IL FULMINE GOVERNA OGNI COSA (Eraclito)

Venerdì 26 ottobre 2108 Librinfestival, in occasione dell’apertura della quarta stagione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro, ha ospitato il “LIBRO DEI FULMINI” di Matteo Trevisani,  Edizioni di Atlantide presso Grafica Campioli

Interventi dell’editore Simone Caltabellota e della relatrice Silvia Di Tosti 

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la sala di Grafica Campioli

Matteo Trevisani si racconta e racconta il suo libro.

Quello che cerco di raccontare nel Libro dei fulmini è quello che ho visto arrivando a Roma per la prima volta. Sono marchigiano, sono venuto a Roma per frequentare l’Università e poi ci sono rimasto. Il mio amore per Roma non è nato subito, proprio perché Roma è una città strana, sicuramente accogliente, una città comoda, filosoficamente comoda.

L’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà

Quando ho cominciato a guardare la città come se fosse la prima volta, ho iniziato a scrivere dei reportage sull’«Internazionale», mi sono accorto di certe chiese, di certi ponti, di certe collezioni, di certi musei che non avevo mai visto. È nata così l’idea di scrivere una storia che riguardasse l’aldilà, e dovevo metterci la magia e l’esoterismo, che era il mio campo di interessi e di studi, ma di cui mi vergognavo tantissimo, lo consideravo soltanto un hobby perché poteva mettermi in cattiva luce come storico della filosofia.

Restituire un nuovo punto di vista su Roma

La mia storia di scrittore parte da quando ero molto giovane e avevo scritto cose che non erano piaciute a nessuno, per cui avevo deciso di smettere. Poi mi imbatto casualmente in questa lastra del fulmine di cui parlo nel libro, incontro Simone Caltabellota che mi chiama e mi chiede di quello che sto scrivendo. A quel punto decido di fregarmene della vergogna perché ho trovato un lettore, ma soprattutto un editore. che capisce e si appassiona a questi temi controversi. In questo libro c’è la rivalsa molto forte di affrontare questo mostro della vergogna, ma anche il desiderio di restituire un nuovo punto di vista su Roma, di come si vede un paesaggio, di essere iniziato a un nuovo sguardo, a una nuova visione.

L’iniziazione di un personaggio

A Roma il punto di vista è tutto, ti accorgi degli ordini sparsi, delle cose che ci sono dentro, ed è quello che è successo a me, ogni punto di vista sulla città ti restituisce una città diversa e quindi diverse storie che io provo a raccontare, raccontando anche l’iniziazione di un personaggio, naturalmente distaccato da me che, scavando dentro Roma e dentro se stesso, trova quello che nel libro viene chiamato un “destino”. Attraverso tutte le pagine del libro Matteo, il protagonista, cerca di portare a termine le prove che questo destino gli mette davanti per fare in modo che lui diventi uomo.

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Titolo: Libro dei Fulmini

Autore: Matteo Trevisani

Prezzo: € 20.00

Pagine: 176

Formato: 150×220 brossura


ANTEPRIMA

L’anno della mia morte era iniziato bene

Matteo, un giovane filosofo, scopre casualmente, in alcuni siti archeologici romani, la presenza di un certo numero di tombe di fulmini che consentono il passaggio dal regno dei vivi al regno dei morti. Le lastre tombali riportano la scritta FCS ovvero Fulgor conditum summanium : “qui è stato seppellito un fulmine di Summano” divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte. Aiutano Matteo nella ricerca Silvia, una ragazza che si occupa di beni archeologici, e il suo vecchio professore universitario. Per liberarsi di ombre e fantasmi Matteo inizia un viaggio di formazione oltre che esoterico, viaggio nel corso del quale rischia di perdersi.

UN’INTERVISTA “FULMINANTE”

Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide, #Librinfestival

Nel libro citi il Liber fulguralis della tradizione latina. Si potrebbe definire il tuo Libro dei fulmini non un romanzo, ma più precisamente un Libro in forma di romanzo, ossia ” Libro” come raccolta: raccolta di ricerche, di scoperte, di esperienze, di viaggi iniziatici, di morte e rinascita, di incursioni nel passato, di esoterismo? Quanto c’è di raccolta saggistica e quanto di romanzato?

