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recensione di Giusi Radicchio

Feltrinelli Editore propone nella Universale Economica  la ristampa del romanzo memoriale di Elsa de’ Giorgi, Ho visto partire il tuo treno, in libreria dal mese di giugno 2017. Per riportare alla luce un’opera dimenticata e far rivivere i personaggi che animarono i dibattiti politici, le pagine culturali, le piazze, le sale cinematografiche, i teatri, i premi letterari degli anni Cinquanta del Novecento.

Ho visto partire il tuo treno, Elsa de' GiorgiHo visto partire il tuo treno

di Elsa de’ Giorgi

Feltrinelli Editore

Giugno, 2017

Universale Economica

Pagine: 304 – Prezzo: € 9,50

ISBN: 9788807889530

Prefatore: Roberto Deidier

Elsa de’ Giorgi il 7 dicembre 1992, presso la storica libreria Seeber di Firenze, presentava due sue opere appena uscite da Leonardo: la riproposta del libro I coetanei, già pubblicato da Einaudi nel 1955 e la novità Ho visto partire il tuo treno. Quest’ultimo volume voleva essere, nelle intenzioni dell’autrice, un racconto concreto e fedele sulla traccia di stralci della corrispondenza, tenuta con Italo Calvino, un dialogo non solo amoroso nato negli ambienti culturali degli anni ’50.

Ho visto partirte il tuo treno, Elsa de'Giorgi, Leonardo, 1992

Ho visto partire il tuo treno, Leonardo, 1992

I COETANEI, Einaudi, 1955, disegno di copertina di Carlo Levi

 

I Coetanei, era nato dall’interesse verso un brano della De’ Giorgi intitolato Un partigiano torna Firenze, pubblicato nel settembre del 1954 sulla rivista «Il Ponte» diretta da Piero Calamandrei.

Ho visto partire il tuo treno inizia con il racconto di questo episodio e il conseguente incontro con Elio Vittorini e quello più rilevante con Italo Calvino, entrambi referenti della casa editrice Einaudi. Il nuovo memoriale riprende, nella sua struttura, l’opera precedente con un asse temporale spostato di circa dieci anni: ne I Coetanei la narrazione era centrata sulla dichiarazione di guerra del giugno 1940, proseguiva con l’occupazione tedesca, la liberazione e le speranze di un nuovo futuro di libertà.

Dieci anni dopo, siamo nel 1955, a risaltare sono di fatto le aspettative disattese, la presa di coscienza, il volgersi al passato per riuscire a superarlo. Elsa de’ Giorgi non fissa esclusivamente lo sguardo sulla sua storia sentimentale con Italo Calvino, va oltre. Spiazza il lettore e servendosi del suo sguardo personale, con un egocentrismo neanche tanto velato, anzi quasi esibito, racconta la dialettica, la genesi e l’inventiva della produzione calviniana, si sofferma con esattezza e garbo su Carlo Levi, Pasolini, Renato Simoni, Anna Magnani, Savinio, Montale, Palazzeschi, sulle donne e gli uomini che gravitavano intorno a lei e al suo salotto. Con tono confidenziale senza sfiorare l’indiscrezione, parla di società, letteratura, politica, in una polifonia di voci che include gli ambienti culturali di quella stagione italiana, la crisi della rivolta ungherese del 1956, l’uscita di Calvino dal Pci. E non ultimo la scoperta di sentimenti nuovi da parte di quel giovane scrittore che si scopre fragile e innamorato.

Era il guizzo per il piacere di un incontro, il ricordo di un gesto, di una parola. Da qui, mano mano prese il via il Calvino ottimista, più adorabile, femminilmente indimenticabile, che pochissimi sospettano in lui: il Calvino del gioco, dell’umorismo sapiente, zavattiano, tofanesco, chagalliano, innocente, che scriveva disegnando avvenimenti e stati d’animo con una grazia che è un delitto non poter portare a conoscenza dei lettori.

