo Proust, recupera il passato, si materializza nel presente e ne coglie l’essenza. Un titolo dunque che rivela e rileva la dimensione del tema, ma anche la misura ironica dell’autore.

Ermenegildo Corsini torna in libreria con questa seconda fatica letteraria che conferma l’intelligenza evocativa del suo sguardo, il gusto di cogliere i particolari, assaporarne la sintesi dimostrandosi capace di trasmettere vizi e virtù di una società in perenne bilico, fra una contraddizione e un nervo scoperto, senza mai perdere di vista la Speranza.

All’ironia di questi “pensieri inconsueti” come li definisce lui stesso, Corsini affianca il surreale, coniuga la storia con il fiabesco consegnando all’arte visiva la sua massima espressione, fino a immergere nel presente il nobile condottiero Guidoriccio da Fogliano, personaggio storico affrescato su una parete della Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena.

Circondati dal Mondo di cui siamo parte ne ascoltiamo la voce attraverso molteplici canali, ma soprattutto attraverso segni, simboli e piccoli gesti quotidiani. Allo stesso modo la dimensione del Tempo, nel suo trascorrere non disdegna l’azzardo e punta al massimo della posta. Guidoriccio, immortalato nel suo procedere verso Montemassi, si ribellerà all’immobilità metafisica cui è stato costretto dall’arte e sfiderà il Tempo, capovolgendo quel Mondo da cui è rimasto escluso per secoli.

La prima raccolta della miscellanea, dal titolo Dieci racconti a nervo scoperto, include al suo interno la visione di una personale esperienza di vita che porta l’autore a confrontarsi con il Mondo, sull’onda delle circostanze momentanee. Lo scenario si apre con l’inquadratura di una finestra che si spalanca su Mondo e Tempo, nella veste di due personaggi provocatori e dispettosi.

La luce del giorno illumina il mondo, il suo respiro dà vita alle cose che lo abitano, le due categorie del Mondo e del Tempo passano sugli oggetti, le persone, gli avvenimenti, le azioni, l’uno attraverso l’alternarsi continuo del giorno alla notte, l’altro attraverso le singole azioni, per dominare luci e ombre, rumore e silenzio.

Gli uomini con la loro arroganza pensano di governare il Mondo e appropriarsi del Tempo, ma Mondo e Tempo se la ridono degli uomini. Sarà solo la melodia del canto a commuoverli e riportarli nella loro dimensione naturale.

L’allegoria Mondo-Tempo diventerà poi il desiderio di uno spazio proprio, la casa immaginata, costruita sulla misura di fantasie improbabili e proprio per questo desiderabili. Il trascorrere del tempo diverrà oggetto di studio e ogni attimo vissuto sarà un attimo di Mondo ricongiunto al Tempo, nella totalità del proprio essere.

Lo spazio narrato si condensa anche nella solidità architettonica, quella di Oxford per la precisione, con il celebre Trinity College o quello della Basilica di Santa Cecilia nel romanissimo quartiere di Trastevere, dove sorge appartata in un luogo ancora incontaminato. La narrazione si scioglie infine nei paesaggi dedicati alla città di Roma, lungo le vie urbane attraversate a piedi, in un misto di esasperazione e meraviglia.

L’importanza delle piccole cose si riflette ancora nella meticolosità dei gesti, nella ricerca inasprita di particolari insignificanti che esplodono in irritazioni e insofferenza nel momento in cui il nervo esce allo scoperto. Sorprendiamo l’autore ad ammirare l’amata terra toscana, il paesaggio familiare di Forte dei Marmi, luogo bellissimo, contemplato con gli occhi antichi ma con un cuore nuovo arricchito dalla saggezza maturata nel tempo. Davanti alla realtà l’uomo ormai adulto chiede al Mondo quelle risposte che non può o non vuole dare.

E ancora il Mondo appare in tutta la sua bellezza, bellezza che non ha eguali, ma che può diventare arrogante quando intimorisce chi la guarda, o essere ostentata quando è simbolo di potere.

Nulla esclude l’autore nella sua carrellata, così anche i nuovi media trovano il loro posto, ma con una sensibilità attutita, più tenera: è la tenerezza di facebook quella delle parole di melassa, dei primi fiori sul balcone di casa, degli angeli custodi, delle foto in bianco e nero. La verità è che si invecchia e la forza di cambiare il mondo può tramandarsi solo alle nuove generazioni.

