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IL FULMINE GOVERNA OGNI COSA (Eraclito)

Venerdì 26 ottobre 2108 Librinfestival, in occasione dell’apertura della quarta stagione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro, ha ospitato il “LIBRO DEI FULMINI” di Matteo Trevisani,  Edizioni di Atlantide presso Grafica Campioli

Interventi dell’editore Simone Caltabellota e della relatrice Silvia Di Tosti 

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la sala di Grafica Campioli

Matteo Trevisani si racconta e racconta il suo libro.

Quello che cerco di raccontare nel Libro dei fulmini è quello che ho visto arrivando a Roma per la prima volta. Sono marchigiano, sono venuto a Roma per frequentare l’Università e poi ci sono rimasto. Il mio amore per Roma non è nato subito, proprio perché Roma è una città strana, sicuramente accogliente, una città comoda, filosoficamente comoda.

L’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà

Quando ho cominciato a guardare la città come se fosse la prima volta, ho iniziato a scrivere dei reportage sull’«Internazionale», mi sono accorto di certe chiese, di certi ponti, di certe collezioni, di certi musei che non avevo mai visto. È nata così l’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà, e dovevo metterci la magia e l’esoterismo, che era il mio campo di interessi e di studi, ma di cui mi vergognavo tantissimo, lo consideravo soltanto un hobby perché poteva mettermi in cattiva luce come storico della filosofia.

Restituire un nuovo punto di vista su Roma

La mia storia di scrittore parte da quando ero molto giovane e avevo scritto cose che non erano piaciute a nessuno, per cui avevo deciso di smettere. Poi mi imbatto casualmente in questa lastra del fulmine di cui parlo nel libro, incontro Simone Caltabellota che mi chiama e mi chiede di quello che sto scrivendo. A quel punto decido di fregarmene della vergogna perché ho trovato un lettore, ma soprattutto un editore. che capisce e si appassiona a questi temi controversi. In questo libro c’è la rivalsa molto forte di affrontare questo mostro della vergogna, ma anche il desiderio di restituire un nuovo punto di vista su Roma, di come si vede un paesaggio, di essere iniziato a un nuovo sguardo, a una nuova visione.

L’iniziazione di un personaggio

A Roma il punto di vista è tutto, ti accorgi degli ordini sparsi, delle cose che ci sono dentro, ed è quello che è successo a me, ogni punto di vista sulla città ti restituisce una città diversa e quindi diverse storie che io provo a raccontare, raccontando anche l’iniziazione di un personaggio, naturalmente distaccato da me che, scavando dentro Roma e dentro se stesso, trova quello che nel libro viene chiamato un “destino”. Attraverso tutte le pagine del libro Matteo, il protagonista, cerca di portare a termine le prove che questo destino gli mette davanti per fare in modo che lui diventi uomo.

Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, Simone Caltabellota, Matteo Trevisani, #Librinfestivale

 

Titolo: Libro dei Fulmini

Autore: Matteo Trevisani

Prezzo: € 20.00

Pagine: 176

Formato: 150×220 brossura


ANTEPRIMA

L’anno della mia morte era iniziato bene

Matteo, un giovane filosofo, scopre casualmente, in alcuni siti archeologici romani, la presenza di un certo numero di tombe di fulmini che consentono il passaggio dal regno dei vivi al regno dei morti. Le lastre tombali riportano la scritta FCS ovvero Fulgor conditum summanium : “qui è stato seppellito un fulmine di Summano” divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte. Aiutano Matteo nella ricerca Silvia, una ragazza che si occupa di beni archeologici, e il suo vecchio professore universitario. Per liberarsi di ombre e fantasmi Matteo inizia un viaggio di formazione oltre che esoterico, viaggio nel corso del quale rischia di perdersi.

UN’INTERVISTA “FULMINANTE”

Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, #Librinfestival

Nel libro citi il Liber fulguralis della tradizione latina. Si potrebbe definire il tuo Libro dei fulmini non un romanzo, ma più precisamente un Libro in forma di romanzo, ossia ” Libro” come raccolta: raccolta di ricerche, di scoperte, di esperienze, di viaggi iniziatici, di morte e rinascita, di incursioni nel passato, di esoterismo? Quanto c’è di raccolta saggistica e quanto di romanzato?

Il libro è volutamente un ibrido da autofiction e saggio: può essere letto anche come un piccolo manuale di storia dell’esoterismo e come guida alternativa alle bellezze di Roma. Ma forse la definizione più giusta è quella di “romanzo iniziatico” perché se da una parte è un esordio, e quindi un’iniziazione, dall’altra il protagonista si trova a vivere esperienze che gli faranno abbandonare il normale status, compito di ogni iniziazione.