Elsa chiamava la sua intera raccolta epistolare “cassaforte del mio spirito”, come racconta Maria Corti in Ombre dal fondo. Nel libro postumo poi, I vuoti del tempo, la studiosa definisce le lettere di Calvino «L’epistolario d’amore forse più suggestivo del Novecento», un carteggio che lei riuscì a depositare al Fondo Manoscritti di Pavia e che le servì, come afferma, «per mettere a fuoco le strategie dello stile» dello scrittore. Racconta inoltre Maria Corti: «Ecco Calvino benedire due oggetti odiati nel passato il treno e il telefono, capaci di superare per lui la distanza dall’amata.»
Le lettere sono la testimonianza del confronto fra un uomo e una donna, entrambi letterati e artisti, calati nella comunità intellettuale dell’epoca, opposti di carattere, ma stretti in un incantesimo, in un abbandonarsi e ritrovarsi per quel breve arco di tempo che durò la loro intesa. Preponderante e sovrastante in Ho visto partire il tuo treno appare la figura di lei, la voce narrante sempre in primo piano.

Ma chi era Elsa de’ Giorgi, nome d’arte di Elsa Giorgi Alberti?

T'amerò sempre, Elsa de' Giorgi

Nel 1933 all’età di diciotto anni Elsa, umbra di origine, bellissima, debutta nel film di Mario Camerini T’amerò sempre ottenendo un successo che la porta in poco tempo a diventare una delle attrici più amate e seguite degli anni Trenta.

Negli studi della Cines, conosce Alberto Moravia, Carlo Levi, Mario Soldati e lo stesso Emilio Cecchi.
Risale a questi primi anni di vita romana l’incontro con Anna Magnani alla quale Elsa rimarrà legata per la vita da profonda amicizia. All’amica, l’Elsa scrittrice dedicherà un intero capitolo in Ho visto partire il tuo treno, così come farà per Pasolini che conosce nella metà degli anni Cinquanta.

Il mistero alchemico di Pier Paolo è forse tutto là. In quelle ore oscure cariche di tensione, di rischio vitale, di cui decantava la violenza il giorno successivo all’azione poetica, in quella civile del vivere.

Nel 1942 Elsa accantona il cinema per dedicarsi al teatro. È scritturata dalle più importanti compagnie teatrali e affianca attori del calibro di Andreina Pagnani e Renzo Ricci. Nel giugno del 1949, un anno dopo il matrimonio con il conte Sandrino Contini Bonacossi, interpreta Elena di Troia nell’indimenticabile allestimento del Troilo e Cressida di Shakespeare, per la regia di Luchino Visconti nei Giardini di Boboli.
Il 27 luglio del 1955 Sandrino Contini Bonacossi scompare senza una spiegazione. Elsa è distrutta, intraprende una infinita ed estenuante battaglia legale con la famiglia del marito. Il legame con Italo Calvino, che aveva curato l’editing de I coetanei, diviene più stretto.

Fiabe Italiane, Italo Calvino, Einaudi

 

La vita di Elsa prosegue tragica, densa ed esaltante allo stesso tempo. Calvino le dedica Le fiabe italiane e Il barone rampante, ma già nel 1959 il rapporto fra i due si poteva dire concluso.

Italo Calvino, Il barone rampante

Nei primi anni Novanta la pubblicazione del memoriale Ho visto partire il tuo treno, suscita scalpore, interesse, pettegolezzi e divieti in ambito letterario, giornalistico ed editoriale, ma altri scandali subentrano a scavalcarne l’importanza e il libro viene presto dimenticato, (dimenticanza voluta?) nonostante il suo valore letterario e storico.

Il titolo del libro riprende la frase di una lettera inviata da Calvino a Elsa.

Ho visto partire il tuo treno, tu al finestrino, t’ho salutato non visto, dal finestrino di coda del mio treno, bellissima.

La narrazione si apre con due dichiarazioni dell’autrice, il cui senso include intenzioni e memoria. «Conobbi Calvino nel ’55. Un anno che fu poi fatale per me.»
La memoria riguarda quanto avvenne in quel lontano 1955. L’intenzione è di narrare la testimonianza diretta di chi la storia l’aveva vissuta, per spegnere le polemiche nate intorno alla pubblicazione di quelle lettere di Calvino, fino ad allora rimaste segrete.

