Lunedì 20 gennaio 2014 nono film in concorso al Festival delle cerase

Come il vento

La vera storia di Armida Miserere

di Marco Simon Puccioni con Valeria Golino, Filippo Timi, Francesco Scianna, Chiara Caselli, Adelmo Togliani, Pino Calabrese
Italia/Francia 2013 1h e 50’
Locandina Come il vento

Sceneggiatura Heidrun Schleef, Marco Puccioni, Nicola Lusuardi
Fotografia Gherardo Gossi
Musica Shigeru Umebayashi
Produzione Intelfilm, A-Movie Productions, con il contributo del MiBAC, Rai Cinema, con il sostegno del Programma MEDIA, Regione Toscana, Regione Sicilia, Molise Film Commission, Marche Film Commission
premi e festival Festival Internazionale del film di Roma 2013 Fuori Concorso – Premio LARA al miglior interprete Valeria Golino

Come il vento, di Marco Simon Puccioni, parte da una storia vera, come recita il sottotitolo. Armida Miserere è la protagonista di questo film, molto duro, a tratti soffocante, come le carceri che Armida diresse. Prima donna a svolgere questo ruolo, lo fece nei vent’anni più bui del paese, fino al suicidio, nel giorno Venerdì Santo del 2003, presso la sua abitazione adiacente al carcere di Sulmona. Di lei diceva scherzando “un nome, due tragedie”, inconsapevole del destino che l’attendeva.

Nel film la storia non ha un andamento lineare ma racconta Armida con continui flash back, salti fra passato e presente, usando il montaggio per scavare nella memoria dove il ricordo non è continuo ma frantumato e così le scene si susseguono dando ritmo al racconto, anche se una parte di critica non ha apprezzato questa scelta del regista.

I detenuti dell’Ucciardone, soprattutto i mafiosi sottoposti al 41bis, chiamavano Armida Miserere la fimmina bista, la femmina bestia, ma lei, come dice nella parte conclusiva del film, si sentiva “un corpo che vaga senza un’anima”. Dopo la morte del suo compagno, Umberto Mormile (Filippo Timi nel film), educatore carcerario, ucciso in un agguato di camorra nel 1990, accettò la direzione di qualsiasi carcere, quelli dove nessuno voleva andare, come il supercarcere per mafiosi dell’isola di Pianosa, dove si trovò unica donna fra 1500 uomini, o alle Vallette di Torino dopo la fuga di Vincenzo Curcio,

Nell’incontro con il pubblico di Monterotondo Marco Puccioni racconta il suo primo incontro con Armida Miserere avvenuto quando lesse la notizia della morte di Armida, il giorno successivo al suo suicidio.

Non sapevo allora che ci fossero donne a dirigere carceri maschili e quando ho iniziato a lavorare a questo film nel 2010 e ho pensato subito a Valeria Golino per il ruolo della protagonista, anche se non sapevo come avrebbe potuto reagire alla proposta di questo personaggio a tutto tondo, con la sua fama di donna difficile e inflessibile, che aveva la caratteristica abitudine di indossare la mimetica, cosa che nessun direttore maschio faceva.

Molto del lavoro di ricerca è stato possibile grazie all’accesso ai diari di Armida, con il consenso del fratello della donna. Valeria Golino l’aveva anche conosciuta casualmente, meno di un anno prima che lei morisse, in occasione del Sulmonacinema FilmFestival. Armida Miserere portava allora il cinema nel carcere di Sulmona con una piccola rassegna per un gruppo di detenuti interessati. Testimoniano l’incontro un paio di foto che ritraggono queste due donne così diverse che il caso avrebbe fatto rincontrare nella finzione cinematografica.

Alla domanda se c’è qualche aneddoto delle riprese del film, se qualcuno nelle carceri in cui è stato girato il film ha raccontato o ricordato qualcosa di lei, Marco Puccioni risponde

La somiglianza della Golino era talmente veritiera che quando incontravamo agenti che l’avevano conosciuta, ci dicevano che sembrava di vedere un fantasma. Tutti coloro che le sono stati vicini sono rimasti stupiti dalla immedesimazione della Golino, ma soprattutto dalla gestualità, ad esempio da quel gesto nervoso delle mani nello stringere la sigaretta. Per questo lavoro di immedesimazione avevamo a disposizione le foto, ma anche i filmati, e se sul set l’attrice appariva distratta, alla fine, da grande professionista, grazie al suo istinto, è riuscita a rendere in maniera precisa il personaggio.

Il cinema entra spesso in carcere, ma questo film ce lo racconta da un altro punto di vista che non è quello dei detenuti. La prospettiva è capovolta, è tutta dalla parte di Armida, direttore di carcere, e non approfondisce nel particolare la vita degli istituti di pena, ma l’interiorità e la fragilità di una donna a detta di tutti inflessibile. A proposito della scena in cui le comunicano dell’incidente avuto dal suo compagno, nei diari scrive che la sua reazione quasi di freddezza, era dovuta a una percezione della realtà quasi alterata, come se si trovasse all’interno di un film.

Invece nella scena in cui ricostruisco la dinamica dell’incidente di Umberto Mormile, ho voluto che a colpire lo spettatore fossero gli occhi di lei, e questa è stata una mia personale lettura.

Trailer ufficiale

Giusi R.

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