Dopo il successo di SARA AL TRAMONTO, torna la donna invisibile di MAURIZIO DE GIOVANNI nel secondo capitolo della serie che riscrive al femminile il noir italiano.

IN LIBRERIA DAL 12 MARZO 2019

Maurizio De Giovanni, Le parole di Sara, Nero Rizzoli, #mestierelibro

Maurizio de Giovanni

Le parole di Sara

Nero Rizzoli

Brossura con sovraccoperta

14,2 x 21,7 cm

pp 352

€ 19 – ebook € 9,99

Due donne si parlano con gli occhi. Conoscono il linguaggio del corpo e per loro la verità è scritta sulle facce degli altri. Entrambe hanno imparato a non sottovalutare le conseguenze dell’amore. Sara Morozzi l’ha capito molto presto, Teresa Pandolfi troppo tardi. Diverse come il giorno e la notte, sono cresciute insieme: colleghe,
amiche, avversarie leali presso una delle più segrete unità dei Servizi. Per amore, Sara ha rinunciato a tutto, abbandonando un marito e un figlio che ha rivisto soltanto sul tavolo di un obitorio. Per non privarsi di nulla, Teresa ha rinunciato all’amore. Trent’anni dopo, Sara prova a uscire dalla solitudine in cui è sprofondata dalla scomparsa del suo compagno, mentre Teresa ha conquistato i vertici dell’unità. Ma questa volta ha commesso un errore: si è fatta ammaliare dagli occhi di Sergio, un giovane e fascinoso ricercatore. Così, quando il ragazzo sparisce senza lasciare traccia, non le resta che chiedere aiuto all’amica di un tempo. E Sara, la donna invisibile, torna sul campo. Insieme a lei ci sono il goffo ispettore Davide Pardo e Viola, ultima compagna del figlio, che da poco l’ha resa nonna, regalandole una nuova speranza.
Maurizio de Giovanni esplora le profondità del silenzio e celebra il coraggio della rinascita, perché niente è davvero perduto finché si riescono a pronunciare parole d’amore.

MAURIZIO DE GIOVANNI ha creato le serie bestseller del commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone. Per Rizzoli ha pubblicato Il resto della settimana (2015), I guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), per cui esiste un progetto di fiction televisiva, e l’antologia Sbirre (2018) con Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo.

«Leggere le storie dei vivi è il dono di Sara, così come sentire le voci dei morti è quello del commissario Ricciardi.» – “Corriere della Sera”

«Con Sara al tramonto Maurizio de Giovanni riscrive al femminile il noir italiano.» – “la Repubblica”

 

 

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Il mio consiglio di lettura per la prossima settimana è un romanzo storico di un autore italiano, Franco Buso.

Devora narra del viaggio attraverso il tempo di due donne eccezionali. Sono protette dai Cavalieri Templari e hanno il dono della chiaroveggenza; sono due donne libere, che amano chi vogliono e sono in grado di difendersi a suon di spada.

Il romanzo è stato presentato a Treviso e a Roma.

Siete curiosi? Anche io! E allora cosa aspettiamo a leggere questo intrigante thriller storico!

Devora, Franco Buso, Scrittura A Tutto Tondo, #mestierelibro

 

Franco Buso

Devora

Romanzo

Paperback,

364 pagine

ISBN: 978-1790365920

€ 10,40

Parigi, 1314. Presso la cattedrale di Notre-Dame è allestita una pira e la folla si accalca, bramosa di assistere allo spettacolo: l’ultimo Maestro dei Cavalieri Templari sta per essere mandato al rogo. L’uomo sale sulla legna accatastata, il boia appicca il fuoco, le fiamme si levano. Ma un istante prima che lo avvolgano, il Maestro lancia una fiera invettiva contro il re Filippo IV il Bello, che ha voluto la sua fine. E una cupa profezia: il destino del sovrano è segnato, così come quello del papa e della stessa Chiesa, che tra settecento anni cesserà di esistere.
La folla è sbigottita. Solo una ragazza dai magnifici occhi color oro sembra credere per prima alle parole del Templare. Quella ragazza, che osserva il rogo silenziosa, ha il dono della chiaroveggenza.
Tutto era iniziato molto prima della sua nascita, quando sua madre, nata in Palestina, era rimasta orfana a seguito dello sterminio della sua famiglia da parte dei Mamelucchi. Ed era stata punta da uno scorpione del deserto, il cui veleno è in grado di compiere miracoli…
In un affascinante romanzo, i cui protagonisti sono legati da fili invisibili sempre più connessi, il viaggio di due donne eccezionali attraverso epoche remote e ammantate di mistero. Ma più vicine di quanto non si creda: il gran finale vi lascerà senza fiato.

Scrittura A Tutto Tondo

Devora ordina su amazon

Franco Buso nasce nel 1952 a Meda, allora provincia di Milano e ora Monza-Brianza. A sette anni si trasferisce con la famiglia a Treviso, dove vive tuttora. Consegue la Maturità Classica e si iscrive alla facoltà di Ingegneria presso l’Università di Padova. Nel 1977 sposa Chiara e dal matrimonio avrà una figlia, Irene. È autore di racconti e questo è il suo primo romanzo, nato dal suo interesse per la storia nonché ispirato dalla tesi di laurea della figlia, incentrata sul processo a Jacques de Molay: l’ultimo Maestro dei Cavalieri Templari.

