Recensione a cura di Stefano Chemelli

Il libro degli amici, Elio Pecora, Neri Pozza

Elio Pecora
Il libro degli amici

ISBN 978-88545-1334-1
Pagine 144
Euro 15,00

 

Un libro degli amici ma anche un romanzo di formazione. Così appaiono queste 142 pagine che Elio Pecora consegna al lettore in una sorta di bilancio assorto e limpido, leggero e intriso di un’umanità così ricca da svelarsi con un tratto di penna felicissimo anche nei marosi di un’esistenza piena. Composto di getto sotto l’influsso non proprio benevolo di una sciatalgia estiva, il resoconto di una vita conduce nel viluppo di un’accelerazione romana durevole dall’ormai remoto settembre 1966, dall’affaccio quasi privilegiato della libreria Bocca di piazza di Spagna dove i conversari professionali di Elio Pecora sostenevano un respiro pregno di cultura destinati ad aprire un dialogo di frequentazioni, conoscenze, occasioni.

Roma abitata, vissuta, esplorata, anche nel peregrinare tra le diverse locazioni (dal 1970 al 1991 la casa di via dei Lucchesi, dopo cinque traslochi), le differenti esperienze, tra recensioni, il cinema, le visite agli amici, i convivi, le mostre, gli appuntamenti, la poesia, le telefonate, i camminamenti intrecciati allo scambio di parole, espressioni, sensazioni.

Ida Magli, Elena Croce, Toti Scialoja, Edoardo Cacciatore, Laura Betti, Luce D’Eramo, Anna Amati… aprono un florilegio della memoria quasi straordinario, ma ciò che colpisce è l’intarsio liminare evocato in un ordito di persone, collaborazioni, lavoro, passioni, conflitti, che lasciano sempre il passo a un tratto distinto ed elegante del ricordo vivo, rispettoso, ironico, sorridente, mai risentito. Netto nel riconoscere contraddizioni ed asprezze, caducità ma anche leggerezza, felicità, letizia e intelligenze. Merita di essere citata Natalia Ginzburg: basterebbe il fatto che è unica in un ginepraio di esseri pensanti ad apprezzare anche altri colleghi; un dato che conferma l’invidia ai vertici dell’italiano di ogni epoca, stirpe, rango, in un libro che avrebbe meritato un indice dei nomi vista la sontuosità dei noti e dei meno noti, nel reticolo delle affiliazioni e delle confidenze mai gratuite.

C’è molta memoria e poco oblio verrebbe da dire, ma Elio Pecora è un maestro della discrezione e del tatto, anche se sa essere puntuale con la levità di un istante. Eppure il suo libro degli amici, molto diverso da quello di Hofmannsthal ma di altrettanta leggibilità aurea, tracima mantenendosi misurato nel sussiego del letterato colto, erudito e mondano, attento osservatore di interiorità e dettagli.

La resa non di rado si rivela una conquista. E arrendersi può significare riappropriarsi del molto o del poco che ci è stato dato e che abbiamo saputo cogliere e accogliere.

Un uomo del 1936, poeta, prosatore, saggista, autore di testi teatrali e di poesie per l’infanzia, critico letterario, tramanda non solo un’introduzione fluorescente, seguita da una decina di ritratti, ma una “chiusa” altrettanto interessante.

Scrivo su fogli rigati, in un giardino lontano da Roma. Giova alla scrittura la lontananza. È un luglio d’afa, un vento sudato muove svogliato l’argento degli ulivi. Abbai oltre gli orti, un esteso brusio per le colline, nubi slacciate avanzano lente, un motore arrota dalla pianura. Forse qui sarà possibile scrivere di anni che si presentano vuoti, confusi. Li ho abitati fino a ieri e ierlaltro, li ho camminati, dormiti, mangiati.

disfacimento del tempo traversato, che pure è il tempo del mio restare.

Tornerà qualcuno in questo giardino a tagliare le dalie secche, a rimirare le ombre che filtrano dal loto sulla tuia e sul melograno?

Un mondo impensato fluttua negli spazi.

Sono alcune battute lette tra le ultime undici pagine dall’intonazione riflessiva, problematica, enigmatica. Qual è “la fodera del mondo” sembra chiedersi Elio Pecora interrogandosi nel profondo. Prima aveva dato spazio agli amici, i protagonisti del libro: Wilcock, Elsa Morante, Bellezza, Amelia Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino, Francesca Sanvitale.

Sono ritratti essenziali, la prosa asciutta, rigorosa, la vita nelle schegge di frequentazione, dell’accettazione e dell’accoglienza che non esclude il conflitto, l’incomprensione.