Corsini conclude la sua galleria di istantanee fotografando un campionario di umanità svariata e straordinaria, quella che incontriamo tutti i giorni, una gamma così vasta ma con tratti comuni che spesso sfuggono all’attenzione dei più distratti, per altri invece sono fonte di riflessione, apprezzamento o fastidio, giudizio o rabbia.

Nella raccolta Persone ad apparire per prima, seduta su un treno metropolitano, è la signora di colore che ha l’aspetto di una statua egizia, divinità inaccessibile, elegante e bellissima a cui fanno da contraltare la ragazza giovane e insignificante e la piccola cinese agghindata di accessori troppo colorati e brillanti. I segni dell’età sul viso di una signora non riescono a spegnere i suoi occhi che luccicano di umanità.

Li distinguiamo tutti. L’uomo che assomiglia a uno dei quattro schiavi incatenati di Livorno, la donna elegante, quella classica, l’uomo mediocre: li riconosciamo dalla voce, la postura, gli abiti, il trucco, scarpe e acconciatura. Una galleria eterogenea, organizzata con sagacia, spirito di osservazione.

L’arte del racconto non appartiene a tutti e Ermenegildo Corsini, forte del suo spirito tutto toscano, musicista, pittore, appassionato d’arte e letteratura, riesce a appropriarsi di un suo stile riconoscibile e personalissimo compresa l’espressione poetica con cui mi piace concludere questo breve exursus.

grazie a una stella

in una notte

si può rompere

il silenzio. 

Anche i fiammiferi costano, Ermenegildo Corsini, Scatole parlanti, mestierelibro

 

Autore Ermenegildo Corsini

Editore Scatole Parlanti

Collana Voci

I edizione: gennaio 2017

Illustrazioni interne di Filippo Santona

Euro 12,00

L’AUTORE

Ermenegildo Corsini, Anche i fiammiferi costano, Scatole Parlanti

Ermenegildo Corsini è nato a Massa (MS). Musicista, compositore, cantante e direttore di coro, ha esordito nella letteratura nel 2016 con l’autobiografia “geografica” Ogni giorno alle quattro piove (Cavinato Editore). Da sempre innamorato dell’Arte, si è dedicato anche alla pittura e alla recitazione.

Per le nuove uscite in libreria segnalo agli appassionati del thriller questa novità della RIZZOLI, L’uomo di gesso di C.J. Tudor, in libreria dal 30 gennaio 2018.

Nella cittadina di Anderbury, un insegnante di letteratura inglese, Ed, riceve una lettera da Mickey, un vecchio amico che non vede dai tempi dell’adolescenza.

Perché è ritornato? si chiede Ed, ripensando a quando tutto è iniziato. Tante le domande che cercano una risposta, ma non tutte la troveranno e non sempre i tasselli si andranno a collocare al posto giusto.

Ci sono domande. Molte domande. Forse riesco a ricostruire i come, i dove e i cosa, ma per quanto riguarda i perché, non ho tutte le risposte. Non ci vado nemmeno vicino.

L’uomo di gesso che dà il titolo al romanzo non è il protagonista della vicenda, almeno non tanto quanto lo sono i gessetti che un gruppo di cinque ragazzi utilizza come linguaggio segreto, per incontrarsi senza dare conto agli adulti.

Il racconto procede in un continuo giocare a rimpiattino fra passato e presente, un gioco dove i personaggi si specchiano in quello che erano, quasi a cercare una spiegazione, a sollevare un velo per scoprire segreti nascosti,  chiusi a doppia mandata,  serrati da una chiave persa in quegli avvenimenti che hanno deviato senza speranza la loro esistenza.

I diritti del romanzo sono già stati venduti in 25 paesi e il libro è stato un caso internazionale all’ultima fiera di Francoforte.
«Un romanzo pazzesco. Un thriller intricatissimo e un finale
terrificante. Cinque stelle.» – Sarah Pinborough

CARTONATO CON SOVRACCOPERTA
RizzoliLibri
15,2 x 22,7 CM
PP 350
€ 20
√ EBOOK € 9,99

Qui il book trailer

L'uomo di gesso, C.J. Tudor, Rizzoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un consiglio di lettura e la recensione a cura di VANNA DAMATO che volentieri pubblico.

