FESTIVAL DELLE CERASE

Monterotondo 27 gennaio 2014 decimo film in concorso

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO

Zoran

 

di Matteo Oleotto

con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Roberto Citran, Riccardo Maranzana, Rok Prašnikar, Marjuta Slamič

Sceneggiatura Pierpaolo Piciarelli, Daniela Gambaro, Marco Pettenello, Matteo Oleotto

Fotografia Ferran Peredes Rubio

 

premi e festival

La Biennale di Venezia 2013: Settimana Internazionale della Critica – Premio del pubblico, Premio Schermi di Qualità, Premio FEDIC

Festival del Cinema Italiano di Madrid 2013: lungometraggi

International Film Festival Bratislava 2013: competition of first and second feature films

International Thessaloniki Film Festival 2013: open horizons

Internationales Film Festival Mannheim-Heidelberg 2013: panorama

Liffe – Festival Internazionale del film di Lubliana 2013: perspectives

Mostra Internacional de cinema 2013: competição de novos diretores

Zoran il mio nipote scemoIl protagonista di questo film, Paolo Bressan – interpretato da un bravissimo Giuseppe Battiston – è un quarantenne che vive in un paesino nei pressi di Gorizia. Incurante di se stesso e ancor più di chi gli sta intorno è cinico e bugiardo, non rispetta i colleghi né gli anziani della mensa dove lavora e insegue senza successo l’idea di riconquistare Stefania, la sua ex moglie. Nell’osteria di Gustino consuma una parte delle sue giornate ubriacandosi fino allo stordimento. Le cose cambiano quando muore una zia slovena, di cui non ricorda nemmeno l’esistenza. Inscenando un dolore bugiardo si aspetta una congrua eredità, ma si ritrova a dover badare a un ragazzino quindicenne, che indossa occhiali enormi, ha l’aria spaurita e parla un improbabile italiano aulico che ha imparato leggendo due soli libri. Il suo nome per esteso è Zoran Anton Spazzapan, nome che ripete ogni volta che lo si interroga. Paolo non perde l’occasione di dargli dello scemo e azzittirlo, ma non sa ancora che Zoran ha una capacità che potrebbe fruttargli molti soldi.

 

Il regista Matteo Oleotto, presente in sala, riesce a comunicare la sua brillante ironia  nella conversazione con Franco Montini e il pubblico:

Dopo il successo ottenuto alla Mostra del Cinema di Venezia, il film, uscito nelle sale il 31 ottobre, ha riscontrato un buon successo di pubblico.

Il film è italiano ma è anche una co-produzione slava e questa collaborazione è stata una sfida divertente. I due produttori, uno italiano e uno sloveno hanno entrambi i cognomi sloveni cosa che ha reso difficile distinguere la loro nazionalità solo dal nome. Questo può capitare nelle zone di confine. Io vengo da Gorizia, una città divisa in due, e anche se ora i confini, almeno quelli fisici, non ci sono più, rimangono nella testa delle persone. 

Come è nata l’idea di far parlare Zoran in quel modo?

Il giovane attore che interpreta Zoran, Rok Prasnikar, per la prima volta sullo schermo, è sloveno non parla italiano ma solo sloveno e inglese. Per recitare nel film ha dovuto imparare le battute a memoria.

Anche gli scenografi sono due ragazzi sloveni, Vasja Kokelj, e Anton Spazzapan ed è proprio a quest’ultimo che abbiamo rubato il cognome per passarlo a Zoran. Inoltre Anton parla proprio come Zoran, anche se lui non ha imparato l’italiano leggendo due romanzi italiani, ma da un vocabolario molto vecchio. Attualmente continua a usare verbi che io personalmente non conosco, tipo “squadernare”, termine abbastanza inusuale.

Il 95% di quello che è narrato nel film è proprio vero, esperienze che appartengono alla mia vita e a quella di chi mi vive intorno. All’inizio abbiamo cercato di rendere il personaggio di Paolo Bressan meno cinico, ma poi si correva il rischio di far apparire il film un po’ troppo stucchevole.

Ma Battiston ha bevuto davvero tutto quel vino?

Non abbiamo fatto bere Battiston così tanto, anche se non disdegnava un buon bicchiere ogni tanto. Quello che si vede nel film, era del tè alla malva, il cui colore era simile a quello del vino. Mi sono permesso un unico scherzo. La mattina presto, prima di girare, a volte sostituivo il tè con vino vero. Battiston ha accettato lo scherzo e nelle riprese, da bravo attore, non ha mai dato a vedere la differenza fra quando beveva vino e quando tè.

L’impressione è che questo il film sia cucito addosso a Battiston.

Ci conosciamo da una decina d’anni, è stato mio insegnante nel corso di recitazione, prima di diplomarmi al Centro Sperimentale. È stata una grande ricchezza avere un attore come lui così presente nel mio film d’esordio.

Il personaggio di Paolo Bressan ha tutte le caratteristiche per apparire antipatico, ma alla fine suscita simpatia. Come è stato possibile?

Il nostro scopo era proprio quello di creare un personaggio antipatico, anzi proprio una carogna.  In molte sale la scena in cui butta via le ceneri della zia ha lasciato attonito il pubblico. Per raggiungere questo scopo abbiamo lavorato molto sui personaggi di contorno. 

A proposito dell’osteria che vediamo nel film, l’osmizza, può sembrare una cosa che non esiste più per chi non conosce quel territorio, molto lontana nel tempo, invece non è così.

No, le osmizze esistono ancora, L’osteria di Gustino non è diversa da quelle che si trovano nella zona di Gorizia. Le osmizze sono osterie tipiche di quelle zone carsiche. Nascono durante l’Impero austro-ungarico, soprattutto nella zona di Trieste, quando Maria Elisabetta d’Asburgo dava il permesso ai contadini di vendere per otto giorni, senza pagare tasse, i prodotti dell’anno precedente in attesa che fossero pronti quelli dell’anno nuovo. Osem in sloveno vuol dire otto da cui la parola osmizza. Questa tradizione resiste ancora e queste osterie sopravvivono perché i prezzi sono molto bassi.

Paolo è un personaggio che risulta simpatico forse perché i suoi difetti sono umani. A proposito della scena finale, con la corsa del coniglio che Zoran non riesce ad acchiappare, aveva uno scopo simbolico?

Si, forse c’era l’intenzione di dare al coniglio una seconda opportunità, ma anche dare l’idea della nuova famiglia che si era formata in modo del tutto anomalo.

Con questo film ha voluto ricreare quella che è stata la commedia all’italiana?

La nostra sfida è di rimettere in piedi questo tipo di cinema e dargli la dignità di prodotto artistico, secondo la tradizione della commedia all’italiana.

Qual è il trucco cinematografico del lancio delle freccette che colpiscono il bersaglio?

Tutti i lanci sono stati fatti sul serio. Non ho mai usato effetti speciali. All’inizio l’attore non sapeva colpire il centro, il risultato è stato ottenuto solo dopo un centinaio di lanci. Ora il ragazzo sta seguendo una scuola di recitazione e si paga un sacco di birre giocando a freccette.

Ci sono altri progetti in preparazione?

Si. Dopo la lavorazione del film stiamo rimettendo insieme la squadra. Il mood è che ci piacerebbe continuare su questa strada. Essere stati selezionati a Venezia è stata una grossa spinta per darci la certezza che la commedia all’italiana si può ancora fare senza produrre solo film di serie B.

Giusi R.

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