«(…) dai diamanti non nasce niente 
dal letame nascono i fior.»
(Fabrizio De André, Via del Campo)

Ai “Fiori mai nati” e a quelli che come canta De André nascono dal letame e non certo dai diamanti!

Fiori mai nati, Giankarim De Caro, Navarra Editore, Germana Recchia, #mestierelibro

 

 

A seguito della recensione di Malavita, libro d’esordio di Giankarim De Caro, Germana Recchia ci invita alla lettura di Fiori mai nati, da poco in libreria, arricchita da una preziosa intervista all’autore.

Voglio iniziare dalla fine, dai ringraziamenti per Fiori mai nati. Il secondo libro di Giankarim De Caro, che ci ha rivelato essere in realtà la sua opera prima, che poi l’editore Navarra ha preferito presentare dopo Malavita.
Siamo a Palermo nel secondo dopoguerra e ancora una volta questa bella e grande città siciliana si fa teatro di vicende ‘familiari’ quasi private, intime per gli intimi misfatti che avvincono l’animo umano e ne guidano sentimenti e comportamenti. Ma intimi anche perché profondi e oscuri, al punto che li preferiremmo taciuti dietro le mura di casa, se non diventassero protagonisti di un romanzo. Un racconto, una saga familiare, in cui si sente la vicinanza emozionale alle vicende descritte – qui come in Malavita – come se i fatti fossero stati visti o sentiti e poi, grazie all’autore, avessero ripreso vita propria per non essere trascurati dall’oblio. Perché il sonno della memoria non avrebbe ragione nemmeno su un’umanità che, leggendo, vorremmo rinnegare, per quanto abietta e malfattrice.

De Caro sembra voler ritrarre così le tinte più buie di una Palermo non troppo remota, in cui pare che vinca l’atrocità umana di chi non riconosce in sé alcuna forma di amore vero, che non sia quello del piccolo compiacimento e del soddisfacimento di sé. Madri e padri, non conta, si può sempre ‘vendere’ un figlio al miglior offerente. Ma a vincere non è il male, bensì l’intensità drammatica di storie esclusive, che arrivano a noi per rinforzare un senso di coscienza, collettiva non solo personale, in grado di ridefinire i contorni e i contenuti di un mondo migliore nella sua umanità preponderante.

Per tutto questo e per molto altro mi viene voglia di parlare con Giankarim, la tecnologia a distanza ci aiuta e avvicina Palermo a Roma. Perché poi il mondo non ha distanze vere, a parte quelle segnate dal dolore e dall’assenza di amore. E l’unico domicilio che fornisca un’identità riconoscibile e non confondibile è quello nella casa dell’uomo, che ciascuno e tutti abitiamo o dovremmo abitare.

Giankarim, che tempo fa da te, si sente la primavera?

A Palermo è sempre primavera. Nella mia terra sembra che tutto debba sbocciare da un momento all’altro. Purtroppo, i germogli stentano ad aprirsi lasciandoci nell’attesa di un estate, ormai tanto attesa, che non arriva mai. Anche la primavera può diventare un ospite indesiderato.

Cosa stai leggendo in questi giorni? Mi incuriosisce sapere cosa leggi mentre di certo starai scrivendo

Leggo diversi romanzi contemporaneamente. Davanti ai miei occhi c’è un libro di Gurdjieff, I racconti di Belzebù a suo nipote, e L’educazione di Tara Westover. Sul comodino ne ho diversi, Le quindici, di Christian Bartolomeo che ho finito di leggere proprio ieri sera, Rapporto al Greco di Karantzakis ormai ospite fisso da sei mesi e La ragazza di Bube.

Dovremo aspettare a lungo il tuo prossimo libro?

Ho due libri finiti nel cassetto e sto lavorando ad altri due. Ho scoperto che la scrittura mi è amica e mi tiene compagnia. Preferisco scrivere che guardare la tv. Penso che il prossimo libro vedrà la luce l’anno prossimo; i libri sono come figli, hanno bisogno di essere seguiti ed io per ora ne ho due entrambi appena nati.

Giankarim, tua mamma che ringrazi alla fine di Fiori mai nati ha dunque conservato fino a te la memoria di alcune storie familiari palermitane?

Ho dedicato il libro a mia madre perché penso che ogni figlio dovrebbe farlo. Lei mi ha dato le radici e le ali, al contrario dei Calamone ai quali i genitori hanno saputo dare solo odio e insicurezze. La memoria del racconto è corale. Ho avuto la fortuna di lavorare con degli anziani e ognuno di loro per ricambiare la mia compagnia mi ha voluto regalare una storia. Io non ho fatto altro che metterle insieme.

Una storia con tanto dolore, ancora una volta. È così difficile trovare amore?

L’Amore è sotto gli occhi di tutti, forse per questo lo snobbiamo perché pensiamo di averlo sempre sotto mano. Ma col tempo ci dimentichiamo che esiste e quando ne sentiamo il bisogno siamo diventati duri come pietre. Ci siamo disabituati e permalosamente decidiamo di continuare a non approfittarne. Piero ne è l’esempio (Piero Calamone è uno dei protagonisti di Fiori mai nati – n.d.r.).