Francesca Picone, Visti dalla meta siamo tutti ultimi, Lettere animate

VISTI DALLA META SIAMO TUTTI ULTIMI

di FRANCESCA PICONE

editore LETTERE ANIMATE #Thriller

Formato: EPUB

Pagine della versione a stampa: 272

 

 

Chi è Sally, il cui nome rievoca una nota canzone di Vasco Rossi, Sally di cui in tutto il libro non riesci a ritagliarti un’immagine al di fuori di quell’essere “secca, imbronciata, spettinata, arti incartocciati, imbrunita”, che gira forsennatamente tra i quartieri di una parte di città come lei incartocciata e imbrunita da lutti e desideri insanati, ma anche piena di mistero e bellezza? La città, Napoli, è quella che si estende tra la collina di Capodimonte e il porto di mare, passando per la vigna di San Martino: luoghi dove si consuma il suo molto camminare, come dice di sé l’autrice nelle note di copertina, alla ricerca di senso. Il tempo è il nostro, questo tempo ubriaco e corrotto, che sembra non avere altra via di salvezza che buttarsi nella grande commedia. La storia comincia con una perdita violenta, per uno scippo che insieme alla borsa le porta via l’agenda con dentro “la poesia della sua fanciullezza”. Questa perdita le aleggia intorno, in forma di stazzonate pagine ritrovate qua e là, che in parte la riconoscono, in parte la accusano di fronte al mondo brulicante di concretezza e malvolere del vicolo in cui vive, o diremmo si ostina a vivere, un mondo senza pensiero. La bellezza e il pensiero sono confinati di là dal muro dove finisce il vicolo e comincia il respiro del bosco, negli innamoramenti improvvisi che gettano squarci di luce, prima di annegare nella delusione dell’imbroglio, nell’ebbrezza del fumo che rende liberi e schiavi, malati e curatori. C’è una diversità in Sally, una volontà che non fa sconti nel perseguire un progetto non ben definito di sé, ma che di sicuro la vuole libera dalla schiavitù del mondo precostruito con mattoni di pseudocompetenza e conformismo, soprattutto la vede fuori da una corsa insensata verso una Meta a cui tutti vogliono arrivare per primi, senza accorgersi che siamo tutti ultimi, proprio come tutti pensano di stare sotto al cielo e “non sanno che ci stiamo dentro”. Inadatta a lavori salariati, a relazioni di complici opportunismi, si ostina a non indossare la maschera necessaria per stare al gioco, ma non getta la spugna. E mentre coraggiosamente si avventura, senza altra difesa che le parole, tra scippatori e bulletti forniti di coltello, tra aspiranti scrittori e improbabili psicoperatori, tra giri di spaccio e di pseudo protettori, o pseudo amori, Sally non è mai al suo posto, forse perché l’altra metà di sé, che è la sua gemella, e cammina e parla nella sua testa e nei sogni, pure a chilometri di distanza, non è mai d’accordo con lei; o forse perché è una scrittrice, sempre in bilico tra la vita e l’osservazione della vita, per quanto caotica possa essere, o forse perché lei stessa è l’anima di questa città, contraddittoria e dolente, ma viva, in questo tempo e dentro a questo cielo.

Non è un romanzo di facile lettura il libro di Francesca Picone: ti immerge in un’atmosfera di malessere palpabile, come certi film di Sorrentino, dove la distanza tra l’opera e il fruitore si accorcia al punto che ti senti dentro alla storia, e certe volte è come un pugno allo stomaco. Ho provato questa sensazione rispetto a tre autori: Malaparte , quando ho letto “La pelle”, i film di Sorrentino, e il libro di Francesca. E sicuramente è merito anche del linguaggio, di corsa, sulla strada, senza essere un linguaggio di strada, sovraffollato di immagini, pensieri, dialoghi stralunati tra poeti, matti e fumatori, un linguaggio che a tratti ti affatica in percorsi allucinati e tortuosi, altri ti incanta con la bellezza di certe immagini, che “svelano senza badare a quanto sgrammaticata sia la mia follia”. “Quand’è che si è seduto, l’assurdo, al posto vuoto della bellezza? Quand’è che la bellezza si è alzata e ha ceduto il posto e si è messa a guardare questo burlone con il pennello in mano?”