L’epigrafe, tratta dal testo di Peter KinsgleyIn the Dark Places of Wisdom” rimanda alle parole di Parmenide:

“Se siete fortunati, a un certo punto della vostra vita vi troverete in un vicolo cieco. Vi accorgerete che il sentiero di sinistra conduce all’inferno, il sentiero di destra conduce all’inferno, quello di fronte conduce all’inferno e, nel caso tentaste di tornare indietro, finireste in un inferno ancora peggiore.”

Quanto ritieni fondamentale questa citazione, per il lettore e per lo sviluppo interpretativo del viaggio iniziatico di Matteo?

L’incontro con Kinglsey è stato fondamentale. In quella citazione c’è la necessità di andare per forza dentro se stessi per trovare il materiale adatto per crescere. Un uomo alle corde non ha nessuna via d’uscita se non verso se stesso.

Il protagonista ha il tuo stesso nome e cognome, così come un personaggio del libro, secondario ma fondamentale, che si chiama appunto Matteo: un gioco di specchi e di doppi che riflette anche il rapporto vita/morte, sotto/sopra, esoterico/razionale. Quanto ha a che fare il tuo vissuto con questo esordio?

Molto e molto poco. Il mio nome è la più potente delle maschere. Il protagonista vive una vita tutta sua che è in qualche modo solo un riflesso di alcune cose che ho vissuto.

Matteo attraversa Roma in scooter. Muoversi in scooter in una città come Roma può rimandare alla libertà e al movimento, in stretto rapporto con gli elementi della natura, “fulmini” compresi?

Non me lo sono chiesto. Matteo usa un motorino perché è il mio mezzo privilegiato per muovermi a Roma. Anche da un lato di tecnica narrativa e di ritmo, raggiungere certi posti in motorino invece che in macchina o con i mezzi mi ha permesso di accelerare molto, sempre considerando che si tratta di una città come Roma, che cerca di fossilizzarti nella sua stessa immobilità.

Leggendo il libro, viene subito in mente, per chi lo ha visto all’epoca, lo sceneggiato Il segno del comando. Tu lo inserisci in un’intervista fra le tue fonti. In che percentuale sono importanti le fonti storiche, quelle architettoniche, di autori contemporanei, le fonti filmiche o visive, e quanto spazio dai all’immaginario?

Sono assolutamente importanti. Senza di esse il libro stesso non esisterebbe. Mi sono avvalso di più esperti perché volevo verificare che ogni fonte fosse giusta e che ogni rapporto con la storia fosse verosimile. Anche dove la narrazione arriva a essere più fantasiosa qualcosa di vero, anche solo un’ipotesi, esiste.

L’incontro fra i due protagonisti, Silvia e Matteo, si risolve in un rapporto utilitaristico più che affettivo e la dinamica delle loro unioni sessuali diviene strumento rituale finalizzato a oltrepassare la soglia fra conscio e inconscio. Quanto è funzionale il rito e a quali tradizioni esoteriche fai riferimento rispetto al sesso?

Faccio riferimento al buddhismo tantrico, alla magia sexualis e all’arte del sogno. I due ragazzi ci arrivano per motivi differenti: Matteo vuole andare oltre, Silvia ne è in,  qualche modo, dipendente. Ripensandoci sono i due approcci classici alla spiritualità contemporanea, soprattutto da parte degli occidentali. L’idea che attraverso la sessualità si sprigioni una qualche tipo di energia di forza che poi può essere usata per acceder a dimensioni altre, interiori, stati di coscienza straordinaria, la storia delle religioni la spiritualità è piena di esempi del genere più che ritualizzare il sesso si tratta di erotizzare un rituale. Questo è il vero confine tra un vero maestro tantrico e uno no. Matteo e Silvia, i protagonosti utilizzano questo potere, che scoprono uno nell’altro, ma lo utilizzano male perché ne diventano dipendenti. Matteo ne esce perché ha un destino da compiere a cui deve arrivare con l’aiuto di Silvia, lei invece diventa schiava di questo potere perché lo usa per per altro.

Il tema, anzi il filo conduttore è quello del rapporto uomo/morte e la sua non accettazione nei termini che conosciamo e che porta, come conseguenza, alla ricerca esotreica e non solo. Non pensi di aver inserito troppi rimandi storici, fiosofici, religiosi, che potrebbero confondere nella lettura. Quali suggerimenti daresti al lettore per orientarsi?

Non credo siano troppi! Pensa che molti li abbiamo tolti in fase di editing: sono rimasti solo i necessari. Gli direi di farsi meravigliare da ciò che può scoprire, di usare il libro come un grimaldello.

Libro dei fulmini è il tuo libro di esordio. Alla luce della tua esperienza lo riscriveresti così o cambieresti qualcosa? Se si cosa cambieresti e se no perché?