Le polemiche avevano preso il via nel 1988 con la pubblicazione da parte di Elsa del saggio-testimonianza L’eredità Contini Bonacossi: l’ambiguo rigore del vero, incentrato sulla vicenda che ruota intorno alla scomparsa del marito. Il libro contiene tra l’altro riferimenti precisi rispetto alla relazione sentimentale e a una fitta corrispondenza fra l’autrice e il giovane Italo Calvino. Elsa scrive che quel periodo era stato il più fecondo della scrittura del grande autore:

Da quel momento, Calvino prese a starmi vicino con lettere che mi raggiungevano quotidianamente e sfidavano il riserbo e la solitudine entro cui, avvocati a parte, vivevo quel crudele momento.
L’intreccio epistolare si snodava in misteriosa armonia che riusciva a entrambi stimolante. Fu il periodo più fecondo del lavoro di Calvino, dalle Fiabe, nella cui prefazione, in chiave fabulistica, descrisse la storia straordinaria di sparizioni e metamorfosi che io stessa vivevo e che mi dedicò chiamandomi Raggio di Sole; al Barone rampante, dedicatomi col nome di Paloma; ai Racconti e al Sogno di un poeta, fino al Cavaliere inesistente, che in sostanza descriveva il mio amore ostinato per un cavaliere che non c’è, eppure è più presente della concretezza nella sua armatura.

E qui la contesa viene accolta e trova ampio spazio sulle pagine della stampa.
Pietro Citati su «La Repubblica» del 17 luglio 1990 smentisce le parole della de’ Giorgi con un pungente articolo sulle “false contesse” colpevoli di guai e pene d’amore del primo Calvino, un Calvino che a suo dire può considerarsi “minore”. Elsa non manca di rispondergli su «Epoca» del 26 settembre 1990, con un articolo titolato “Il mio Calvino”, armata di penna, intelligente ironia e documenti, primi fra tutti quelle lettere di Calvino, rimaste segrete per trent’anni, lettere che parlano d’amore, di filosofia, di letteratura, di teatro, di politica. Elsa divulga alcuni stralci del carteggio, ma le polemiche si concludono con il divieto da parte di Esther Calvino, vedova dello scrittore, di pubblicazione delle lettere.
Elsa deve adeguarsi alla legge ma il suo carattere energico e combattivo la porta a decidere di raccontare la sua versione dei fatti, usando la scrittura.
Si è voluto insinuare come Elsa dimostri di ricordare fin troppo bene vicende molto lontane nel tempo, perché quando scrive ha più di settant’anni anni e ne sono passati circa quaranta dagli avvenimenti. La donna che racconta però è una donna intelligente, attenta, ben consapevole di quanto vuole o non vuole dire, e una autobiografia non sarà mai del tutto aderente alla realtà.
Inoltre, nel momento in cui nel libro si sofferma sul racconto della notte trascorsa ad ascoltare Calvino leggerle la prima stesura del Barone, è lei stessa a ricordare che gli anni avrebbero potuto cancellare i ricordi un tempo vividi «Quante ore durò? Devo ricordarmene. Fino a poco tempo fa lo ricordavo. Ora non più.»

E poi prosegue

Per questo non ho voluto rinviare queste note, il recupero di un tempo non perduto, ma vissuto in una storia che non è soltanto d’amore. Una storia che dovevo consegnare alla memoria di altri prima che una mano ignara e presuntuosa ne profanasse la verità.

Quelle lettere, conservate per tanti anni e da cui tutto era iniziato, testimoniavano una storia breve e intensa, “un involontario romanzo d’amore” come sottotitolava l’articolo dell’Europeo. Come tante storie d’amore si consumò in breve tempo e poco importa se i protagonisti furono una diva del cinema – attrice di teatro, memorialista – e un giovane scrittore impegnato politicamente e intento a costruirsi il suo personale profilo letterario che lo avrebbe portato a valicare confini molto vasti.

Il cavaliere inesistente, Einaudi, 1959

Il cavaliere inesitente, Einaudi, novembre 1959

La storia d’amore si concluse con la partenza dello scrittore per New York quasi preannunciata in quel futuro da conquistare che si prefigura nella chiusura de Il cavaliere inesistente, ultimo capitolo che chiude la trilogia degli Antenati e quel periodo fiabesco che aveva caratterizzato la produzione calviniana del decennio che si lasciava alle spalle.
Calvino si sarebbe dedicato alle innovative ricerche del processo combinatorio ed Elsa de Giorgi avrebbe continuato a cavalcare il futuro con il cipiglio cavalleresco di Bradamante.
In seguito Italo Calvino non abbandonò del tutto l’immaginario fiabesco, che rileggiamo nitido nelle visionarie Città invisibili, attualmente oggetto di studio e culto proprio in quell’America che lo scrittore visiterà da ottimista e che segnerà per lui l’inizio di una nuova età.