Wilcock e Penna vengono accomunati per il senso di egocentrismo ed egotismo che emanavano, ma era qualcosa di estremamente particolare. Come peculiare è stato il rapporto difficile con la Morante, non con la sua opera. Dario Bellezza è poeta di un’amicizia ventennale costellata da un umore veemente e imprevedibile, sono cinque pagine emblematiche per profondità e distacco simultaneo. L’intensità della vera conversazione – nell’incontro – è avvenuta con Amelia Rosselli, nella sua singolarità icastica e molteplice, “voce calda, tenera, aspra, spietata: tastiera d’organo, viola vibrante, flauto avanzante in un Erebo sconfinato, viatico amabile e doloroso”, tra pensieri chiari e sottili ironie. C’è un grande affetto per Moravia (quanto per Penna), la sua intelligenza e la sua curiosità affollano un ricordo istantaneo, hanno riempito i suoi giorni al pari di chi l’ha avuto come amico. “Ingovernabile propensione empatica” autodefinisce Elio Pecora la sua innata capacità di entrare nelle pieghe dei propri interlocutori, nel caso di Palazzeschi ne ritrae solo beneficio, per l’immediata sintonia che accompagna l’uomo anche attraverso la sua pagina, mai dimenticando la persona, l’aspetto umano nel suo più alto grado.

Sopra Sandro Penna c’è anche un Meridiano che parla (per la cura di Roberto Deidier, con una esemplare cronologia dello stesso Pecora), un volume di straordinaria qualità e cura, ricordando pure la biografia che Pecora fece uscire da Frassinelli nel 1984. Anche per Elsa de’ Giorgi, Elio Pecora e Roberto Deidier, con Adelaide Cioni, hanno giocato un ruolo importante per proporre da Feltrinelli “Ho visto partire il tuo treno”, uno spaccato novecentesco che Elsa de’ Giorgi ha affrescato da par suo, chiarendo il suo importante rapporto con Italo Calvino ma anche molto altro.

Paola Masino esce malconcia dalle quattro pagine a lei dedicate, Francesca Sanvitale decisamente è nelle grazie dell’autore (“l’ho sentita e vista senza maschera, mai atteggiata”) ma lo sguardo di Elio Pecora raramente sfuoca il bersaglio. Anzi, per quel poco che lo conosciamo, vi è un’acutezza di pensiero e di scrittura che viene da un raziocinio esigente dapprima con se stesso. Tagliente come una lama ben conservata, ma di umanissima fattura.

L’AUTOREElio Pecora

Elio Pecora è nato nel 1936, vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia. Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai. Dirige la rivista internazionale «Poeti e Poesia».

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conversazoni con Lucia Lusvardi

di Rita Charbonnier

SATT Scrittura A Tutto Tondo

www.scritturaatuttotondo.it

Può l’incontro con un Maestro segnare un “prima” e un “dopo” nella vita di un allievo? L’amore per la musica si può insegnare? E ancora: a cosa serve la tecnica, da dove viene l’ispirazione?

Chopin vu par moi, Lucia Lusvardi, Rita Charbonnier

Chopin vu par moi.

Conversazioni con Lucia Lusvardi

Scrittura A Tutto Tondo — giugno 2017

Brossura, 118 pagine

€ 14,00

Per questo ultimo scorcio di agosto consiglio la lettura di un libro lieve e intenso al tempo stesso, spesso ironico, il cui pregio maggiore, oltre a farci conoscere l’intensità dello studio del pianoforte, è di prenderci per mano e condurci nel meraviglioso universo musicale di Lucia Lusvardi.

Chopin vu par moi, la frase che dà il titolo a queste conversazioni è un richiamo al saggio del musicologo svizzero Jean-Jacques Eigeldinger, Chopin vu par ses élève, un testo che Lucia Lusvardi, protagonista di questo viaggio, considera come il punto di partenza delle sue ricerche chopiniane.

L’epigrafe introduttiva, che racchiude in sé lo spirito del libro, riporta a ragione la frase di Fryderyk Chopin

Si fa uso dei suoni per creare la musica così come si usano le parole per creare una lingua

da cui il titolo della seconda conversazione: Parole e suoni.

Dopo una prima parte esplicativa che intoduce l’artista mantovana e il suo lavoro di insegnante, pianista e concertista, Rita Charbonnier con metodo e discrezione dà vita a sette conversazioni con la sua Maestra di pianoforte, sette come le note musicali che muovendosi nello spazio di uno speciale spartito ripercorrono le tappe fodamentali della carriera della pianista e maestra, Lucia Lusvardi, del suo amore per la musica, in particolare per la musica del compositore polacco Fryderyk Chopin.