Niente, il libro va bene così perché cristallizza un momento importantissimo della mia carriera. Anche gli errori e le lungaggini e le cose che tra qualche anno mi stoneranno saranno lì a ricordarmi da dove sono partito. In qualche modo gliene sarò per sempre grato, qualche che sarà la mia carriera da qui in avanti.

Matteo Trevisani, Simone Caltabellota, #Librinfestival, Edizioni di Atlantide, Silvia Di Tosti, Grafica Campioli

 

GIUSI R.

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                  I CONSIGLI DI LETTURA DI MARIA CIVITA D'AURIA

Il figlio prediletto, Neri Pozza, Angela Nanetti, Mestierelibro

Il figlio prediletto

Candidato al Premio Strega 2018

di Angela Nanetti 

Neri Pozza

Pagg. 232 Euro 16,50

Prima pubblicazione: 19 dicembre 2017

 

In un paesino della Calabria, la sera del 9 giugno 1970, Nunzio e Antonio due giovani di vent’anni, compagni di squadra che, in segreto, si frequentano da due mesi, consumano il loro amore dentro la vecchia Fiat del padre di Antonio, parcheggiata in un luogo un po’ abbandonato del paese. Ma il loro amplesso viene subito interrotto da tre uomini incappucciati e armati che trascinano Antonio fuori dall’auto e lo percuotono fino a quando il giovane non giace a terra e muore.

Qualche giorno dopo Nunzio Lo Cascio viene costretto dal padre e i fratelli, responsabili dell’atroce delitto di Antonio, ad abbandonare il paese, perché avere un figlio, ma anche un fratello omosessuale, è considerato un peccato mortale troppo grave da sopportare. È una vergogna. Per questo Nunzio, viene messo su un treno che da Reggio Calabria lo conduce a Londra.

Nunzio si vede costretto a perdere di colpo tutti i suoi punti di riferimento, gli affetti, il gioco del calcio, la sua stessa esistenza e di conseguenza la sua identità. Non ha più fiducia negli uomini e non ha più speranza per il suo futuro. Nella Londra fredda, piena di immigrati italiani e marxisti britannici Nunzio intraprende una nuova vita, nonostante il dolore per la morte di Antonio. Inizia a lavorare come cameriere e fa molti incontri come quello con Thomas Morris, il suo professore d’inglese che è figlio di un lord  e vuole essere dalla parte del popolo. Incontrerà poi fotografi e trombettisti, camerieri e teatranti e con qualcuno di loro intreccerà delle relazioni amorose, perché è finalmente libero di non dover nascondere la sua omosessualità.

Anni dopo, a interrogarsi sulla vita di Nunzio, è sua nipote Annina che sente di avere con lo zio, mai conosciuto e improvvisamente sparito, delle profonde affinità anche se per motivi diversi. Lei è una trasgressiva perché desidera fare teatro e per questo deve combattere con la sua famiglia, soprattutto con il padre violento e prevaricatore che pensa che gli uomini devono essere uomini e le donne delle femmine omertose, capaci solo di badare alla casa. Annina non accetta questa mentalità chiusa del suo paese e, come Nunzio, si ribella ai pregiudizi e lotta per la sua libertà.

Questo romanzo di feroce malinconia, ambientato verso gli inizi degli anni “70 e finalista del premio strega 2018, merita di essere letto perché l’autrice, con il suo talento, ha affrontato il tema dell’omosessualità, della condizione della donna nel Sud e della mafia con uno stile asciutto, dosando con maestria espressioni del dialetto calabrese e della lingua inglese. Non è né lezioso, né svenevole e, nonostante la complessità dei personaggi e delle storie che si intrecciano, riesce a tenere alta l’attenzione e a commuovere il lettore.

Maria Civita D’Auria

 

L’autrice Angela Nanetti

 

Maria Civita D'auria ci propone oggi la lettura de La vita nascosta di Sara Ficocelli.

La vita nascosta, Sara Ficocelli, MdS Editore, #Librinfestival, #mestierelibro

La vita nascosta
Editore:MdS Editore
Collana:Cattive strade
Anno edizione:2016
In commercio dal:27/05/2016
Pagine:180 p., Brossura

 