 

 

 

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Sfogliando i giornali cartacei ed elettronici mi è capitato, in questo mese di maggio, di leggere più di un titolo che ricordava il Maggio Francese del 1968, mese che vide la nascita della rivolta della gioventù studentesca. Per caso, proprio a ridosso di quelle letture, ho ritrovato un articolo in cui Elsa de’ Giorgi recensiva la raccolta poetica di Alba De Céspedes, Chansons des filles de mai, dedicata alla ragazze parigine e alla loro lotta.

chansons des filles de mai, Alba De Céspedes

Quando nel 1968 Alba De Céspedes, conosciuta e affermata in Italia, si trasferisce definitivamente a Parigi, è già pregna della cultura e della lingua francese, avendo in precedenza vissuto a lungo in Francia con la zia paterna. Legata agli intellettuali parigini, stinge un rapporto di fiducia particolare con le Éditions du Seuil, che diventa il suo editore francese. Vive nel Quartiere Latino e la ventata del movimento giovanile, che prende il via nel marzo del 1968, l’affascina in modo intenso, tanto da rinnovare la vena poetica interrotta nel 1936 quando aveva dato alle stampe la sua ultima raccolta di poesie, Prigionie. Nasce così nel 1968 Chansons des filles de Mai, raccolta pubblicata prima in lingua francese, in seguito in Italia, nel 1970, da Mondadori con il titolo Le ragazze di maggio. La raccolta è tradotta dalla stessa De Céspedes che in questa opera mette in luce la personalità delle giovani figure femminili protagoniste di quella rivolta, a cui l’autrice assiste quotidianamente. Queste poesie della maturità, e degli anni della sperimentazione narrativa, tendono con naturalezza alla prosa, rispecchiando nelle canzoni l’eroismo delle ragazze di maggio.

Di seguito l’introduzione di Alba De Céspedes al “poema” come lei chiama Le ragazze di maggio.

Le ragazze di maggio, Alba De CéspedesDurante i mesi di maggio e giugno 1968, mi trovavo a Parigi, in uno studio di rue de Tournon, sulla rive gauche, a due passi dalla Sorbona, da Saint-Germain-des-Près, nel quartiere dov’è scoppiata la rivolta degli studenti e dove avevano luogo i loro scontri con la polizia. Lavoravo al mio nuovo romanzo, e ho l’abitudine di lavorare di notte; ma, dai primi di maggio, il silenzio notturno era lacerato da scoppi di granate, da detonazioni, da grida, dal rumore di passi in fuga, che mi distraevano dal mio libro. Non facevo altro che seguire ciò che accadeva attorno a me: rimanevo per ore al transistor, ascoltando le notizie che i radiocronisti trasmettevano direttamente dal Quartiere Latino.
Di giorno uscivo, mi recavo alla Sorbona, all’Odéon, assistevo ai dibattiti, alle riunioni, e lì come nelle strade devastate, disselciate, ingombre di automobili carbonizzate e puzzolenti di gas, incontravo i giovani rivoluzionari, li interrogavo, li spingevo a parlare. Più loquaci, le ragazze divenivano ai miei occhi le protagoniste di quella rivolta che fu il primo segno spontaneo e inequivocabile della lotta che sta cambiando la nostra società; forse perché la donna per sua natura esprime con passione le proprie idee, i propri sentimenti, e affronta con una sorta di eroismo ogni vicenda della propria vita.
Quelle notti, quei giorni, quegli incontri, di cui a tutta prima volevo soltanto prendere nota, in italiano, nel mio diario, si sono invece presentati a me come momenti di un unico poema, che mi è venuto naturale scrivere nella lingua, anzi con le stesse parole, di coloro che lo hanno vissuto; e che oggi ho riscritto in italiano.

Il Maggio francese
Alba De Céspedes, Chansons des filles de mai, aux Éditions du Seuil.
Recensione di Elsa de’ Giorgi.
Da «Opera aperta» n.15-16 anno V, agosto 1969.