Ecco, alla fine della storia, iniziata con una perdita, mi rimane l’eco di questa nostalgia di bellezza, di quando “la bellezza era una cosa banale, mentre l’assurdo invocava la meraviglia”, ma anche la fiducia che Sally, a dispetto di tutti i tonfi sul bagnato, con la sua faccia senza maschera, il suo passo disinteressato di “quello andante di un adulto”, continuerà a cercarla. E forse è questo il senso di tutto.

LEGGI UN ESTRATTO

Recensione a cura di Stefano Chemelli

Il libro degli amici, Elio Pecora, Neri Pozza

Elio Pecora
Il libro degli amici

ISBN 978-88545-1334-1
Pagine 144
Euro 15,00

 

Un libro degli amici ma anche un romanzo di formazione. Così appaiono queste 142 pagine che Elio Pecora consegna al lettore in una sorta di bilancio assorto e limpido, leggero e intriso di un’umanità così ricca da svelarsi con un tratto di penna felicissimo anche nei marosi di un’esistenza piena. Composto di getto sotto l’influsso non proprio benevolo di una sciatalgia estiva, il resoconto di una vita conduce nel viluppo di un’accelerazione romana durevole dall’ormai remoto settembre 1966, dall’affaccio quasi privilegiato della libreria Bocca di piazza di Spagna dove i conversari professionali di Elio Pecora sostenevano un respiro pregno di cultura destinati ad aprire un dialogo di frequentazioni, conoscenze, occasioni.

Roma abitata, vissuta, esplorata, anche nel peregrinare tra le diverse locazioni (dal 1970 al 1991 la casa di via dei Lucchesi, dopo cinque traslochi), le differenti esperienze, tra recensioni, il cinema, le visite agli amici, i convivi, le mostre, gli appuntamenti, la poesia, le telefonate, i camminamenti intrecciati allo scambio di parole, espressioni, sensazioni.

Ida Magli, Elena Croce, Toti Scialoja, Edoardo Cacciatore, Laura Betti, Luce D’Eramo, Anna Amati… aprono un florilegio della memoria quasi straordinario, ma ciò che colpisce è l’intarsio liminare evocato in un ordito di persone, collaborazioni, lavoro, passioni, conflitti, che lasciano sempre il passo a un tratto distinto ed elegante del ricordo vivo, rispettoso, ironico, sorridente, mai risentito. Netto nel riconoscere contraddizioni ed asprezze, caducità ma anche leggerezza, felicità, letizia e intelligenze. Merita di essere citata Natalia Ginzburg: basterebbe il fatto che è unica in un ginepraio di esseri pensanti ad apprezzare anche altri colleghi; un dato che conferma l’invidia ai vertici dell’italiano di ogni epoca, stirpe, rango, in un libro che avrebbe meritato un indice dei nomi vista la sontuosità dei noti e dei meno noti, nel reticolo delle affiliazioni e delle confidenze mai gratuite.

C’è molta memoria e poco oblio verrebbe da dire, ma Elio Pecora è un maestro della discrezione e del tatto, anche se sa essere puntuale con la levità di un istante. Eppure il suo libro degli amici, molto diverso da quello di Hofmannsthal ma di altrettanta leggibilità aurea, tracima mantenendosi misurato nel sussiego del letterato colto, erudito e mondano, attento osservatore di interiorità e dettagli.

La resa non di rado si rivela una conquista. E arrendersi può significare riappropriarsi del molto o del poco che ci è stato dato e che abbiamo saputo cogliere e accogliere.

Un uomo del 1936, poeta, prosatore, saggista, autore di testi teatrali e di poesie per l’infanzia, critico letterario, tramanda non solo un’introduzione fluorescente, seguita da una decina di ritratti, ma una “chiusa” altrettanto interessante.