Recensione a cura di Maria Civita D'Auria

Quando si parla della città di Roma vengono subito in mente le sue bellezze artistiche come le chiese e i palazzi, le fontane, le strade e le piazze. Ma in questo romanzo, Sara Ficocelli, attraverso i suoi personaggi parla di una Roma nascosta, ben più semplice e popolare. Tutto ruota intorno al personaggio di Iris, una transessuale che si prostituisce nei quartieri alti di Roma, anche se vorrebbe fare un lavoro normale. Iris è alta, bionda, colta e ha una relazione con Roberto che gestisce un bar a Ponte Milvio insieme a Mauro, un giovane del Quadraro che sta per diventare padre. Anche Roberto ha un figlio, Biagio, ma ha un pessimo rapporto con la sua ex moglie e il cognato che è di destra. Dalla loro realtà, molto lontana dagli ambienti della borghesia romana, Iris si sente tagliata fuori e il desiderio di farne parte è tale che la donna si riduce spesso a spiare le giornate di Roberto dalla vetrina di un locale di fronte, bevendo un Negroni dietro l’altro. Ad un certo punto entra in scena Aneta, una giovane Sinti trovata seduta in stato confusionale su una panchina della piazza, in seguito a una violenza subita da due ragazzi della Roma bene. Iris che ha tanta voglia di compagnia decide di ospitarla. Ma Roberto non accetta questa situazione perché ha paura che quelli del campo, i familiari di Aneta, gli vadano a sfasciare il bar. Roberto si convince che il rapporto con Iris gli ha creato solo problemi. E pensare che anche lui ha sempre desiderato una vita normale. Così decide di lasciarla. Iris è combattuta. Vorrebbe tornare con Roberto ma vuole anche aiutare la ragazza. A un certo punto decide di vendicare Aneta. Così inizia a indagare su una storia di soprusi e violenze fatte da persone insospettabili che la porterà a scoprire il torbido che la città riesce a nascondere.
In questo romanzo d’esordio Sara Ficocelli, giornalista della Repubblica e autrice di inchieste su donne e welfare, affronta il tema dell’emarginazione, della diversità e della solitudine con uno stile di scrittura piuttosto incalzante che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina.

 

Il romanzo è stato presentato  il 13 marzo 2018 nel corso della maratona letteraria #Librinfestival


L'Autrice

Sara Ficocelli è nata a Pisa ma vive e lavora a Roma, dove collabora dal 2007 per Repubblica e altre testate del Gruppo Espresso. Ha ricevuto il premio Sodalitas e il premio Paidoss per le sue inchieste e una menzione speciale al premio Tonino Carino per un reportage sull’Australia. Ama viaggiare e andare in bicicletta. “La vita nascosta” è il suo primo romanzo.

Con un pizzico di brio, in linea con lo spirito del libro, oggi vi propongo Anche i fiammiferi costano, di Ermenegildo Corsini, Scatole Parlanti Edizioni, una novità che ho letto in anteprima, appena uscita in libreria,  a cui tengo in modo particolare per il suo spirito giocoso, il taglio ironico, lo slancio poetico conclusivo.

 

 

Il libro sarà presentato al pubblico sabato 24 febbraio 2018, ore 18,00 presso la Sala Pio XXII, sede della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”.

 

 

 

 

La luce del mattino che ha rotto definitivamente il corso della notte entra trionfante ad annunciare il nuovo giorno qualsiasi cosa sia accaduta, al di là degli eventi. E la stanza vuota respira, respira e ascolta. Ascolta il rumore del mondo.

Questa, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti, se ne differenzia per la sua anomalia intrinseca, per la singolare visuale del mondo che ci circonda, che a volte ci sovrasta, ma spesso ci ridimensiona.

Scrive Pessoa in uno dei suoi aforismi

Benedetti siano gli istanti, e i millimetri, e le ombre delle piccole cose.

Il titolo che Corsini ha scelto per i suoi scritti, Anche i fiammiferi costano, sottolinea l’importanza delle piccole cose, quelle che procurano gioia, quelle che ci fanno riflettere, quelle legate al momento contingente o a un ricordo che, senza scomodare troppo Proust, recupera il passato, si materializza nel presente e ne coglie l’essenza. Un titolo dunque che rivela e rileva la dimensione del tema, ma anche la misura ironica dell’autore.

Ermenegildo Corsini torna in libreria con questa seconda fatica letteraria che conferma l’intelligenza evocativa del suo sguardo, il gusto di cogliere i particolari, assaporarne la sintesi dimostrandosi capace di trasmettere vizi e virtù di una società in perenne bilico, fra una contraddizione e un nervo scoperto, senza mai perdere di vista la Speranza.

All’ironia di questi “pensieri inconsueti” come li definisce lui stesso, Corsini affianca il surreale, coniuga la storia con il fiabesco consegnando all’arte visiva la sua massima espressione, fino a immergere nel presente il nobile condottiero Guidoriccio da Fogliano, personaggio storico affrescato su una parete della Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena.

Circondati dal Mondo di cui siamo parte ne ascoltiamo la voce attraverso molteplici canali, ma soprattutto attraverso segni, simboli e piccoli gesti quotidiani. Allo stesso modo la dimensione del Tempo, nel suo trascorrere non disdegna l’azzardo e punta al massimo della posta. Guidoriccio, immortalato nel suo procedere verso Montemassi, si ribellerà all’immobilità metafisica cui è stato costretto dall’arte e sfiderà il Tempo, capovolgendo quel Mondo da cui è rimasto escluso per secoli.

