Visti dalla meta siamo tutti ultimi

Pubblicato: 13 novembre 2017 in in libreria, News
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Un consiglio di lettura e la recensione a cura di VANNA DAMATO che volentieri pubblico.

Francesca Picone, Visti dalla meta siamo tutti ultimi, Lettere animate

VISTI DALLA META SIAMO TUTTI ULTIMI

di FRANCESCA PICONE

editore LETTERE ANIMATE #Thriller

Formato: EPUB

Pagine della versione a stampa: 272

 

 

Chi è Sally, il cui nome rievoca una nota canzone di Vasco Rossi, Sally di cui in tutto il libro non riesci a ritagliarti un’immagine al di fuori di quell’essere “secca, imbronciata, spettinata, arti incartocciati, imbrunita”, che gira forsennatamente tra i quartieri di una parte di città come lei incartocciata e imbrunita da lutti e desideri insanati, ma anche piena di mistero e bellezza? La città, Napoli, è quella che si estende tra la collina di Capodimonte e il porto di mare, passando per la vigna di San Martino: luoghi dove si consuma il suo molto camminare, come dice di sé l’autrice nelle note di copertina, alla ricerca di senso. Il tempo è il nostro, questo tempo ubriaco e corrotto, che sembra non avere altra via di salvezza che buttarsi nella grande commedia. La storia comincia con una perdita violenta, per uno scippo che insieme alla borsa le porta via l’agenda con dentro “la poesia della sua fanciullezza”. Questa perdita le aleggia intorno, in forma di stazzonate pagine ritrovate qua e là, che in parte la riconoscono, in parte la accusano di fronte al mondo brulicante di concretezza e malvolere del vicolo in cui vive, o diremmo si ostina a vivere, un mondo senza pensiero. La bellezza e il pensiero sono confinati di là dal muro dove finisce il vicolo e comincia il respiro del bosco, negli innamoramenti improvvisi che gettano squarci di luce, prima di annegare nella delusione dell’imbroglio, nell’ebbrezza del fumo che rende liberi e schiavi, malati e curatori. C’è una diversità in Sally, una volontà che non fa sconti nel perseguire un progetto non ben definito di sé, ma che di sicuro la vuole libera dalla schiavitù del mondo precostruito con mattoni di pseudocompetenza e conformismo, soprattutto la vede fuori da una corsa insensata verso una Meta a cui tutti vogliono arrivare per primi, senza accorgersi che siamo tutti ultimi, proprio come tutti pensano di stare sotto al cielo e “non sanno che ci stiamo dentro”. Inadatta a lavori salariati, a relazioni di complici opportunismi, si ostina a non indossare la maschera necessaria per stare al gioco, ma non getta la spugna. E mentre coraggiosamente si avventura, senza altra difesa che le parole, tra scippatori e bulletti forniti di coltello, tra aspiranti scrittori e improbabili psicoperatori, tra giri di spaccio e di pseudo protettori, o pseudo amori, Sally non è mai al suo posto, forse perché l’altra metà di sé, che è la sua gemella, e cammina e parla nella sua testa e nei sogni, pure a chilometri di distanza, non è mai d’accordo con lei; o forse perché è una scrittrice, sempre in bilico tra la vita e l’osservazione della vita, per quanto caotica possa essere, o forse perché lei stessa è l’anima di questa città, contraddittoria e dolente, ma viva, in questo tempo e dentro a questo cielo.

Non è un romanzo di facile lettura il libro di Francesca Picone: ti immerge in un’atmosfera di malessere palpabile, come certi film di Sorrentino, dove la distanza tra l’opera e il fruitore si accorcia al punto che ti senti dentro alla storia, e certe volte è come un pugno allo stomaco. Ho provato questa sensazione rispetto a tre autori: Malaparte , quando ho letto “La pelle”, i film di Sorrentino, e il libro di Francesca. E sicuramente è merito anche del linguaggio, di corsa, sulla strada, senza essere un linguaggio di strada, sovraffollato di immagini, pensieri, dialoghi stralunati tra poeti, matti e fumatori, un linguaggio che a tratti ti affatica in percorsi allucinati e tortuosi, altri ti incanta con la bellezza di certe immagini, che “svelano senza badare a quanto sgrammaticata sia la mia follia”. “Quand’è che si è seduto, l’assurdo, al posto vuoto della bellezza? Quand’è che la bellezza si è alzata e ha ceduto il posto e si è messa a guardare questo burlone con il pennello in mano?”

Ecco, alla fine della storia, iniziata con una perdita, mi rimane l’eco di questa nostalgia di bellezza, di quando “la bellezza era una cosa banale, mentre l’assurdo invocava la meraviglia”, ma anche la fiducia che Sally, a dispetto di tutti i tonfi sul bagnato, con la sua faccia senza maschera, il suo passo disinteressato di “quello andante di un adulto”, continuerà a cercarla. E forse è questo il senso di tutto.

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commenti
  1. pimmicella ha detto:

    Grazie! Una recensione bellissima