Scrivo su fogli rigati, in un giardino lontano da Roma. Giova alla scrittura la lontananza. È un luglio d’afa, un vento sudato muove svogliato l’argento degli ulivi. Abbai oltre gli orti, un esteso brusio per le colline, nubi slacciate avanzano lente, un motore arrota dalla pianura. Forse qui sarà possibile scrivere di anni che si presentano vuoti, confusi. Li ho abitati fino a ieri e ierlaltro, li ho camminati, dormiti, mangiati.

disfacimento del tempo traversato, che pure è il tempo del mio restare.

Tornerà qualcuno in questo giardino a tagliare le dalie secche, a rimirare le ombre che filtrano dal loto sulla tuia e sul melograno?

Un mondo impensato fluttua negli spazi.

Sono alcune battute lette tra le ultime undici pagine dall’intonazione riflessiva, problematica, enigmatica. Qual è “la fodera del mondo” sembra chiedersi Elio Pecora interrogandosi nel profondo. Prima aveva dato spazio agli amici, i protagonisti del libro: Wilcock, Elsa Morante, Bellezza, Amelia Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino, Francesca Sanvitale.

Sono ritratti essenziali, la prosa asciutta, rigorosa, la vita nelle schegge di frequentazione, dell’accettazione e dell’accoglienza che non esclude il conflitto, l’incomprensione.

Wilcock e Penna vengono accomunati per il senso di egocentrismo ed egotismo che emanavano, ma era qualcosa di estremamente particolare. Come peculiare è stato il rapporto difficile con la Morante, non con la sua opera. Dario Bellezza è poeta di un’amicizia ventennale costellata da un umore veemente e imprevedibile, sono cinque pagine emblematiche per profondità e distacco simultaneo. L’intensità della vera conversazione – nell’incontro – è avvenuta con Amelia Rosselli, nella sua singolarità icastica e molteplice, “voce calda, tenera, aspra, spietata: tastiera d’organo, viola vibrante, flauto avanzante in un Erebo sconfinato, viatico amabile e doloroso”, tra pensieri chiari e sottili ironie. C’è un grande affetto per Moravia (quanto per Penna), la sua intelligenza e la sua curiosità affollano un ricordo istantaneo, hanno riempito i suoi giorni al pari di chi l’ha avuto come amico. “Ingovernabile propensione empatica” autodefinisce Elio Pecora la sua innata capacità di entrare nelle pieghe dei propri interlocutori, nel caso di Palazzeschi ne ritrae solo beneficio, per l’immediata sintonia che accompagna l’uomo anche attraverso la sua pagina, mai dimenticando la persona, l’aspetto umano nel suo più alto grado.

Sopra Sandro Penna c’è anche un Meridiano che parla (per la cura di Roberto Deidier, con una esemplare cronologia dello stesso Pecora), un volume di straordinaria qualità e cura, ricordando pure la biografia che Pecora fece uscire da Frassinelli nel 1984. Anche per Elsa de’ Giorgi, Elio Pecora e Roberto Deidier, con Adelaide Cioni, hanno giocato un ruolo importante per proporre da Feltrinelli “Ho visto partire il tuo treno”, uno spaccato novecentesco che Elsa de’ Giorgi ha affrescato da par suo, chiarendo il suo importante rapporto con Italo Calvino ma anche molto altro.

Paola Masino esce malconcia dalle quattro pagine a lei dedicate, Francesca Sanvitale decisamente è nelle grazie dell’autore (“l’ho sentita e vista senza maschera, mai atteggiata”) ma lo sguardo di Elio Pecora raramente sfuoca il bersaglio. Anzi, per quel poco che lo conosciamo, vi è un’acutezza di pensiero e di scrittura che viene da un raziocinio esigente dapprima con se stesso. Tagliente come una lama ben conservata, ma di umanissima fattura.

L’AUTOREElio Pecora

Elio Pecora è nato nel 1936, vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia. Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai. Dirige la rivista internazionale «Poeti e Poesia».

CHOPIN VU PAR MOI

conversazoni con Lucia Lusvardi

di Rita Charbonnier

SATT Scrittura A Tutto Tondo

www.scritturaatuttotondo.it

Recensione a cura di Giusi Radicchio

Può l’incontro con un Maestro segnare un “prima” e un “dopo” nella vita di un allievo? L’amore per la musica si può insegnare? E ancora: a cosa serve la tecnica, da dove viene l’ispirazione?