La prima raccolta della miscellanea, dal titolo Dieci racconti a nervo scoperto, include al suo interno la visione di una personale esperienza di vita che porta l’autore a confrontarsi con il Mondo, sull’onda delle circostanze momentanee. Lo scenario si apre con l’inquadratura di una finestra che si spalanca su Mondo e Tempo, nella veste di due personaggi provocatori e dispettosi.

La luce del giorno illumina il mondo, il suo respiro dà vita alle cose che lo abitano, le due categorie del Mondo e del Tempo passano sugli oggetti, le persone, gli avvenimenti, le azioni, l’uno attraverso l’alternarsi continuo del giorno alla notte, l’altro attraverso le singole azioni, per dominare luci e ombre, rumore e silenzio.

Gli uomini con la loro arroganza pensano di governare il Mondo e appropriarsi del Tempo, ma Mondo e Tempo se la ridono degli uomini. Sarà solo la melodia del canto a commuoverli e riportarli nella loro dimensione naturale.

L’allegoria Mondo-Tempo diventerà poi il desiderio di uno spazio proprio, la casa immaginata, costruita sulla misura di fantasie improbabili e proprio per questo desiderabili. Il trascorrere del tempo diverrà oggetto di studio e ogni attimo vissuto sarà un attimo di Mondo ricongiunto al Tempo, nella totalità del proprio essere.

Lo spazio narrato si condensa anche nella solidità architettonica, quella di Oxford per la precisione, con il celebre Trinity College o quello della Basilica di Santa Cecilia nel romanissimo quartiere di Trastevere, dove sorge appartata in un luogo ancora incontaminato. La narrazione si scioglie infine nei paesaggi dedicati alla città di Roma, lungo le vie urbane attraversate a piedi, in un misto di esasperazione e meraviglia.

L’importanza delle piccole cose si riflette ancora nella meticolosità dei gesti, nella ricerca inasprita di particolari insignificanti che esplodono in irritazioni e insofferenza nel momento in cui il nervo esce allo scoperto. Sorprendiamo l’autore ad ammirare l’amata terra toscana, il paesaggio familiare di Forte dei Marmi, luogo bellissimo, contemplato con gli occhi antichi ma con un cuore nuovo arricchito dalla saggezza maturata nel tempo. Davanti alla realtà l’uomo ormai adulto chiede al Mondo quelle risposte che non può o non vuole dare.

E ancora il Mondo appare in tutta la sua bellezza, bellezza che non ha eguali, ma che può diventare arrogante quando intimorisce chi la guarda, o essere ostentata quando è simbolo di potere.

Nulla esclude l’autore nella sua carrellata, così anche i nuovi media trovano il loro posto, ma con una sensibilità attutita, più tenera: è la tenerezza di facebook quella delle parole di melassa, dei primi fiori sul balcone di casa, degli angeli custodi, delle foto in bianco e nero. La verità è che si invecchia e la forza di cambiare il mondo può tramandarsi solo alle nuove generazioni.

Corsini conclude la sua galleria di istantanee fotografando un campionario di umanità svariata e straordinaria, quella che incontriamo tutti i giorni, una gamma così vasta ma con tratti comuni che spesso sfuggono all’attenzione dei più distratti, per altri invece sono fonte di riflessione, apprezzamento o fastidio, giudizio o rabbia.

Nella raccolta Persone ad apparire per prima, seduta su un treno metropolitano, è la signora di colore che ha l’aspetto di una statua egizia, divinità inaccessibile, elegante e bellissima a cui fanno da contraltare la ragazza giovane e insignificante e la piccola cinese agghindata di accessori troppo colorati e brillanti. I segni dell’età sul viso di una signora non riescono a spegnere i suoi occhi che luccicano di umanità.

Li distinguiamo tutti. L’uomo che assomiglia a uno dei quattro schiavi incatenati di Livorno, la donna elegante, quella classica, l’uomo mediocre: li riconosciamo dalla voce, la postura, gli abiti, il trucco, scarpe e acconciatura. Una galleria eterogenea, organizzata con sagacia, spirito di osservazione.

L’arte del racconto non appartiene a tutti e Ermenegildo Corsini, forte del suo spirito tutto toscano, musicista, pittore, appassionato d’arte e letteratura, riesce a appropriarsi di un suo stile riconoscibile e personalissimo compresa l’espressione poetica con cui mi piace concludere questo breve exursus.

grazie a una stella

in una notte

si può rompere

il silenzio. 