Était la bûcher de cette liberté
a paier
de mai? Ou était-ce
simplement l’aurore?
Javais peur
de me le demander

Questo è il senso più profondo di queste belle canzoni poetiche di Alba de Céspedes. Esse meriterebbero di esser musicate in una marcia franca e giovane per entrare nelle orecchie e nel cuore di quei ragazzi infrolliti dalle canzonette di S. Remo. Sono una reazione di giovanile speranza, di lealtà, di saggia e mesta ribellione all’ordine ipocrita delle ipocrite democrazie. C’è il ribrezzo della forza bruta costituita, il sentimento della libertà come fede proibita: la trepidazione di portare la libertà al di sopra delle ipocrisie delle strutture.
Non a caso queste belle canzoni più che poesie sono scritte da una donna che come Alba de Céspedes ama e rispetta la vita. Rispetta soprattutto il tremendo impegno a viverla così degenerata da falsi socialismi come l’abbiamo consegnata ai giovani.

Nos garçon sont grands et maigres,
ils ont des bountons,
des mains rouges,
des bras ballants,
et des cheveux longs longs

Ce n’est pas toujours facile
avec eux;
ils sont seuls, silencieux
ils n’arrivant jamais ponctuels
aux rendez-vous.
Ils arrivent, pourtant,
ils ne peuvent se passer de nous:
c’est ça l’important.

Questo è l’importante. Che essi arrivino anche se non puntuali. La puntualità è un elemento burocratico. Essi non lo possiedono.
Per questo si pensa che la loro rivoluzione sia fallita, vinta dall’ordine costituito, di destra e di sinistra, che nel maggio scorso in Francia si è dato la mano. Ma essi arriveranno, proprio quando si sarà persa la speranza di vederli arrivare. Perché arriveranno senza violenza. Nella loro disperazione di noi, dei nostri sistemi, sta la loro speranza e la nostra in loro.
Alba è una donna. E solo una donna intellettuale può capire i giovani. Non la fisiologicità delle madri intontolite di sonno borghese e fede nel benessere.
Alba, come già Elsa Morante nel “Mondo salvato dai ragazzini”, sente che nei capelli allungati dei ragazzi, nella loro diffidenza e ribellione al mondo com’è, è la speranza.

Aurora o semplicemente un cielo
[rosato dal maggio?]
«Mais les femes-ont le coeur
[Plus grand»]

E i ragazzi hanno bisogno di essere amati dalla madre anche se si incontreranno con lei, senza darsi niente, sfiorandole la mano e poi riprenderanno un cammino differente.

Je t’aime, mère,
Comme nous pouvons aimer
Aujourd’hui:
Sans émotion et sans merci.

Queste madri anche quelle dei “gars” non sanno ancora (e forse non ha importanza che lo imparino perché per loro è troppo tardi ed è inutile preoccuparsi di fare una educazione ai padri e alle madri, questo è inutile) quello che importa è che i ragazzi e le ragazze pensino allo stesso modo e tutti insieme sappiano che il sangue dei neri dei gialli dei bianchi è uguale e forse bisognerà versarlo insieme dietro le barricate perché quelli di là, i poliziotti, tra cui ci sono le madri, i padri lo vedano insieme e capiscano che è idiota farlo versare: perché è il sangue dei loro figli, delle loro ragazze.

«Io vorrei scrivere poesie la/
sera/
ma non posso. Mi fanno tradurre i testi/
Pubblicitari/
di una crema di bellezza/

E ho paura di abituarmi/
ad andare aventi così/
fino alla morte».

È la pietà per questi giovani il tema quasi straziante dei canti della De Céspedes: un tema d’amore e cioè d’intelligenza. E con l’intelligenza d’amore andrebbero meditati. Ne consiglierei la lettura a tutti i politici di ogni parte del mondo, la dizione ad alta voce nelle scuole, nelle caserme, nei parlamenti e ove non ci sono parlamenti , ci sia il canto per le strade ad accompagnare il tragico fumo dei Bonzi di Praga.
Migliaia di congressi in ogni paese del mondo ci danno ogni giorno triste certezza della umana ipocrisia e dell’indifferenza di chi detiene il potere e, per l’opportunità di mantenerlo, finge interessi che non ha: una donna poeta e civilissima è riuscita a farci piangere d’intelligenza e di rimorso per i problemi di una generazione della quale non sappiamo immaginare l’avvenire e alla quale vogliamo impedire di immaginarlo diverso da un presente che ci ripugna e da un passato che ci eravamo vantati di avere rinnegato.