Sia in Malavita, sia in Fiori mai nati c’è un’attenzione speciale per chi è debole e non può scegliere e quando arriva a poterlo fare ne pagherà un caro prezzo. Il riscatto è tanto faticoso?

Ho vissuto tanti anni in Asia e là mi sono accorto che esistono gli ultimi, quelli che nessuno vuole vedere. Solo allora mi sono accorto che anche nella nostra avanzatissima Italia esistono i “paria”, gli ultimi, gli invisibili che non possono scegliere e che quando ci provano vengono ricacciati nel buio dal quale vorrebbero uscire. I loro nemici sono principalmente l’ignoranza e la mancanza di riferimenti sani. Io poi mi domando, cosa è un riferimento sano? Se uno non ha mai saputo su cosa si deve basare il proprio riscatto come fa a farlo? Questi sono i Calamone. Bravi ragazzi che inseguono ciò che gli è stato raccontato come esempio giusto da seguire. Anche in Malavita alle protagoniste è stata segnata la strada in cui non c’era scelta e quando Grazia ha capito che c’era un’altra possibilità, coi mezzi in suo possesso, ha provato a cambiare strada ma non aveva gli strumenti per farlo.

Leggendo Fiori mai nati ho pensato continuamente (forse l’ho desiderato) che sia la seconda parte di una trilogia. Ci stai per caso lavorando?

Fiori mai nati e Malavita sono legati dalla voglia di riscatto che si respira in entrambi i libri. Entrambi i libri sono liberi dal tempo e dal luogo. Queste storie si ripetono anche oggi, basta cambiare gli abiti ai protagonisti ed eccoli apparire. Spero che il prossimo libro possa piacere come i primi due.

Sento un amore per la tua Palermo, quasi una identificazione fisica, non so! Come se raccontarla nel modo particolare, dettagliato e profondo, in cui lo fai ti consenta di riappropriarti del suo tessuto umano e narrativo.

Io amo la mia città. Per questo ho provato a descriverla in maniera diversa dagli stereotipi a cui siamo abituati. Sono nato in un quartiere popolare e rare volte ho visto descrivere nei film o nei libri l’autenticità di quegli ambienti.

Recensione e intervista di Germana Recchia

 

Ospito oggi la recensione di una nuova amica di #MestierelibroGermana Recchia, che ci presenta un  autore, Giankarim De Caro nella sua opera prima, Malavita, ambientata nella Palermo nei primi anni del ‘900.

Navarra Editore invece è una cara conoscenza dei nostri lettori, che hanno già avuto modo di apprezzare nelle precedenti edizioni della manifestazione letterara #Librinfestival

recensione di Germana Recchia

Malavita, Navarra Editore, Giankarim De Caro, #Mestierelibro, Germana Recchia

 

Giankarim De Caro

Malavita

Navarra Editore

12 euro

144 pagine

maggio 2018 Formato: 14×21

 

Malavita: storia di donne e di amori calpestati nella Palermo del dopoguerra

Malavita è un termine strano per questa storia, intensa e dolorosa, a cui dà il titolo. Perché il vocabolo rinvia a una vita contraria alla legge, quando di malavitosi si sente ancora troppo parlare. Ma non è di questa malavita che racconta De Caro nella sua opera prima, ambientata a Palermo nei primi anni del ‘900.
La storia si dispiega con dovizia di particolari nel periodo storico che va da inizio ‘900 alla seconda guerra mondiale, dove quattro fanciulle e protagoniste, Lucia e le figlie Provvidenza, Pipina e Grazia, vendono tutto ciò che hanno, il loro corpo. E si confrontano con un mondo, che le utilizza e le consuma senza compassione, senza pietà. E anche se questo universo, maschile in gran parte, appartiene ai palazzi signorili, la meschinità e la miseria non hanno nulla di elevato e di distinto. Nobili ipocriti e viscidi, un parroco lussurioso fuori e castigato davanti all’altare, mariti che si fanno protettori della moglie, in un realismo tanto minuzioso e tanto tagliente.
Se agire e vivere contro ogni norma civile, sociale e anche umana, fino a farne sistema è ormai storia e attualità ed è reato, sacrificare la propria esistenza e poi quella delle figlie a una consuetudine tanto antica quanto dannata, che straccia il velo sacro dell’intimità e dei corpi, è ancora più duro e lacerante. È qualcosa che tira perfino il lettore dentro una condizione di miseria, di privazione, di perdita interiore e materiale, da cui è difficile allontanarsi o emanciparsi. Perché la miseria non offre scampo, se chi potrebbe gettare un’ancora di salvezza approfitta del bisogno altrui, fagocitando anima e corpo di chi non ha altro modo di sopravvivere, che vendersi. In questa condizione non può esserci spiraglio di luce o di salvezza. Nemmeno in chiesa, nemmeno con uomini consacrati.