Chopin vu par moi, Lucia Lusvardi, Rita Charbonnier

Chopin vu par moi.

Conversazioni con Lucia Lusvardi

Scrittura A Tutto Tondo — giugno 2017

Brossura, 118 pagine

€ 14,00

Per questo ultimo scorcio di agosto consiglio la lettura di un libro lieve e intenso al tempo stesso, spesso ironico, il cui pregio maggiore, oltre a farci conoscere l’intensità dello studio del pianoforte, è di prenderci per mano e condurci nel meraviglioso universo musicale di Lucia Lusvardi.

Chopin vu par moi, la frase che dà il titolo a queste conversazioni è un richiamo al saggio del musicologo svizzero Jean-Jacques Eigeldinger, Chopin vu par ses élève, un testo che Lucia Lusvardi, protagonista di questo viaggio, considera come il punto di partenza delle sue ricerche chopiniane.

L’epigrafe introduttiva, che racchiude in sé lo spirito del libro, riporta a ragione la frase di Fryderyk Chopin

Si fa uso dei suoni per creare la musica così come si usano le parole per creare una lingua

da cui il titolo della seconda conversazione: Parole e suoni.

Dopo una prima parte esplicativa che intoduce l’artista mantovana e il suo lavoro di insegnante, pianista e concertista, Rita Charbonnier con metodo e discrezione dà vita a sette conversazioni con la sua Maestra di pianoforte, sette come le note musicali che muovendosi nello spazio di uno speciale spartito ripercorrono le tappe fodamentali della carriera della pianista e maestra, Lucia Lusvardi, del suo amore per la musica, in particolare per la musica del compositore polacco Fryderyk Chopin.

Viaggio entusiasmante anche per chi poco si intende di musica, alla scoperta di quello che la prefatrice Elena Bittasi chiama “il dono della musica, il dono della vita”, una vita quella di Lucia Lusvadi dove i punti fermi sono il pianoforte, la famiglia, l’insegnamento.

In questo modo il lettore riesce ad avvicinarsi in punta di piedi e sbirciare con sguardo curioso e attento cosa si nasconde dietro gli studi e le tecniche alla base della bravura di un musicista.

Il percorso artistico di Lucia Lusvadi inizia molto presto. A soli sei anni esegue a memoria la Polacca di Chopin, la cosidetta Eroica, dopo averla ascoltata alla radio. In casa c’era il pianoforte in legno rosso di palissandro della madre. Lucia racconta come allora fosse quasi d’obbligo insegnare lo studio di uno strumento alle ragazze di buona famiglia, ma la madre non era particolarmente interessata allo strumento. Scoperto però questo talento innato e tanto precoce nella piccola Lucia i genitori pensarono di farle prendere lezioni di pianoforte. All’età di otto anni poi, dopo un audizione con il Maestro Ettore Campogalliani, sostenne al Conservatorio di Parma l’esame del quinto anno di compimento inferiore che lei superò a pieni voti.

In seguito la piccola musicista si esibì nei salotti musicali della città di Mantova, anche se lei stessa afferma che non amava esibirsi né essere additata come talento precoce.

L’incontro con Fryderyk Chopin

All’età di 14 anni il dono da parte di Ettore Campogalliani di un libro che parlava di Chopin, darà un’ulteriore svolta agli studi della Lusvardi.

Il racconto del percorso di Chopin la affascinò a tal punto che, nell’approfondire gli studi su questo autore, si accorse di un ostacolo tecnico: “la legatura a due”, ovvero quella che dava gli ansiti ripetuti e una prassi esecutiva sdolcinata che non corrispondeva al musicista dotato e dai sentimenti forti che era Chopin.

A questo punto inizia la ricerca musicale filologica sui documenti autografi di Chopin, basata sulla convinzione che non si dovrebbe mai sovapporre la personalità dell’esecutore a quella del compositore.

il desiderio, quasi un rovello, di restituire la sua musica inalterata e pura. Perché Chopin è ben diverso dall’eterno malato che sospira alla luna.

Nel corso delle conversazioni non mancano da parte di Lucia Lusvardi alcune critiche, soprattutto nei confronti delle eccentricità della scrittrice francese George Sand per un certo tempo compagna di Chopin.