Il Comune di San Felice Circeo, cittadina sul litorale pontino, si sta preparando a ricordare e rendere omaggio all’artista Elsa de’ Giorgi, nel centenario della nascita, ospitando un convegno a lei dedicato sabato 22 marzo 2014

Nata a Pesaro, Elsa de’ Giorgi aveva eletto il Circeo, a suo rifugio privato, lei che il mare lo custodiva nell’amima, come sua fonte di gioia ed energia. Elsa adorava il mare e lo considerava la sintesi dell’universo. Il suo sogno di ragazza era di vivere in una casa sul mare.

Al Comune di San Felice Circeo Elsa de’ Giorgi aveva donato libri con dediche autografe, oltre alla sua collezione di ritratti opera dei più grandi artisti italiani, amici che si riunivano nella sua villa, soprattutto il 26 gennaio di ogni anno per celebrare il compleanno di Elsa.

Il convegno sarà organizzato da PTS Art’s Factory in collaborazione con Made in Tomorrow, che realizzerà un ebook con contenuti multimediali e interviste video a persone che hanno conosciuto Elsa De Giorgi.

Elsa De Giorgi

Il 26 gennaio 2014 ricorre il centenario della nascita di Elsa de’ Giorgi, attrice di cinema, teatro, scrittrice, regista, donna di grande intelligenza e cultura.

Elsa De Giorgi con Angelo Musco nel 1934 sul set del flm L’eredità dello zio buonanima.

La Rai, sul sito Scrittori per un anno dedica una pagina a Elsa de’ Giorgi dove è possibile vedere alcuni video della scrittrice. Di lato un fermo immagine del film Ma non è una cosa seria, tratto dall’omonima commedia di Luigi Pirandello e diretto da Mario Camerini nel 1936, con un giovanissimo Vittorio De Sica.

Elsa Giorgi Alberti, in arte Elsa de’ Giorgi, nasce a Pesaro il 26 gennaio 1914. Nel 1933 il regista Mario Camerini la scrittura per il ruolo di protagonista nel film T’amerò sempre. Il suo ingresso nel mondo cinematografico segna anche l’ingresso nel mondo letterario. Così, negli studi della Cines, conosce Alberto Moravia, Carlo Levi, Mario Soldati e lo stesso Emilio Cecchi. Risale a questi primi anni a Roma l’incontro con Anna Magnani alla quale Elsa rimarrà legata per la vita da profonda amicizia. Alla fedele amica, l’Elsa scrittrice dedicherà l’intero capitolo nove nel libro Ho visto partire il tuo treno pubblicato nel 1992.

Nel 1936 gira il film Ma non è una cosa seria, tratto dall’omonima commedia di Luigi Pirandello e diretto da Mario Camerini. Dopo aver interpretato innumerevoli film, nel 1940 Elsa con una drastica scelta entra nella compagnia teatrale di Andreina Pagnani e Renzo Ricci. Per l’attrice inizia un triennio di intenso impegno sul palcoscenico che le consente di approfondire gli studi teatrali e la conoscenza con Renato Simoni, critico teatrale e firma prestigiosa del «Corriere della Sera».

Durante l’occupazione della città di Roma, nella sua casa di via Fauro, salotto frequentato da artisti e letterati, accoglie amici e rifugiati antifascisti, rischiando anche la vita. Nel 1945 Elsa, tramite l’amicizia con Massimo Bontempelli e Paola Masino, conosce il conte Sandrino Contini Bonacossi, eroe partigiano della Resistenza fiorentina. Il loro sentimento di stima e amicizia sarà coronato con le nozze celebrate a Roma il 31 luglio del 1948. Nei primi anni di matrimonio Elsa si allontana dal cinema e in parte dal teatro per dedicarsi alla scrittura e nel 1950 pubblica il saggio Shakespeare e l’attore. Nell’estate del 1954, comincia a dedicarsi anche alla scrittura poetica, una pratica che l’accompagnerà per tutta la vita.

Il 1955 sarà un anno che sconvolgerà la vita di Elsa de’ Giorgi: mentre è impegnata nella stesura del suo primo romanzo, I coetanei, il 27 luglio, tre giorni prima del loro settimo anniversario di matrimonio, scompare in circostanze misteriose il marito Sandrino. Inizia una lunga e tormentata battaglia legale con gli eredi Contini Bonacossi, battaglia che Elsa porterà avanti per tutta la vita.