Malavita è anche un romanzo di speranze, ma di speranze in parte disattese, perché la redenzione ha un prezzo troppo alto

In contesti storici, che sentiamo troppo reali e vicini, anche se antichi nel tempo, De Caro dedica alle donne, di ieri e di oggi, il sacrificio di sé, che non ha possibilità di scelta contro la bestialità e l’inumano, mali rappresentati aspramente per quel che sono: feroci e meschine inclinazioni degli uomini senza differenza di età, di condizione, di ceto, di ruolo. Una piaga che ci ricorda troppe storie recenti. Perfino gli americani, i liberatori, che arriveranno a Palermo a fine guerra si ciberanno di quei corpi già affamati e affranti, pagando col denaro una libertà rossa di sangue. Malavita è anche un romanzo di speranze, ma di speranze in parte disattese, perché la redenzione, che alla fine, con l’ultima figlia della prima protagonista Lucia, sembra esserci, ha un prezzo troppo alto, troppo duro, che fatica ad alleggerire il dolore e l’amarezza che hanno piegato il lettore dalla prima all’ultima pagina, dalla prima all’ultima riga. Un volume piccolo per formato, con una delicata immagine femminile in copertina, che apre le porte a una narrazione intensa, che pare disegnare i ricordi ascoltati da conoscenti o parenti.

Si percepisce quasi l’urgenza di una testimonianza e di una denuncia

Nella trama di un dolore tanto fitto, a volte pare inciampare perfino il ritmo della scrittura, portando chi legge a tornare sulle stesse righe. La trama è così copiosa e densa che forse si poteva darle un po’ più di respiro, con un racconto più lieve, per quanto scorrevolissimo. Ma una scrittura tanto nutrita è anche una peculiarità di De Caro, che conferisce così ancora più peso alla drammaticità dei fatti. Si percepisce quasi l’urgenza di una testimonianza e di una denuncia, a voler dire che al male non si fugge perché lascia soli e impotenti, anche se la vita è sempre più forte e induce a resistere e ad andare avanti, cercando un varco verso la speranza. Perché non c’è altra via e perché questo è il senso intimo del nostro esistere.
Non c’è posto per sentimentalismi, per amorevoli finali a sorpresa. Ma anche i sentimenti genuini di madri – additate come peccatrici e pur sempre ‘usate’ e abusate da tutti, sono i sentimenti vitali di chi genera un figlio e cerca di salvarlo pur senza riuscirci. Perché con una bottiglia di vino si compra e si vende tutto. Senza pietà. La pietà appartiene solo ai lettori e agli spettatori, perché nel libro di pietà verso le donne protagoniste e vittime non ne ha nessuno.

non esistono legami di sangue e di amore, tranne che tra madri e figli

Forse tutto ciò è già sentimento a cuore a perto, è duro sentire, spurgato da ogni strascico di banale emotività. In una realtà storica, geografica e sociale in cui chi dovrebbe assistere annienta e chi dovrebbe proteggere fagocita, non esistono legami di sangue e di amore, tranne che tra madri e figli. Forse è questa l’unica sacralità possibile nella vita umana. E dunque l’unico amore possibile è quello materno, perché le madri sono solo madri sempre e comunque e non guardano in faccia il nemico se si tratta di sfamare i loro figli.
Ma questo è un amore che salva, che sazia, che basta, contro tanto dolore? Il quesito, in verità, un po’ banalmente, ce lo poniamo noi che non eravamo lì e che abbiamo bisogno di un significato in più come via di fuga dalla sofferenza. Dentro questa malavita si aggirano tutte le persone della storia: le donne che vincono e le donne che soccombono; gli uomini vili e miserabili, buoni solo se sono figli, bambini, ancora non toccati e non contagiati dal male dei grandi.

Perfino i malavitosi arriveranno dopo e magari ci faranno meno orrore.

 

L’AUTORE  Giankarim De Caro nasce a Palermo nel 1971 dove tutt’ora lavora e vive con la moglie e le figlie. Ha frequentato con scarsa soddisfazione studi tecnici continuando a coltivare la sua passione per la lettura di autori narrativi italiani e stranieri e la sua passione per i viaggi che lo portano ad essere un buon conoscitore dell’Asia. Appassionato amante della sua terra e della storia della sua Palermo decide di intraprendere l’avventura di narratore. Malavita è il suo primo romanzo e sorprende questo esordio letteraio dello scrittore siciliano già in libreria con il secondo romanzo “Fiori mai nati”.

Dall’ombra

Pubblicato: 6 febbraio 2019 in in libreria, News
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Dai consigli di lettura dell’amica Maria Civita l’ultimo romanzo di Juan José Millás.

Lo scrittore, utilizzando una fantasiosa quanto utilistica costruzione mentale del protagonista lo caratterizza e ne racconta l’insolita storia. Più che claustrofobico il surreale personaggio di Millás, dimorando in un luogo che in qualche modo lo protegge, arriva a liberarsi delle sue fobie e appropiarsi di una nuova vita.

Dall'ombra, Juan José Millás, Einaudi

 

DALL’OMBRA

Juan José Millás

Titolo originale Desde la Sombra

2017
Supercoralli
pp. 152
€ 17,00
ISBN 9788806233617
Traduzione di Paolo Collo

Estratto

 

 

Tra i tanti animali Damián Lobo, il protagonista dell’ultimo romanzo di Millás, si identifica con la murena. Questo animale è un pesce che si mimetizza con il paesaggio circostante, si nasconde, preferisce procurarsi il cibo di notte e vive quindi in solitudine.