Viaggio entusiasmante anche per chi poco si intende di musica, alla scoperta di quello che la prefatrice Elena Bittasi chiama “il dono della musica, il dono della vita”, una vita quella di Lucia Lusvadi dove i punti fermi sono il pianoforte, la famiglia, l’insegnamento.

In questo modo il lettore riesce ad avvicinarsi in punta di piedi e sbirciare con sguardo curioso e attento cosa si nasconde dietro gli studi e le tecniche alla base della bravura di un musicista.

Il percorso artistico di Lucia Lusvadi inizia molto presto. A soli sei anni esegue a memoria la Polacca di Chopin, la cosidetta Eroica, dopo averla ascoltata alla radio. In casa c’era il pianoforte in legno rosso di palissandro della madre. Lucia racconta come allora fosse quasi d’obbligo insegnare lo studio di uno strumento alle ragazze di buona famiglia, ma la madre non era particolarmente interessata allo strumento. Scoperto però questo talento innato e tanto precoce nella piccola Lucia i genitori pensarono di farle prendere lezioni di pianoforte. All’età di otto anni poi, dopo un audizione con il Maestro Ettore Campogalliani, sostenne al Conservatorio di Parma l’esame del quinto anno di compimento inferiore che lei superò a pieni voti.

In seguito la piccola musicista si esibì nei salotti musicali della città di Mantova, anche se lei stessa afferma che non amava esibirsi né essere additata come talento precoce.

L’incontro con Fryderyk Chopin

All’età di 14 anni il dono da parte di Ettore Campogalliani di un libro che parlava di Chopin, darà un’ulteriore svolta agli studi della Lusvardi.

Il racconto del percorso di Chopin la affascinò a tal punto che, nell’approfondire gli studi su questo autore, si accorse di un ostacolo tecnico: “la legatura a due”, ovvero quella che dava gli ansiti ripetuti e una prassi esecutiva sdolcinata che non corrispondeva al musicista dotato e dai sentimenti forti che era Chopin.

A questo punto inizia la ricerca musicale filologica sui documenti autografi di Chopin, basata sulla convinzione che non si dovrebbe mai sovapporre la personalità dell’esecutore a quella del compositore.

il desiderio, quasi un rovello, di restituire la sua musica inalterata e pura. Perché Chopin è ben diverso dall’eterno malato che sospira alla luna.

Nel corso delle conversazioni non mancano da parte di Lucia Lusvardi alcune critiche, soprattutto nei confronti delle eccentricità della scrittrice francese George Sand per un certo tempo compagna di Chopin.

E poi gli ostacoli, le tante prove da superare e lo studio, raccontati con verve anche quando la sofferenza e le rinunce sembravano insormontabili. Niente è tralasciato nella intensa conversazione con Rita Charbonnier che omaggia la sua Maestra con la musica delle parole.

Lucia Lusvardi_Foto

Lucia Lusvardi

Nata a Mantova, dove vive tuttora, Lucia Lusvardi è stata titolare della cattedra di pianoforte principale presso il Conservatorio “Lucio Campiani”. La sua attività concertistica ha avuto inizio a un’età molto precoce. Dopo aver intrapreso studi pianistici regolari con il maestro Ettore Campogalliani, si è diplomata con lode, appena quattordicenne, presso il conservatorio “Arrigo Boito” di Parma. A determinare una svolta nel suo percorso di musicista è stato l’incontro con il pianista Nunzio Montanari, docente presso il Conservatorio “Claudio Monteverdi” di Bolzano fin dalla sua fondazione, insigne didatta e fondatore del Trio di Bolzano, una delle più acclamate e longeve formazioni cameristiche italiane del dopoguerra.

Dopo un periodo di forzata inattività, Lucia Lusvardi ha ripreso la propria carriera musicale, affiancando l’insegnamento a una selezionata attività concertistica nelle principali sale da concerto italiane, sia in veste di solista, sia in concerti con orchestra — sotto la direzione di Romano Gandolfi, Piero Guarino, Agostino Orizio e altre figure di primo piano del panorama musicale.

Il repertorio della pianista mantovana spazia da Bach al Novecento, con una particolare predilezione per Ravel e la musica francese in generale. Tuttavia, Lucia Lusvardi ha focalizzato ben presto la propria attenzione sul repertorio romantico e, in particolare, sull’esecuzione dell’opera di Fryderyk Chopin, nell’intento di restituire la sua musica — come spiega ai propri allievi — “così come egli l’ha concepita e voluta”.