Anche i fiammiferi costano, Ermenegildo Corsini, Scatole parlanti, mestierelibro

 

Autore Ermenegildo Corsini

Editore Scatole Parlanti

Collana Voci

I edizione: gennaio 2017

Illustrazioni interne di Filippo Santona

Euro 12,00

L’AUTORE

Ermenegildo Corsini, Anche i fiammiferi costano, Scatole Parlanti

Ermenegildo Corsini è nato a Massa (MS). Musicista, compositore, cantante e direttore di coro, ha esordito nella letteratura nel 2016 con l’autobiografia “geografica” Ogni giorno alle quattro piove (Cavinato Editore). Da sempre innamorato dell’Arte, si è dedicato anche alla pittura e alla recitazione.

Per le nuove uscite in libreria segnalo agli appassionati del thriller questa novità della RIZZOLI, L’uomo di gesso di C.J. Tudor, in libreria dal 30 gennaio 2018.

Nella cittadina di Anderbury, un insegnante di letteratura inglese, Ed, riceve una lettera da Mickey, un vecchio amico che non vede dai tempi dell’adolescenza.

Perché è ritornato? si chiede Ed, ripensando a quando tutto è iniziato. Tante le domande che cercano una risposta, ma non tutte la troveranno e non sempre i tasselli si andranno a collocare al posto giusto.

Ci sono domande. Molte domande. Forse riesco a ricostruire i come, i dove e i cosa, ma per quanto riguarda i perché, non ho tutte le risposte. Non ci vado nemmeno vicino.

L’uomo di gesso che dà il titolo al romanzo non è il protagonista della vicenda, almeno non tanto quanto lo sono i gessetti che un gruppo di cinque ragazzi utilizza come linguaggio segreto, per incontrarsi senza dare conto agli adulti.

Il racconto procede in un continuo giocare a rimpiattino fra passato e presente, un gioco dove i personaggi si specchiano in quello che erano, quasi a cercare una spiegazione, a sollevare un velo per scoprire segreti nascosti,  chiusi a doppia mandata,  serrati da una chiave persa in quegli avvenimenti che hanno deviato senza speranza la loro esistenza.

I diritti del romanzo sono già stati venduti in 25 paesi e il libro è stato un caso internazionale all’ultima fiera di Francoforte.
«Un romanzo pazzesco. Un thriller intricatissimo e un finale
terrificante. Cinque stelle.» – Sarah Pinborough

CARTONATO CON SOVRACCOPERTA
RizzoliLibri
15,2 x 22,7 CM
PP 350
€ 20
√ EBOOK € 9,99

Qui il book trailer

L'uomo di gesso, C.J. Tudor, Rizzoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un consiglio di lettura e la recensione a cura di VANNA DAMATO che volentieri pubblico.

Francesca Picone, Visti dalla meta siamo tutti ultimi, Lettere animate

VISTI DALLA META SIAMO TUTTI ULTIMI

di FRANCESCA PICONE

editore LETTERE ANIMATE #Thriller

Formato: EPUB

Pagine della versione a stampa: 272

 

 

Chi è Sally, il cui nome rievoca una nota canzone di Vasco Rossi, Sally di cui in tutto il libro non riesci a ritagliarti un’immagine al di fuori di quell’essere “secca, imbronciata, spettinata, arti incartocciati, imbrunita”, che gira forsennatamente tra i quartieri di una parte di città come lei incartocciata e imbrunita da lutti e desideri insanati, ma anche piena di mistero e bellezza? La città, Napoli, è quella che si estende tra la collina di Capodimonte e il porto di mare, passando per la vigna di San Martino: luoghi dove si consuma il suo molto camminare, come dice di sé l’autrice nelle note di copertina, alla ricerca di senso. Il tempo è il nostro, questo tempo ubriaco e corrotto, che sembra non avere altra via di salvezza che buttarsi nella grande commedia. La storia comincia con una perdita violenta, per uno scippo che insieme alla borsa le porta via l’agenda con dentro “la poesia della sua fanciullezza”. Questa perdita le aleggia intorno, in forma di stazzonate pagine ritrovate qua e là, che in parte la riconoscono, in parte la accusano di fronte al mondo brulicante di concretezza e malvolere del vicolo in cui vive, o diremmo si ostina a vivere, un mondo senza pensiero. La bellezza e il pensiero sono confinati di là dal muro dove finisce il vicolo e comincia il respiro del bosco, negli innamoramenti improvvisi che gettano squarci di luce, prima di annegare nella delusione dell’imbroglio, nell’ebbrezza del fumo che rende liberi e schiavi, malati e curatori. C’è una diversità in Sally, una volontà che non fa sconti nel perseguire un progetto non ben definito di sé, ma che di sicuro la vuole libera dalla schiavitù del mondo precostruito con mattoni di pseudocompetenza e conformismo, soprattutto la vede fuori da una corsa insensata verso una Meta a cui tutti vogliono arrivare per primi, senza accorgersi che siamo tutti ultimi, proprio come tutti pensano di stare sotto al cielo e “non sanno che ci stiamo dentro”. Inadatta a lavori salariati, a relazioni di complici opportunismi, si ostina a non indossare la maschera necessaria per stare al gioco, ma non getta la spugna. E mentre coraggiosamente si avventura, senza altra difesa che le parole, tra scippatori e bulletti forniti di coltello, tra aspiranti scrittori e improbabili psicoperatori, tra giri di spaccio e di pseudo protettori, o pseudo amori, Sally non è mai al suo posto, forse perché l’altra metà di sé, che è la sua gemella, e cammina e parla nella sua testa e nei sogni, pure a chilometri di distanza, non è mai d’accordo con lei; o forse perché è una scrittrice, sempre in bilico tra la vita e l’osservazione della vita, per quanto caotica possa essere, o forse perché lei stessa è l’anima di questa città, contraddittoria e dolente, ma viva, in questo tempo e dentro a questo cielo.