Anche Damián, dopo aver perso il lavoro che ha svolto per ben 25 anni, è molto solo. Vive in casa con un padre intellettuale che guarda solo programmi culturali e con una sorella cinese adottata. Anche lui si trova così a trascorrere la sua vita nell’ombra, proprio come la murena. Ma la sua solitudine cozza con il bisogno di essere guardato e ascoltato da qualcuno al punto che, invece di parlare con se stesso, immagina di dialogare con il presentatore di un reality di cui lui è protagonista.

Un giorno, mentre curiosa in un mercato dell’antiquariato, commette un furto. Il fatto non sfugge alla vigilanza e Damián è costretto a nascondersi all’interno di un grande armadio. Non fa in tempo a uscirne che il mobile viene impacchettato e portato a casa di Lucía, che l’ha appena acquistato.

Per non essere scoperto Damián aspetta il momento opportuno per potersi dileguare. Ma la mattina seguente, quando tutta la famiglia lascia l’abitazione per correre dietro alle proprie occupazioni, l’uomo anziché approfittarne per scappare si guarda intorno e si mette a rassettare la casa. Spolvera, lava i piatti, spazza tutto l’appartamento per poi tornare, di notte,  a nascondersi nell’armadio.

A questo punto Damián potrebbe fuggire, ma non vuole più farlo perché si sente finalmente utile e decide di fare dell’armadio la sua nuova dimora, dove corre a rintanarsi non appena la famiglia fa rientro a casa. Damián inizia a essere spettatore della vita di Lucía, del marito e della loro figlia adolescente, divenendo testimone di tutti i loro segreti. Gli abitanti della casa non si spiegano l’ordine del loro appartamento, e soprattutto Lucía pensa alla presenza di un buon fantasma.

“Dall’ombra” romanzo ironico e surreale è una critica spietata alla società, alla famiglia, al mondo dello spettacolo, della televisione spazzatura, ma nelle pagine di Millás l’armadio diventa anche una metafora dell’utero e dell’inconscio, dove il protagonista trova il proprio posto nel mondo e alla fine vede, finalmente, una sua rinascita.

Maria Civita D’Auria

L’AUTORE

Juan José Millás è nato a Valencia nel 1946. Dopo aver studiato lettere e filosofia all’Università Complutense, si è poi interamente dedicato al giornalismo e alla scrittura. Tra i suoi numerosi volumi di romanzi e di racconti, in Italia sono usciti Il disordine del tuo nome, L’ordine alfabetico, Non guardare sotto il letto. Einaudi ha pubblicato Racconti di adulteri disorientati («L’Arcipelago Einaudi», 2004), La solitudine di Elena («L’Arcipelago Einaudi», 2006), Laura e Julio («L’Arcipelago Einaudi», 2007) e Dall’ombra («Supercoralli», 2017).

IL FULMINE GOVERNA OGNI COSA (Eraclito)

Venerdì 26 ottobre 2108 Librinfestival, in occasione dell’apertura della quarta stagione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro, ha ospitato il “LIBRO DEI FULMINI” di Matteo Trevisani,  Edizioni di Atlantide presso Grafica Campioli

Interventi dell’editore Simone Caltabellota e della relatrice Silvia Di Tosti 

Matteo Trevisani, Simone Caltabellota, #Librinfestival, Edizioni di Atlantide, Silvia Di Tosti, Grafica Campioli

la sala di Grafica Campioli

Matteo Trevisani si racconta e racconta il suo libro.

Quello che cerco di raccontare nel Libro dei fulmini è quello che ho visto arrivando a Roma per la prima volta. Sono marchigiano, sono venuto a Roma per frequentare l’Università e poi ci sono rimasto. Il mio amore per Roma non è nato subito, proprio perché Roma è una città strana, sicuramente accogliente, una città comoda, filosoficamente comoda.

L’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà

Quando ho cominciato a guardare la città come se fosse la prima volta, ho iniziato a scrivere dei reportage sull’«Internazionale», mi sono accorto di certe chiese, di certi ponti, di certe collezioni, di certi musei che non avevo mai visto. È nata così l’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà, e dovevo metterci la magia e l’esoterismo, che era il mio campo di interessi e di studi, ma di cui mi vergognavo tantissimo, lo consideravo soltanto un hobby perché poteva mettermi in cattiva luce come storico della filosofia.

Restituire un nuovo punto di vista su Roma

La mia storia di scrittore parte da quando ero molto giovane e avevo scritto cose che non erano piaciute a nessuno, per cui avevo deciso di smettere. Poi mi imbatto casualmente in questa lastra del fulmine di cui parlo nel libro, incontro Simone Caltabellota che mi chiama e mi chiede di quello che sto scrivendo. A quel punto decido di fregarmene della vergogna perché ho trovato un lettore, ma soprattutto un editore. che capisce e si appassiona a questi temi controversi. In questo libro c’è la rivalsa molto forte di affrontare questo mostro della vergogna, ma anche il desiderio di restituire un nuovo punto di vista su Roma, di come si vede un paesaggio, di essere iniziato a un nuovo sguardo, a una nuova visione.