Nel frattempo il romanzo I coetanei viene pubblicato fuori collana per “I Gettoni” di Einaudi, con una nota introduttiva di Gaetano Salvemini. La copertina è disegnata da Carlo Levi. Lo scrittore Italo Calvino ne cura l’editing. Il libro vincerà il Premio Viareggio opera prima. L’incontro con Calvino si trasformerà in seguito in un legame che durerà circa tre anni. Dopo la rottura con Calvino Elsa continuerà il suo lavoro di scrittrice. L’impegno nel teatro la porterà alla fondazione della scuola di recitazione “Il Vivaio”, e si cimenterà anche con la regia teatrale e cinematografica.

Il 17 ottobre 1975 Sandrino Contini Bonacossi viene trovato morto nel suo appartamento di New York. Il referto parla di suicidio ma Elsa non è convinta di come si siano svolti i fatti. Dopo neanche un mese muore anche Pierpaolo Pasolini, suo amico fraterno per il quale aveva accettato di interpretare la voce narrante de “La dama crudele” nel controverso film Salò e le 120 giornate di Sodoma. Nonostante le vicende dolorose che la colpiscono, Elsa non abbandona mai il lavoro e nel 1985 fonda “Il Laboratorio di Arti Sceniche e tecnologie avanzate”, a Bevagna in Umbria.

Una lunga e accurata ricerca documentaria porta alla pubblicazione, nel 1988, del libro L’eredità Contini Bonacossi: l’ambiguo rigore del vero, saggio-testimonianza sulla vicenda che ruota intorno alla scomparsa del marito. Il libro provoca polemiche, in particolare per i riferimenti alla relazione sentimentale di Elsa con Italo Calvino. La scoperta, da parte della stampa, dell’esistenza del carteggio Calvino-de’ Giorgi, suscita una serie di polemiche che si concludono con il divieto di pubblicazione delle lettere per volontà della moglie dello scrittore, Esther Calvino.

In seguito il “Fondo manoscritti dell’Università di Pavia”, diretto da Maria Corti, acquista le lettere di Italo Calvino a Elsa de’ Giorgi. La notizia viene pubblicata con gran clamore dalle principali testate giornalistiche. Per mettere a tacere chiacchiere e pettegolezzi Elsa dà alle stampe, nel 1992, Ho visto partire il tuo treno. Il libro vuole essere un racconto concreto e fedele, sulla traccia di stralci delle lettere di Italo Calvino, del loro incontro nato negli ambienti culturali degli anni ’50.

Il 12 settembre 1997 Elsa de’ Giorgi, ammalatasi gravemente, si spegne a Roma. Viene sepolta a Bevagna nella tomba di famiglia. La sua ultima fatica, il romanzo Una storia scabrosa, uscirà postumo, edito da Baldini&Castoldi.

Il giornalista Tullio Kezich disse di lei “una formidabile memorialista a torto oscurata dalla diva” nell’articolo uscito sul «Corriere della sera» il 7 dicembre 1992, in occasione della pubblicazione del libro di Elsa de’ Giorgi Ho visto partire il tuo treno e della riproposta del libro I coetanei.

mestierelibro nel corso del 2014, per ricordare Elsa de’Giorgi, proporrà approfondimenti, articoli e recensioni.

Giusi R.

Locandina Le scrittrici

 

Mercoledì 5 giugno 2013, alle ore 15,  presso il Museo dell’arte Classica-Aula Odeion della Sapienza – Università di Roma si terrà la conferenza:

Lavori in corso all’archivio del Novecento: le scrittrici

a cura del Dipartimento di Studi Europei, Americani e Inteculturali della Facoltà di Lettere e Filosofia.

In particolare si illustreranno i lavori in corso sui Fondi di Luce d’Eramo, Paola Masino ed Elsa de’ Giorgi, conservati presso l’Archivio del Novecento.

L’incontro è occasione di confronto sui risultati delle recenti ricerche svolte presso l’archivio del Novecento della Sapienza sulle opere e le personalità delle intellettuali italiane, tra le quali, Fausta Cialente, Luce d’Eramo e Gianna Manzini. Le pubblicazioni oggetto di dibattito sono state elaborate dai ricercatori nell’ambito del progetto Firb 2006 ancora in corso.
Interverranno Marina D’Amelia, docente di Storia moderna, Marco d’Eramo, giornalista, Elio Pecora, poeta e scrittore e i membri del gruppo di ricerca.