Non è un romanzo di facile lettura il libro di Francesca Picone: ti immerge in un’atmosfera di malessere palpabile, come certi film di Sorrentino, dove la distanza tra l’opera e il fruitore si accorcia al punto che ti senti dentro alla storia, e certe volte è come un pugno allo stomaco. Ho provato questa sensazione rispetto a tre autori: Malaparte , quando ho letto “La pelle”, i film di Sorrentino, e il libro di Francesca. E sicuramente è merito anche del linguaggio, di corsa, sulla strada, senza essere un linguaggio di strada, sovraffollato di immagini, pensieri, dialoghi stralunati tra poeti, matti e fumatori, un linguaggio che a tratti ti affatica in percorsi allucinati e tortuosi, altri ti incanta con la bellezza di certe immagini, che “svelano senza badare a quanto sgrammaticata sia la mia follia”. “Quand’è che si è seduto, l’assurdo, al posto vuoto della bellezza? Quand’è che la bellezza si è alzata e ha ceduto il posto e si è messa a guardare questo burlone con il pennello in mano?”

Ecco, alla fine della storia, iniziata con una perdita, mi rimane l’eco di questa nostalgia di bellezza, di quando “la bellezza era una cosa banale, mentre l’assurdo invocava la meraviglia”, ma anche la fiducia che Sally, a dispetto di tutti i tonfi sul bagnato, con la sua faccia senza maschera, il suo passo disinteressato di “quello andante di un adulto”, continuerà a cercarla. E forse è questo il senso di tutto.

LEGGI UN ESTRATTO

Recensione a cura di Stefano Chemelli

Il libro degli amici, Elio Pecora, Neri Pozza

Elio Pecora
Il libro degli amici

ISBN 978-88545-1334-1
Pagine 144
Euro 15,00

 

Un libro degli amici ma anche un romanzo di formazione. Così appaiono queste 142 pagine che Elio Pecora consegna al lettore in una sorta di bilancio assorto e limpido, leggero e intriso di un’umanità così ricca da svelarsi con un tratto di penna felicissimo anche nei marosi di un’esistenza piena. Composto di getto sotto l’influsso non proprio benevolo di una sciatalgia estiva, il resoconto di una vita conduce nel viluppo di un’accelerazione romana durevole dall’ormai remoto settembre 1966, dall’affaccio quasi privilegiato della libreria Bocca di piazza di Spagna dove i conversari professionali di Elio Pecora sostenevano un respiro pregno di cultura destinati ad aprire un dialogo di frequentazioni, conoscenze, occasioni.

Roma abitata, vissuta, esplorata, anche nel peregrinare tra le diverse locazioni (dal 1970 al 1991 la casa di via dei Lucchesi, dopo cinque traslochi), le differenti esperienze, tra recensioni, il cinema, le visite agli amici, i convivi, le mostre, gli appuntamenti, la poesia, le telefonate, i camminamenti intrecciati allo scambio di parole, espressioni, sensazioni.

Ida Magli, Elena Croce, Toti Scialoja, Edoardo Cacciatore, Laura Betti, Luce D’Eramo, Anna Amati… aprono un florilegio della memoria quasi straordinario, ma ciò che colpisce è l’intarsio liminare evocato in un ordito di persone, collaborazioni, lavoro, passioni, conflitti, che lasciano sempre il passo a un tratto distinto ed elegante del ricordo vivo, rispettoso, ironico, sorridente, mai risentito. Netto nel riconoscere contraddizioni ed asprezze, caducità ma anche leggerezza, felicità, letizia e intelligenze. Merita di essere citata Natalia Ginzburg: basterebbe il fatto che è unica in un ginepraio di esseri pensanti ad apprezzare anche altri colleghi; un dato che conferma l’invidia ai vertici dell’italiano di ogni epoca, stirpe, rango, in un libro che avrebbe meritato un indice dei nomi vista la sontuosità dei noti e dei meno noti, nel reticolo delle affiliazioni e delle confidenze mai gratuite.