L’iniziazione di un personaggio

A Roma il punto di vista è tutto, ti accorgi degli ordini sparsi, delle cose che ci sono dentro, ed è quello che è successo a me, ogni punto di vista sulla città ti restituisce una città diversa e quindi diverse storie che io provo a raccontare, raccontando anche l’iniziazione di un personaggio, naturalmente distaccato da me che, scavando dentro Roma e dentro se stesso, trova quello che nel libro viene chiamato un “destino”. Attraverso tutte le pagine del libro Matteo, il protagonista, cerca di portare a termine le prove che questo destino gli mette davanti per fare in modo che lui diventi uomo.

Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, Simone Caltabellota, Matteo Trevisani, #Librinfestivale

 

Titolo: Libro dei Fulmini

Autore: Matteo Trevisani

Prezzo: € 20.00

Pagine: 176

Formato: 150×220 brossura


ANTEPRIMA

L’anno della mia morte era iniziato bene

Matteo, un giovane filosofo, scopre casualmente, in alcuni siti archeologici romani, la presenza di un certo numero di tombe di fulmini che consentono il passaggio dal regno dei vivi al regno dei morti. Le lastre tombali riportano la scritta FCS ovvero Fulgor conditum summanium : “qui è stato seppellito un fulmine di Summano” divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte. Aiutano Matteo nella ricerca Silvia, una ragazza che si occupa di beni archeologici, e il suo vecchio professore universitario. Per liberarsi di ombre e fantasmi Matteo inizia un viaggio di formazione oltre che esoterico, viaggio nel corso del quale rischia di perdersi.

UN’INTERVISTA “FULMINANTE”

Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, #Librinfestival

Nel libro citi il Liber fulguralis della tradizione latina. Si potrebbe definire il tuo Libro dei fulmini non un romanzo, ma più precisamente un Libro in forma di romanzo, ossia ” Libro” come raccolta: raccolta di ricerche, di scoperte, di esperienze, di viaggi iniziatici, di morte e rinascita, di incursioni nel passato, di esoterismo? Quanto c’è di raccolta saggistica e quanto di romanzato?

Il libro è volutamente un ibrido da autofiction e saggio: può essere letto anche come un piccolo manuale di storia dell’esoterismo e come guida alternativa alle bellezze di Roma. Ma forse la definizione più giusta è quella di “romanzo iniziatico” perché se da una parte è un esordio, e quindi un’iniziazione, dall’altra il protagonista si trova a vivere esperienze che gli faranno abbandonare il normale status, compito di ogni iniziazione.

L’epigrafe, tratta dal testo di Peter KinsgleyIn the Dark Places of Wisdom” rimanda alle parole di Parmenide:

“Se siete fortunati, a un certo punto della vostra vita vi troverete in un vicolo cieco. Vi accorgerete che il sentiero di sinistra conduce all’inferno, il sentiero di destra conduce all’inferno, quello di fronte conduce all’inferno e, nel caso tentaste di tornare indietro, finireste in un inferno ancora peggiore.”

Quanto ritieni fondamentale questa citazione, per il lettore e per lo sviluppo interpretativo del viaggio iniziatico di Matteo?

L’incontro con Kinglsey è stato fondamentale. In quella citazione c’è la necessità di andare per forza dentro se stessi per trovare il materiale adatto per crescere. Un uomo alle corde non ha nessuna via d’uscita se non verso se stesso.

Il protagonista ha il tuo stesso nome e cognome, così come un personaggio del libro, secondario ma fondamentale, che si chiama appunto Matteo: un gioco di specchi e di doppi che riflette anche il rapporto vita/morte, sotto/sopra, esoterico/razionale. Quanto ha a che fare il tuo vissuto con questo esordio?

Molto e molto poco. Il mio nome è la più potente delle maschere. Il protagonista vive una vita tutta sua che è in qualche modo solo un riflesso di alcune cose che ho vissuto.

Matteo attraversa Roma in scooter. Muoversi in scooter in una città come Roma può rimandare alla libertà e al movimento, in stretto rapporto con gli elementi della natura, “fulmini” compresi?

Non me lo sono chiesto. Matteo usa un motorino perché è il mio mezzo privilegiato per muovermi a Roma. Anche da un lato di tecnica narrativa e di ritmo, raggiungere certi posti in motorino invece che in macchina o con i mezzi mi ha permesso di accelerare molto, sempre considerando che si tratta di una città come Roma, che cerca di fossilizzarti nella sua stessa immobilità.

Leggendo il libro, viene subito in mente, per chi lo ha visto all’epoca, lo sceneggiato Il segno del comando. Tu lo inserisci in un’intervista fra le tue fonti. In che percentuale sono importanti le fonti storiche, quelle architettoniche, di autori contemporanei, le fonti filmiche o visive, e quanto spazio dai all’immaginario?

Sono assolutamente importanti. Senza di esse il libro stesso non esisterebbe. Mi sono avvalso di più esperti perché volevo verificare che ogni fonte fosse giusta e che ogni rapporto con la storia fosse verosimile. Anche dove la narrazione arriva a essere più fantasiosa qualcosa di vero, anche solo un’ipotesi, esiste.

L’incontro fra i due protagonisti, Silvia e Matteo, si risolve in un rapporto utilitaristico più che affettivo e la dinamica delle loro unioni sessuali diviene strumento rituale finalizzato a oltrepassare la soglia fra conscio e inconscio. Quanto è funzionale il rito e a quali tradizioni esoteriche fai riferimento rispetto al sesso?