E poi gli ostacoli, le tante prove da superare e lo studio, raccontati con verve anche quando la sofferenza e le rinunce sembravano insormontabili. Niente è tralasciato nella intensa conversazione con Rita Charbonnier che omaggia la sua Maestra con la musica delle parole.

Lucia Lusvardi_Foto

Lucia Lusvardi

Nata a Mantova, dove vive tuttora, Lucia Lusvardi è stata titolare della cattedra di pianoforte principale presso il Conservatorio “Lucio Campiani”. La sua attività concertistica ha avuto inizio a un’età molto precoce. Dopo aver intrapreso studi pianistici regolari con il maestro Ettore Campogalliani, si è diplomata con lode, appena quattordicenne, presso il conservatorio “Arrigo Boito” di Parma. A determinare una svolta nel suo percorso di musicista è stato l’incontro con il pianista Nunzio Montanari, docente presso il Conservatorio “Claudio Monteverdi” di Bolzano fin dalla sua fondazione, insigne didatta e fondatore del Trio di Bolzano, una delle più acclamate e longeve formazioni cameristiche italiane del dopoguerra.

Dopo un periodo di forzata inattività, Lucia Lusvardi ha ripreso la propria carriera musicale, affiancando l’insegnamento a una selezionata attività concertistica nelle principali sale da concerto italiane, sia in veste di solista, sia in concerti con orchestra — sotto la direzione di Romano Gandolfi, Piero Guarino, Agostino Orizio e altre figure di primo piano del panorama musicale.

Il repertorio della pianista mantovana spazia da Bach al Novecento, con una particolare predilezione per Ravel e la musica francese in generale. Tuttavia, Lucia Lusvardi ha focalizzato ben presto la propria attenzione sul repertorio romantico e, in particolare, sull’esecuzione dell’opera di Fryderyk Chopin, nell’intento di restituire la sua musica — come spiega ai propri allievi — “così come egli l’ha concepita e voluta”.

Di questo ha sempre reso partecipe il pubblico dei propri concerti, instaurando con gli spettatori un rapporto di cordiale partecipazione umana, oltre che culturale, in tutte le sedi concertistiche dove hanno avuto luogo le sue esecuzioni e che hanno ospitato anche i suoi seminari di approfondimento sull’interpretazione chopiniana, come il Trinity College di Dublino. Il valore della sua opera di rilettura filologica dell’opera di Chopin è stato riconosciuto e apprezzato, infatti, anche all’estero. All’apice di questo percorso si situa la tournée in Polonia, dove ha eseguito i Concerti per pianoforte e orchestra di Chopin su invito delle autorità polacche, sotto la direzione di Stefan Marczyk.

Rita Charbonnier
Rita Charbonnier

Bibliografia

  1. Chopin vu par moi. Conversazioni con Lucia Lusvardi — libro-intervista di argomento musicale, 2017
  2. Le due vite di Elsa — romanzo. Edizioni Piemme, 2011
  3. La strana giornata di Alexandre Dumas — romanzo. Edizioni Piemme, 2009
  4. La sorella di Mozart — romanzo. Casa Editrice Corbaccio, 2006. Edizioni Piemme, collana Bestseller, 2011.

Biografia

Rita Charbonnier è nata a Vicenza e vive a Roma. Il suo primo romanzo La sorella di Mozart è stato tradotto in diverse lingue e distribuito in dodici Paesi. Il secondo, La strana giornata di Alexandre Dumas, ha ottenuto la Medaglia della Presidenza del Senato. Nel 2011 è uscito Le due vite di Elsa, che chiude il trittico. Dal tardo ’700 al primo ’900, occupandosi di creatività e di arte, le tre appassionanti storie offrono uno spaccato della condizione femminile.

Charbonnier ha inoltre scritto, per il Trio des Alpes — formazione musicale cameristica italo-svizzera — il monologo teatrale Beethoven si diverte, interpretato da Pamela Villoresi.

Ha fatto studi di pianoforte e canto, si è diplomata presso la Scuola di Teatro Classico “Giusto Monaco” dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa e ha frequentato il Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori della RAI.