C’è molta memoria e poco oblio verrebbe da dire, ma Elio Pecora è un maestro della discrezione e del tatto, anche se sa essere puntuale con la levità di un istante. Eppure il suo libro degli amici, molto diverso da quello di Hofmannsthal ma di altrettanta leggibilità aurea, tracima mantenendosi misurato nel sussiego del letterato colto, erudito e mondano, attento osservatore di interiorità e dettagli.

La resa non di rado si rivela una conquista. E arrendersi può significare riappropriarsi del molto o del poco che ci è stato dato e che abbiamo saputo cogliere e accogliere.

Un uomo del 1936, poeta, prosatore, saggista, autore di testi teatrali e di poesie per l’infanzia, critico letterario, tramanda non solo un’introduzione fluorescente, seguita da una decina di ritratti, ma una “chiusa” altrettanto interessante.

Scrivo su fogli rigati, in un giardino lontano da Roma. Giova alla scrittura la lontananza. È un luglio d’afa, un vento sudato muove svogliato l’argento degli ulivi. Abbai oltre gli orti, un esteso brusio per le colline, nubi slacciate avanzano lente, un motore arrota dalla pianura. Forse qui sarà possibile scrivere di anni che si presentano vuoti, confusi. Li ho abitati fino a ieri e ierlaltro, li ho camminati, dormiti, mangiati.

disfacimento del tempo traversato, che pure è il tempo del mio restare.

Tornerà qualcuno in questo giardino a tagliare le dalie secche, a rimirare le ombre che filtrano dal loto sulla tuia e sul melograno?

Un mondo impensato fluttua negli spazi.

Sono alcune battute lette tra le ultime undici pagine dall’intonazione riflessiva, problematica, enigmatica. Qual è “la fodera del mondo” sembra chiedersi Elio Pecora interrogandosi nel profondo. Prima aveva dato spazio agli amici, i protagonisti del libro: Wilcock, Elsa Morante, Bellezza, Amelia Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino, Francesca Sanvitale.

Sono ritratti essenziali, la prosa asciutta, rigorosa, la vita nelle schegge di frequentazione, dell’accettazione e dell’accoglienza che non esclude il conflitto, l’incomprensione.

Wilcock e Penna vengono accomunati per il senso di egocentrismo ed egotismo che emanavano, ma era qualcosa di estremamente particolare. Come peculiare è stato il rapporto difficile con la Morante, non con la sua opera. Dario Bellezza è poeta di un’amicizia ventennale costellata da un umore veemente e imprevedibile, sono cinque pagine emblematiche per profondità e distacco simultaneo. L’intensità della vera conversazione – nell’incontro – è avvenuta con Amelia Rosselli, nella sua singolarità icastica e molteplice, “voce calda, tenera, aspra, spietata: tastiera d’organo, viola vibrante, flauto avanzante in un Erebo sconfinato, viatico amabile e doloroso”, tra pensieri chiari e sottili ironie. C’è un grande affetto per Moravia (quanto per Penna), la sua intelligenza e la sua curiosità affollano un ricordo istantaneo, hanno riempito i suoi giorni al pari di chi l’ha avuto come amico. “Ingovernabile propensione empatica” autodefinisce Elio Pecora la sua innata capacità di entrare nelle pieghe dei propri interlocutori, nel caso di Palazzeschi ne ritrae solo beneficio, per l’immediata sintonia che accompagna l’uomo anche attraverso la sua pagina, mai dimenticando la persona, l’aspetto umano nel suo più alto grado.

Sopra Sandro Penna c’è anche un Meridiano che parla (per la cura di Roberto Deidier, con una esemplare cronologia dello stesso Pecora), un volume di straordinaria qualità e cura, ricordando pure la biografia che Pecora fece uscire da Frassinelli nel 1984. Anche per Elsa de’ Giorgi, Elio Pecora e Roberto Deidier, con Adelaide Cioni, hanno giocato un ruolo importante per proporre da Feltrinelli “Ho visto partire il tuo treno”, uno spaccato novecentesco che Elsa de’ Giorgi ha affrescato da par suo, chiarendo il suo importante rapporto con Italo Calvino ma anche molto altro.

Paola Masino esce malconcia dalle quattro pagine a lei dedicate, Francesca Sanvitale decisamente è nelle grazie dell’autore (“l’ho sentita e vista senza maschera, mai atteggiata”) ma lo sguardo di Elio Pecora raramente sfuoca il bersaglio. Anzi, per quel poco che lo conosciamo, vi è un’acutezza di pensiero e di scrittura che viene da un raziocinio esigente dapprima con se stesso. Tagliente come una lama ben conservata, ma di umanissima fattura.

L’AUTOREElio Pecora

Elio Pecora è nato nel 1936, vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia. Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai. Dirige la rivista internazionale «Poeti e Poesia».