Faccio riferimento al buddhismo tantrico, alla magia sexualis e all’arte del sogno. I due ragazzi ci arrivano per motivi differenti: Matteo vuole andare oltre, Silvia ne è in,  qualche modo, dipendente. Ripensandoci sono i due approcci classici alla spiritualità contemporanea, soprattutto da parte degli occidentali. L’idea che attraverso la sessualità si sprigioni una qualche tipo di energia di forza che poi può essere usata per acceder a dimensioni altre, interiori, stati di coscienza straordinaria, la storia delle religioni la spiritualità è piena di esempi del genere più che ritualizzare il sesso si tratta di erotizzare un rituale. Questo è il vero confine tra un vero maestro tantrico e uno no. Matteo e Silvia, i protagonosti utilizzano questo potere, che scoprono uno nell’altro, ma lo utilizzano male perché ne diventano dipendenti. Matteo ne esce perché ha un destino da compiere a cui deve arrivare con l’aiuto di Silvia, lei invece diventa schiava di questo potere perché lo usa per per altro.

Il tema, anzi il filo conduttore è quello del rapporto uomo/morte e la sua non accettazione nei termini che conosciamo e che porta, come conseguenza, alla ricerca esotreica e non solo. Non pensi di aver inserito troppi rimandi storici, fiosofici, religiosi, che potrebbero confondere nella lettura. Quali suggerimenti daresti al lettore per orientarsi?

Non credo siano troppi! Pensa che molti li abbiamo tolti in fase di editing: sono rimasti solo i necessari. Gli direi di farsi meravigliare da ciò che può scoprire, di usare il libro come un grimaldello.

Libro dei fulmini è il tuo libro di esordio. Alla luce della tua esperienza lo riscriveresti così o cambieresti qualcosa? Se si cosa cambieresti e se no perché?

Niente, il libro va bene così perché cristallizza un momento importantissimo della mia carriera. Anche gli errori e le lungaggini e le cose che tra qualche anno mi stoneranno saranno lì a ricordarmi da dove sono partito. In qualche modo gliene sarò per sempre grato, qualche che sarà la mia carriera da qui in avanti.

Matteo Trevisani, Simone Caltabellota, #Librinfestival, Edizioni di Atlantide, Silvia Di Tosti, Grafica Campioli

 

GIUSI R.

#LIBRINFESTIVAL

Venerdì 26 ottobre 2108 Librinfestival ha inaugurato a Monterotondo la quarta stagione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro con Edizioni di Atlantide e il “LIBRO DEI FULMINI” di Matteo Trevisaniall’insegna di talenti esordienti sostenuti da un’editoria di qualità, sempre più interessata al progetto.

Accompagnava Matteo Trevisani l’editore Simone Caltabellota che ha raccontato la sua storia editoriale e quella delle Edizioni di Atlantide

Un nuovo modello editoriale e culturale. Fuori dal tempo, fuori dai format, fuori dalle convenzioni

Simone Caltabellota, Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide

Un periodo particolare per l’editoria italiana

Ho cominciato molto giovane a fare questo mestiere legato all’editoria. Ho cominciato con le riviste letterarie, dove il lavoro è un po’ diverso, ma le tappe sono le stesse: lavorare sui testi. Ho avuto la fortuna di vivere in un periodo particolare per la cultura e l’editoria italiana, che sono stati gli anni Novanta, quando nascevano editori come Fazi, Castelvecchi, Minimum fax, Voland, Donzelli.

Poi quella stagione è finita. Tutt’intorno era cambiato un contesto, perché un libro non si fa unicamente per venderlo. L’obiettivo ultimo è riuscire a fare delle cose che ti piacciono e riuscire a venderle, vendere un libro che emoziona e che racconta delle cose che non ti aspettavi, che condivide con te la tua visione del mondo e, in un certo modo, va oltre la tua visione del mondo.

Fare l’editore è un mestiere

Fare l’editore può essere una vocazione, ma è fondamentale sapere che è un mestiere, per cui devi conoscerne le basi. Come il muratore non può costruire la casa se non parte dalle fondamenta, così l’editore deve saper fare la correzione di bozze, deve saper leggere, lavorare sul testo con l’autore, immaginare il libro, dare la visione della linea della casa editrice, del suo progetto. L’editore di realtà piccole e medie, non è un finanziatore, ma lavora con un gruppo di persone: una casa editrice non si fa mai da soli.

Dagli ani 90 a oggi sono successe tante cose e un certo tipo di modello editoriale è finito. Si è esaurita quella libertà di ricerca, di sperimentazione, di sfrontatezza, se vogliamo. In quegli anni eravamo dei corsari, anche quando si vendevano un milione di copie, contro le immensità delle major dell’editoria del nord, perché l’editoria di Roma era storicamente fatta da case editrici indipendenti, piccole e medie.