Di questo ha sempre reso partecipe il pubblico dei propri concerti, instaurando con gli spettatori un rapporto di cordiale partecipazione umana, oltre che culturale, in tutte le sedi concertistiche dove hanno avuto luogo le sue esecuzioni e che hanno ospitato anche i suoi seminari di approfondimento sull’interpretazione chopiniana, come il Trinity College di Dublino. Il valore della sua opera di rilettura filologica dell’opera di Chopin è stato riconosciuto e apprezzato, infatti, anche all’estero. All’apice di questo percorso si situa la tournée in Polonia, dove ha eseguito i Concerti per pianoforte e orchestra di Chopin su invito delle autorità polacche, sotto la direzione di Stefan Marczyk.

Rita Charbonnier
Rita Charbonnier

Bibliografia

  1. Chopin vu par moi. Conversazioni con Lucia Lusvardi — libro-intervista di argomento musicale, 2017
  2. Le due vite di Elsa — romanzo. Edizioni Piemme, 2011
  3. La strana giornata di Alexandre Dumas — romanzo. Edizioni Piemme, 2009
  4. La sorella di Mozart — romanzo. Casa Editrice Corbaccio, 2006. Edizioni Piemme, collana Bestseller, 2011.

Biografia

Rita Charbonnier è nata a Vicenza e vive a Roma. Il suo primo romanzo La sorella di Mozart è stato tradotto in diverse lingue e distribuito in dodici Paesi. Il secondo, La strana giornata di Alexandre Dumas, ha ottenuto la Medaglia della Presidenza del Senato. Nel 2011 è uscito Le due vite di Elsa, che chiude il trittico. Dal tardo ’700 al primo ’900, occupandosi di creatività e di arte, le tre appassionanti storie offrono uno spaccato della condizione femminile.

Charbonnier ha inoltre scritto, per il Trio des Alpes — formazione musicale cameristica italo-svizzera — il monologo teatrale Beethoven si diverte, interpretato da Pamela Villoresi.

Ha fatto studi di pianoforte e canto, si è diplomata presso la Scuola di Teatro Classico “Giusto Monaco” dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa e ha frequentato il Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori della RAI.

Ha collaborato come giornalista ed esperta di teatro musicale con diverse riviste culturali e scritto soggetti e sceneggiature per la RAI e per Mediaset. Un suo soggetto cinematografico ha vinto un concorso europeo (Euroscript, Programma Media) e un suo trattamento per docu-fiction ha ottenuto la menzione speciale della giuria nel corso del XIX Torino Film Festival. Inoltre la sua sceneggiatura basata sulla biografia di Nannerl, sorella di Mozart, è stata finalista al festival cinematografico americano Moondance nell’edizione 2011.

Ha anche avuto una rilevante esperienza come attrice di teatro. Ha lavorato con Nino Manfredi, Aldo Trionfo, Lucia Poli, Antonio Calenda, Renato Nicolini, Tonino Conte, Vito Molinari, Sandro Massimini e altri artisti. È stata coprotagonista del musical “On Broadway”, prodotto dalla New York University e andato in scena a New York.

IL SEGRETO DEL FIGLIO

Pubblicato: 19 agosto 2017 in News

libriallospecchio

Mai nessun tempo come il nostro ha dedicato tanta attenzione premurosa al rapporto tra genitori e figli.
Il figlio assomiglia sempre pi a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi.
Il rischio che questa premura inedita giustifichi un’alterazione della differenza simbolica che distingue i figli dai genitori…

Un figlio non precisamente un punto di differenza, di resistenza, di insorgenza incontenibile della vita?
Non la sua vita, un segreto indecifrabile che deve essere rispettato come tale?

Il rispetto per il segreto del figlio non indica forse che la genitorialit non mai un’esperienza di acquisizione, di appropriazione, ma di decentramento di s?

L’amore non empatico, non si fonda sulla comprensione reciproca, sulla condivisione, ma rispetto per il segreto assoluto dell’Altro, della sua solitudine; l’amore si fonda sulla lontananza della differenza, sull’incondivisibile…
Ci vale nel rapporto fra genitori e figli e ancor pi in ogni legame d’amore.

Inizia…

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Maria Civita D’Auria, fedele lettrice, ci propone la sua recensione del libro Il senno di noi di Maria Castaldo e Michele Gardoni pubblicato da David And Matthaus e in concorso alla seconda edizione della maratona letteraria #Librinfestival

Il senno di noi

di Maria Castaldo e Michele Gardoni

David And Matthaus

settembre 2016

Pagg. 278

Euro 16,90

Era facile giudicarle diverse, banale considerarle uguali, impossibile vederle rassegnate.