Ha collaborato come giornalista ed esperta di teatro musicale con diverse riviste culturali e scritto soggetti e sceneggiature per la RAI e per Mediaset. Un suo soggetto cinematografico ha vinto un concorso europeo (Euroscript, Programma Media) e un suo trattamento per docu-fiction ha ottenuto la menzione speciale della giuria nel corso del XIX Torino Film Festival. Inoltre la sua sceneggiatura basata sulla biografia di Nannerl, sorella di Mozart, è stata finalista al festival cinematografico americano Moondance nell’edizione 2011.

Ha anche avuto una rilevante esperienza come attrice di teatro. Ha lavorato con Nino Manfredi, Aldo Trionfo, Lucia Poli, Antonio Calenda, Renato Nicolini, Tonino Conte, Vito Molinari, Sandro Massimini e altri artisti. È stata coprotagonista del musical “On Broadway”, prodotto dalla New York University e andato in scena a New York.

Maria Civita D’Auria, fedele lettrice, ci propone la sua recensione del libro Il senno di noi di Maria Castaldo e Michele Gardoni pubblicato da David And Matthaus e in concorso alla seconda edizione della maratona letteraria #Librinfestival

Il senno di noi

di Maria Castaldo e Michele Gardoni

David And Matthaus

settembre 2016

Pagg. 278

Euro 16,90

Era facile giudicarle diverse, banale considerarle uguali, impossibile vederle rassegnate.

Si tratta di Silvietta e Linda, due storie vere, due donne vittime di una violenza sessuale che entrambe superano con grande forza e determinazione.

Silvietta è molto sola. Non ha conosciuto il padre, figlia di una ragazza madre non ha amici e parenti. Così la madre, è l’unica figura accogliente e premurosa con la quale ha un rapporto idilliaco. Presto però, quest’ultima, si ammala di una forma di poliomelite che le crea una grave insufficienza polmonare per cui nel giro di poco tempo muore. Silvietta per reagire al dolore inizia a frequentare come volontaria un’associazione che aiuta le donne in difficoltà. Ma quando tutto sembra essersi risolto, Silvietta viene stuprata nella strada buia del parco che percorre ogni sera per raggiungere l’associazione. Nel giro di poco tempo si rende conto di essere incinta, ma anche se questo figlio è frutto di un atto violento, decide coraggiosamente di portare avanti la gravidanza sfidando atteggiamenti pietistici e giudizi negativi espressi dal suo contesto sociale.

Linda ha una famiglia borghese. Il padre è un tecnico che lavora in un’azienda elettronica. La madre invece è un’impiegata stimatissima dell’ufficio amministrativo di un’importante casa di moda. È una famiglia molto all’antica. Il padre si è sempre guardato bene dal girare svestito in casa, anche quando Linda era molto piccola. La madre crede che il sesso si debba concedere solo al proprio marito. Così Linda, crescendo, sviluppa un carattere molto introverso che le crea difficoltà di integrazione soprattutto a scuola, anche se è molto studiosa. Durante una gita scolastica, stanca di sentirsi “diversa”, cede alla corte di Riccardo, il bello della scuola, che però la prende con violenza. E dopo averla usata la getta via come se lei fosse uno straccetto. Dopo poco tempo, Linda si rende conto che quell’unica “pazzia” ha avuto un caro prezzo: è incinta.

Questo libro scritto a quattro mani da Maria Castaldo e Michele Gardoni, compagno dell’autrice non solo nella stesura del romanzo, ma anche nella vita, vuole essere una denuncia nei confronti di una società che, nel caso di una violenza sessuale, è pronta solo a commiserare e a puntare il dito contro la vittima.

Silvietta o Linda, e le donne in generale, in un modo o nell’altro più che vittime sono considerate colpevoli di aver dato l’opporrtunità e il diritto all’uomo di usare violenza e di abusare del loro corpo. Si dice: se la sono cercata.

Occorre invece un’educazione al ripetto verso l’altro per cambiare questa mentalità, anche se è un percorso difficile che va a toccare convenzioni, radicate nel contesto storico, sociale e familiare. Silvietta e Linda sono la testimonianza che la violenza sulle donne si deve fronteggiare, attaccare e sconfiggere perché le donne hanno il diritto di sperare in un futuro migliore.

Maria Civita D’Auria