Un nuovo modello editoriale

A un certo punto ho avuto voglia di riscoprire il valore di leggere per cui ho fatto altre cose, una casa discografica, ad esempio, ma continuavo a collaborare con case editrici come consulente esterno, suggerivo un libro, un autore straniero. Ritrovandomi con degli amici che avevano anche loro un percorso editoriale storico alle spalle, abbiamo deciso che era arrivato il momento di creare un nuovo modello editoriale. Con me c’erano Francesco Pedicini, Gianni Miraglia e Flavia Piccinni. Ci siamo detti facciamo una casa editrice nostra, facciamoci conoscere, sapevamo cosa potevamo dare.

Francesco Pedicini, ex direttore di produzione è la persona che si occupa dei rapporti con la tipografia e di tutto ciò che concerne la produzione materiale del libro, dalla carta alla foliazione, all’impaginazione. Ha lavorato prima con Fanucci poi con Fazi e ha collaborato con varie case editrici. Gianni Miraglia è un autore, un creativo, un artista, ex pubblicitario. Flavia Piccinni, scrittrice giornalista

Quando nasce un’impresa devi dargli una particolarità, e noi dovevamo fare una casa editrice diversa dalle altre, soprattutto seguendo una visione radicata alla contemporaneità, ma allo stesso tempo che guardasse indietro, a un modello culturale, ma anche commerciale e distributivo, che risaliva agli anni trenta, in un momento in cui l’Italia si formava come la conosciamo nell’editoria Moderna.

In quegli anni c’erano le case editrici storiche come Laterza o Mondadori e poi nascevano nuove realtà. Il modello era di case editrici che pubblicavano pochi titoli e non avevano distributori. Oggi il distributore che va in libreria non distribuisce una sola casa editrice, ma centinaia, e la maggior parte dei librai presta attenzione il più delle volte solo ai titoli che spiccano più facilmente.

Una rete di librerie fiduciarie

Con la nostra nuova casa editrice volevamo creare una rete di librerie fiduciarie. Siamo partiti con 40/50 librerie perché essere legati a un distributore ti costringe a pubblicare un minimo di titoli ogni anno, noi volevamo farne solo 8-10, curatissimi, su carta di pregio, di ogni tiratura 999 copie numerate. Abbiamo iniziato con titoli bellissimi: Filosofi antichi di Adriano Tilgher, filosofo degli anni Venti, poi Ritratto di Jennie di Robert Nathan, autore degli anni Trenta poco conosciuto, e un volume grafico, Tomaso, di Vittorio Accornero, pittore e illustratore degli anni Quaranta-Cinquanta.

La novità è piaciuta molto, e i lettori si sono accorti che questo progetto editoriale era differente. Quello che era l’obiettivo iniziale delle 999 copie, che poi in Italia non sono poche, ora è diventato la partenza, perché le prime mille copie stampate finiscono subito, per cui facciamo subito una seconda edizione, a volte in contemporanea con la prima, con una copertina leggermente differente. Il libro di Matteo Trevisani, di cui sta per andare in stampa la quarta edizione, avrà una copia unica per ogni lettore, non esiste una copia uguale all’altra.

Leonida, Nada Malanima

 

 

All’inizio ad aprire molte porte è stata Nada Malanima con il suo libro Leonida. In precedenza questa artista aveva pubblicato per Fazi e Bompiani ed era già al suo quarto libro. Nada è un personaggio straordinario, una scrittrice originale, così come una cantautrice bravissima, è molto gioiosa, e presentare il suo libro è una cosa nuova per lei, è una sfida. Siamo stati anche fortunati perché sei mesi dopo l’uscita del libro, il regista Paolo Sorrentino ha scelto la canzone di Nada “Senza un perché” per la serie tv “The Young Pope” che è stato fra i brani rock più venduti da iTunes e così il libro è andato in tutto il mondo.

La funzione dell’editore

 

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Nada però non è un autrice esordiente. Noi di Atlantide stavamo cercando un libro che fosse bello, di un autore esordiente italiano, innanzitutto un libro che fosse qualcosa di differente da quelle che sono le modalità ormai assodate della narrativa italiana e contemporanea. Quando ho letto le prime pagine del Libro dei fulmini ho pensato subito che Matteo Trevisani era proprio l’autore che volevo pubblicare e devo dire che è andata molto bene, grazie anche al passaparola: leggi un libro, ti piace, ti innamori e lo consigli, lo regali, cerchi di diffonderlo perché diventa una cosa tua e quando questo succede con un autore italiano è ancora più bello.

Volevo inoltre sottolineare che un libro esiste perché c’è un editore che lo pubblica, la funzione dell’editore rimane fondamentale e non vuol dire che non ci siano libri autopubblicati belli, ma l’incontro autore ed editore somiglia all’innamoramento. Quando questo incontro funziona nascono le condizioni per creare qualcosa di bello, autore ed editore danno il meglio e i lettori lo percepiscono.

Il tour dei fulmini

Sta succedendo poi che i lettori, incuriositi a tal punto del tema del libro, vanno a cercare i luoghi raccontati. Si stanno creando dei “tour dei fulmini”, iniziativa nata da un articolo di Matteo Lucci, un ottimo scrittore e bravissimo giornalista che pochi mesi fa ha pubblicato quattro pagine sul settimanale «Venerdì» raccontando una Roma sconosciuta agli stessi romani, come può fare soltanto una persona della sensibilità, dell’intelligenza, della cultura di Lucci e che come Matteo Trevisani viene da fuori Roma.

Giusi R.