Si tratta di Silvietta e Linda, due storie vere, due donne vittime di una violenza sessuale che entrambe superano con grande forza e determinazione.

Silvietta è molto sola. Non ha conosciuto il padre, figlia di una ragazza madre non ha amici e parenti. Così la madre, è l’unica figura accogliente e premurosa con la quale ha un rapporto idilliaco. Presto però, quest’ultima, si ammala di una forma di poliomelite che le crea una grave insufficienza polmonare per cui nel giro di poco tempo muore. Silvietta per reagire al dolore inizia a frequentare come volontaria un’associazione che aiuta le donne in difficoltà. Ma quando tutto sembra essersi risolto, Silvietta viene stuprata nella strada buia del parco che percorre ogni sera per raggiungere l’associazione. Nel giro di poco tempo si rende conto di essere incinta, ma anche se questo figlio è frutto di un atto violento, decide coraggiosamente di portare avanti la gravidanza sfidando atteggiamenti pietistici e giudizi negativi espressi dal suo contesto sociale.

Linda ha una famiglia borghese. Il padre è un tecnico che lavora in un’azienda elettronica. La madre invece è un’impiegata stimatissima dell’ufficio amministrativo di un’importante casa di moda. È una famiglia molto all’antica. Il padre si è sempre guardato bene dal girare svestito in casa, anche quando Linda era molto piccola. La madre crede che il sesso si debba concedere solo al proprio marito. Così Linda, crescendo, sviluppa un carattere molto introverso che le crea difficoltà di integrazione soprattutto a scuola, anche se è molto studiosa. Durante una gita scolastica, stanca di sentirsi “diversa”, cede alla corte di Riccardo, il bello della scuola, che però la prende con violenza. E dopo averla usata la getta via come se lei fosse uno straccetto. Dopo poco tempo, Linda si rende conto che quell’unica “pazzia” ha avuto un caro prezzo: è incinta.

Questo libro scritto a quattro mani da Maria Castaldo e Michele Gardoni, compagno dell’autrice non solo nella stesura del romanzo, ma anche nella vita, vuole essere una denuncia nei confronti di una società che, nel caso di una violenza sessuale, è pronta solo a commiserare e a puntare il dito contro la vittima.

Silvietta o Linda, e le donne in generale, in un modo o nell’altro più che vittime sono considerate colpevoli di aver dato l’opporrtunità e il diritto all’uomo di usare violenza e di abusare del loro corpo. Si dice: se la sono cercata.

Occorre invece un’educazione al ripetto verso l’altro per cambiare questa mentalità, anche se è un percorso difficile che va a toccare convenzioni, radicate nel contesto storico, sociale e familiare. Silvietta e Linda sono la testimonianza che la violenza sulle donne si deve fronteggiare, attaccare e sconfiggere perché le donne hanno il diritto di sperare in un futuro migliore.

Maria Civita D’Auria

SCRIGNI SEGRETI

recensione di Giusi Radicchio

Feltrinelli Editore propone nella Universale Economica  la ristampa del romanzo memoriale di Elsa de’ Giorgi, Ho visto partire il tuo treno, in libreria dal mese di giugno 2017. Per riportare alla luce un’opera dimenticata e far rivivere i personaggi che animarono i dibattiti politici, le pagine culturali, le piazze, le sale cinematografiche, i teatri, i premi letterari degli anni Cinquanta del Novecento.

Ho visto partire il tuo treno, Elsa de' GiorgiHo visto partire il tuo treno

di Elsa de’ Giorgi

Feltrinelli Editore

Giugno, 2017

Universale Economica

Pagine: 304 – Prezzo: € 9,50

ISBN: 9788807889530

Prefatore: Roberto Deidier

Elsa de’ Giorgi il 7 dicembre 1992, presso la storica libreria Seeber di Firenze, presentava due sue opere appena uscite da Leonardo: la riproposta del libro I coetanei, già pubblicato da Einaudi nel 1955 e la novità Ho visto partire il tuo treno. Quest’ultimo volume voleva essere, nelle intenzioni dell’autrice, un racconto concreto e fedele sulla traccia di stralci della corrispondenza, tenuta con Italo Calvino, un dialogo non solo amoroso nato negli ambienti culturali degli anni ’50.

Ho visto partirte il tuo treno, Elsa de'Giorgi, Leonardo, 1992

Ho visto partire il tuo treno, Leonardo, 1992

I COETANEI, Einaudi, 1955, disegno di copertina di Carlo Levi

 

I Coetanei, era nato dall’interesse verso un brano della De’ Giorgi intitolato Un partigiano torna Firenze, pubblicato nel settembre del 1954 sulla rivista «Il Ponte» diretta da Piero Calamandrei.

Ho visto partire il tuo treno inizia con il racconto di questo episodio e il conseguente incontro con Elio Vittorini e quello più rilevante con Italo Calvino, entrambi referenti della casa editrice Einaudi. Il nuovo memoriale riprende, nella sua struttura, l’opera precedente con un asse temporale spostato di circa dieci anni: ne I Coetanei la narrazione era centrata sulla dichiarazione di guerra del giugno 1940, proseguiva con l’occupazione tedesca, la liberazione e le speranze di un nuovo futuro di libertà.

Dieci anni dopo, siamo nel 1955, a risaltare sono di fatto le aspettative disattese, la presa di coscienza, il volgersi al passato per riuscire a superarlo. Elsa de’ Giorgi non fissa esclusivamente lo sguardo sulla sua storia sentimentale con Italo Calvino, va oltre. Spiazza il lettore e servendosi del suo sguardo personale, con un egocentrismo neanche tanto velato, anzi quasi esibito, racconta la dialettica, la genesi e l’inventiva della produzione calviniana, si sofferma con esattezza e garbo su Carlo Levi, Pasolini, Renato Simoni, Anna Magnani, Savinio, Montale, Palazzeschi, sulle donne e gli uomini che gravitavano intorno a lei e al suo salotto. Con tono confidenziale senza sfiorare l’indiscrezione, parla di società, letteratura, politica, in una polifonia di voci che include gli ambienti culturali di quella stagione italiana, la crisi della rivolta ungherese del 1956, l’uscita di Calvino dal Pci. E non ultimo la scoperta di sentimenti nuovi da parte di quel giovane scrittore che si scopre fragile e innamorato.

Era il guizzo per il piacere di un incontro, il ricordo di un gesto, di una parola. Da qui, mano mano prese il via il Calvino ottimista, più adorabile, femminilmente indimenticabile, che pochissimi sospettano in lui: il Calvino del gioco, dell’umorismo sapiente, zavattiano, tofanesco, chagalliano, innocente, che scriveva disegnando avvenimenti e stati d’animo con una grazia che è un delitto non poter portare a conoscenza dei lettori.

Elsa chiamava la sua intera raccolta epistolare “cassaforte del mio spirito”, come racconta Maria Corti in Ombre dal fondo. Nel libro postumo poi, I vuoti del tempo, la studiosa definisce le lettere di Calvino «L’epistolario d’amore forse più suggestivo del Novecento», un carteggio che lei riuscì a depositare al Fondo Manoscritti di Pavia e che le servì, come afferma, «per mettere a fuoco le strategie dello stile» dello scrittore. Racconta inoltre Maria Corti: «Ecco Calvino benedire due oggetti odiati nel passato il treno e il telefono, capaci di superare per lui la distanza dall’amata.»
Le lettere sono la testimonianza del confronto fra un uomo e una donna, entrambi letterati e artisti, calati nella comunità intellettuale dell’epoca, opposti di carattere, ma stretti in un incantesimo, in un abbandonarsi e ritrovarsi per quel breve arco di tempo che durò la loro intesa. Preponderante e sovrastante in Ho visto partire il tuo treno appare la figura di lei, la voce narrante sempre in primo piano.

Ma chi era Elsa de’ Giorgi, nome d’arte di Elsa Giorgi Alberti?

T'amerò sempre, Elsa de' Giorgi

Nel 1933 all’età di diciotto anni Elsa, umbra di origine, bellissima, debutta nel film di Mario Camerini T’amerò sempre ottenendo un successo che la porta in poco tempo a diventare una delle attrici più amate e seguite degli anni Trenta.

Negli studi della Cines, conosce Alberto Moravia, Carlo Levi, Mario Soldati e lo stesso Emilio Cecchi.
Risale a questi primi anni di vita romana l’incontro con Anna Magnani alla quale Elsa rimarrà legata per la vita da profonda amicizia. All’amica, l’Elsa scrittrice dedicherà un intero capitolo in Ho visto partire il tuo treno, così come farà per Pasolini che conosce nella metà degli anni Cinquanta.

Il mistero alchemico di Pier Paolo è forse tutto là. In quelle ore oscure cariche di tensione, di rischio vitale, di cui decantava la violenza il giorno successivo all’azione poetica, in quella civile del vivere.

Nel 1942 Elsa accantona il cinema per dedicarsi al teatro. È scritturata dalle più importanti compagnie teatrali e affianca attori del calibro di Andreina Pagnani e Renzo Ricci. Nel giugno del 1949, un anno dopo il matrimonio con il conte Sandrino Contini Bonacossi, interpreta Elena di Troia nell’indimenticabile allestimento del Troilo e Cressida di Shakespeare, per la regia di Luchino Visconti nei Giardini di Boboli.
Il 27 luglio del 1955 Sandrino Contini Bonacossi scompare senza una spiegazione. Elsa è distrutta, intraprende una infinita ed estenuante battaglia legale con la famiglia del marito. Il legame con Italo Calvino, che aveva curato l’editing de I coetanei, diviene più stretto.

Fiabe Italiane, Italo Calvino, Einaudi

 

La vita di Elsa prosegue tragica, densa ed esaltante allo stesso tempo. Calvino le dedica Le fiabe italiane e Il barone rampante, ma già nel 1959 il rapporto fra i due si poteva dire concluso.

Italo Calvino, Il barone rampante

Nei primi anni Novanta la pubblicazione del memoriale Ho visto partire il tuo treno, suscita scalpore, interesse, pettegolezzi e divieti in ambito letterario, giornalistico ed editoriale, ma altri scandali subentrano a scavalcarne l’importanza e il libro viene presto dimenticato, (dimenticanza voluta?) nonostante il suo valore letterario e storico.

Il titolo del libro riprende la frase di una lettera inviata da Calvino a Elsa.

Ho visto partire il tuo treno, tu al finestrino, t’ho salutato non visto, dal finestrino di coda del mio treno, bellissima.

La narrazione si apre con due dichiarazioni dell’autrice, il cui senso include intenzioni e memoria. «Conobbi Calvino nel ’55. Un anno che fu poi fatale per me.»
La memoria riguarda quanto avvenne in quel lontano 1955. L’intenzione è di narrare la testimonianza diretta di chi la storia l’aveva vissuta, per spegnere le polemiche nate intorno alla pubblicazione di quelle lettere di Calvino, fino ad allora rimaste segrete.

Le polemiche avevano preso il via nel 1988 con la pubblicazione da parte di Elsa del saggio-testimonianza L’eredità Contini Bonacossi: l’ambiguo rigore del vero, incentrato sulla vicenda che ruota intorno alla scomparsa del marito. Il libro contiene tra l’altro riferimenti precisi rispetto alla relazione sentimentale e a una fitta corrispondenza fra l’autrice e il giovane Italo Calvino. Elsa scrive che quel periodo era stato il più fecondo della scrittura del grande autore:

Da quel momento, Calvino prese a starmi vicino con lettere che mi raggiungevano quotidianamente e sfidavano il riserbo e la solitudine entro cui, avvocati a parte, vivevo quel crudele momento.
L’intreccio epistolare si snodava in misteriosa armonia che riusciva a entrambi stimolante. Fu il periodo più fecondo del lavoro di Calvino, dalle Fiabe, nella cui prefazione, in chiave fabulistica, descrisse la storia straordinaria di sparizioni e metamorfosi che io stessa vivevo e che mi dedicò chiamandomi Raggio di Sole; al Barone rampante, dedicatomi col nome di Paloma; ai Racconti e al Sogno di un poeta, fino al Cavaliere inesistente, che in sostanza descriveva il mio amore ostinato per un cavaliere che non c’è, eppure è più presente della concretezza nella sua armatura.

E qui la contesa viene accolta e trova ampio spazio sulle pagine della stampa.
Pietro Citati su «La Repubblica» del 17 luglio 1990 smentisce le parole della de’ Giorgi con un pungente articolo sulle “false contesse” colpevoli di guai e pene d’amore del primo Calvino, un Calvino che a suo dire può considerarsi “minore”. Elsa non manca di rispondergli su «Epoca» del 26 settembre 1990, con un articolo titolato “Il mio Calvino”, armata di penna, intelligente ironia e documenti, primi fra tutti quelle lettere di Calvino, rimaste segrete per trent’anni, lettere che parlano d’amore, di filosofia, di letteratura, di teatro, di politica. Elsa divulga alcuni stralci del carteggio, ma le polemiche si concludono con il divieto da parte di Esther Calvino, vedova dello scrittore, di pubblicazione delle lettere.
Elsa deve adeguarsi alla legge ma il suo carattere energico e combattivo la porta a decidere di raccontare la sua versione dei fatti, usando la scrittura.
Si è voluto insinuare come Elsa dimostri di ricordare fin troppo bene vicende molto lontane nel tempo, perché quando scrive ha più di settant’anni anni e ne sono passati circa quaranta dagli avvenimenti. La donna che racconta però è una donna intelligente, attenta, ben consapevole di quanto vuole o non vuole dire, e una autobiografia non sarà mai del tutto aderente alla realtà.
Inoltre, nel momento in cui nel libro si sofferma sul racconto della notte trascorsa ad ascoltare Calvino leggerle la prima stesura del Barone, è lei stessa a ricordare che gli anni avrebbero potuto cancellare i ricordi un tempo vividi «Quante ore durò? Devo ricordarmene. Fino a poco tempo fa lo ricordavo. Ora non più.»

E poi prosegue

Per questo non ho voluto rinviare queste note, il recupero di un tempo non perduto, ma vissuto in una storia che non è soltanto d’amore. Una storia che dovevo consegnare alla memoria di altri prima che una mano ignara e presuntuosa ne profanasse la verità.

Quelle lettere, conservate per tanti anni e da cui tutto era iniziato, testimoniavano una storia breve e intensa, “un involontario romanzo d’amore” come sottotitolava l’articolo dell’Europeo. Come tante storie d’amore si consumò in breve tempo e poco importa se i protagonisti furono una diva del cinema – attrice di teatro, memorialista – e un giovane scrittore impegnato politicamente e intento a costruirsi il suo personale profilo letterario che lo avrebbe portato a valicare confini molto vasti.

Il cavaliere inesistente, Einaudi, 1959

Il cavaliere inesitente, Einaudi, novembre 1959

La storia d’amore si concluse con la partenza dello scrittore per New York quasi preannunciata in quel futuro da conquistare che si prefigura nella chiusura de Il cavaliere inesistente, ultimo capitolo che chiude la trilogia degli Antenati e quel periodo fiabesco che aveva caratterizzato la produzione calviniana del decennio che si lasciava alle spalle.
Calvino si sarebbe dedicato alle innovative ricerche del processo combinatorio ed Elsa de Giorgi avrebbe continuato a cavalcare il futuro con il cipiglio cavalleresco di Bradamante.
In seguito Italo Calvino non abbandonò del tutto l’immaginario fiabesco, che rileggiamo nitido nelle visionarie Città invisibili, attualmente oggetto di studio e culto proprio in quell’America che lo scrittore visiterà da ottimista e che segnerà per lui l’inizio di una nuova età.

 

 

 

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Immagine  —  Pubblicato: 25 aprile 2017 in Librinfestival, News
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Appuntamento Venerdì 31 marzo, ore 18,30, libreria Cartacanta, Monterotondo (Rm)

Il manoscritto di Dante, Claudio Coletta

Claudio Coletta

Il manoscritto di Dante

Sellerio Editore

2016
La memoria n. 1049
192 pagine
13,00 euro
EAN 9788838935497
Formato e-book: epub
8,99 euro

 

Incuriosita dal successo e dalle presentazioni dei due precedenti libri di Claudio Coletta inizio la lettura di questo autore dall’ultimo intrigante titolo Il manoscritto di Dante.

Dopo Roma e Amserdam, lo scenario dell’ultima investigazione di Nario Domenicucci, ispettore della Europol, si sposta a Parigi, fra il Quai des Orfèvres e il Marais, fra ricche nobildonne proprietarie di ingenti fortune, fedeli maggiordomi, avvocati con pochi scrupoli.

Un atmosfera carica di rimandi, uno fra tutti quel commissario Maigret che a tratti ci sembra di intravedere fra la brasserie e Boulevard Saint Germain o nei corridoi del Quai.

L’autore cita quasi di sfuggita Maigret, ma la struttura del racconto, l’investigazione, i luoghi, gli stessi protagonisti, il colore dello stile limpido sono un omaggio alla penna di Simenon.

Sui personaggi aleggia l’atmosfera cupa del prologo, quasi li avesse raggiunti direttamente dal lontano A. D. 1323, insieme a documenti di valore inestimabile.

A Parigi in un lussuoso appartamento del Marais è stato rinvenuto il cadavere di Clothilde Dumoulin, milionaria, donna d’affari, e collezionista di opere d’arte. Nario Domenicucci, ispettore dell’Europol incaricato delle indagini, insegue una traccia di sangue e di secoli per districare un complicato labirinto di delitti e misteri. Fino a imbattersi in due fogli bruciacchiati, unico autografo esistente della Divina Commedia di Dante, avventurosamente finiti nelle mani di un nobile francese e custoditi segretamente nel suo castello per settecento anni.

 

L’AUTORE

Claudio Coletta (Roma, 1952) è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza». È stato membro della giuria internazionale del Roma Film Festival 2007. Con questa casa editrice ha pubblicato Viale del Policlinico (2011) e Amstel blues (2014).

Giusi R.