Il libro è volutamente un ibrido da autofiction e saggio: può essere letto anche come un piccolo manuale di storia dell’esoterismo e come guida alternativa alle bellezze di Roma. Ma forse la definizione più giusta è quella di “romanzo iniziatico” perché se da una parte è un esordio, e quindi un’iniziazione, dall’altra il protagonista si trova a vivere esperienze che gli faranno abbandonare il normale status, compito di ogni iniziazione.

L’epigrafe, tratta dal testo di Peter KinsgleyIn the Dark Places of Wisdom” rimanda alle parole di Parmenide:

“Se siete fortunati, a un certo punto della vostra vita vi troverete in un vicolo cieco. Vi accorgerete che il sentiero di sinistra conduce all’inferno, il sentiero di destra conduce all’inferno, quello di fronte conduce all’inferno e, nel caso tentaste di tornare indietro, finireste in un inferno ancora peggiore.”

Quanto ritieni fondamentale questa citazione, per il lettore e per lo sviluppo interpretativo del viaggio iniziatico di Matteo?

L’incontro con Kinglsey è stato fondamentale. In quella citazione c’è la necessità di andare per forza dentro se stessi per trovare il materiale adatto per crescere. Un uomo alle corde non ha nessuna via d’uscita se non verso se stesso.

Il protagonista ha il tuo stesso nome e cognome, così come un personaggio del libro, secondario ma fondamentale, che si chiama appunto Matteo: un gioco di specchi e di doppi che riflette anche il rapporto vita/morte, sotto/sopra, esoterico/razionale. Quanto ha a che fare il tuo vissuto con questo esordio?

Molto e molto poco. Il mio nome è la più potente delle maschere. Il protagonista vive una vita tutta sua che è in qualche modo solo un riflesso di alcune cose che ho vissuto.

Matteo attraversa Roma in scooter. Muoversi in scooter in una città come Roma può rimandare alla libertà e al movimento, in stretto rapporto con gli elementi della natura, “fulmini” compresi?

Non me lo sono chiesto. Matteo usa un motorino perché è il mio mezzo privilegiato per muovermi a Roma. Anche da un lato di tecnica narrativa e di ritmo, raggiungere certi posti in motorino invece che in macchina o con i mezzi mi ha permesso di accelerare molto, sempre considerando che si tratta di una città come Roma, che cerca di fossilizzarti nella sua stessa immobilità.

Leggendo il libro, viene subito in mente, per chi lo ha visto all’epoca, lo sceneggiato Il segno del comando. Tu lo inserisci in un’intervista fra le tue fonti. In che percentuale sono importanti le fonti storiche, quelle architettoniche, di autori contemporanei, le fonti filmiche o visive, e quanto spazio dai all’immaginario?

Sono assolutamente importanti. Senza di esse il libro stesso non esisterebbe. Mi sono avvalso di più esperti perché volevo verificare che ogni fonte fosse giusta e che ogni rapporto con la storia fosse verosimile. Anche dove la narrazione arriva a essere più fantasiosa qualcosa di vero, anche solo un’ipotesi, esiste.

L’incontro fra i due protagonisti, Silvia e Matteo, si risolve in un rapporto utilitaristico più che affettivo e la dinamica delle loro unioni sessuali diviene strumento rituale finalizzato a oltrepassare la soglia fra conscio e inconscio. Quanto è funzionale il rito e a quali tradizioni esoteriche fai riferimento rispetto al sesso?

Faccio riferimento al buddhismo tantrico, alla magia sexualis e all’arte del sogno. I due ragazzi ci arrivano per motivi differenti: Matteo vuole andare oltre, Silvia ne è in,  qualche modo, dipendente. Ripensandoci sono i due approcci classici alla spiritualità contemporanea, soprattutto da parte degli occidentali. L’idea che attraverso la sessualità si sprigioni una qualche tipo di energia di forza che poi può essere usata per acceder a dimensioni altre, interiori, stati di coscienza straordinaria, la storia delle religioni la spiritualità è piena di esempi del genere più che ritualizzare il sesso si tratta di erotizzare un rituale. Questo è il vero confine tra un vero maestro tantrico e uno no. Matteo e Silvia, i protagonosti utilizzano questo potere, che scoprono uno nell’altro, ma lo utilizzano male perché ne diventano dipendenti. Matteo ne esce perché ha un destino da compiere a cui deve arrivare con l’aiuto di Silvia, lei invece diventa schiava di questo potere perché lo usa per per altro.

Il tema, anzi il filo conduttore è quello del rapporto uomo/morte e la sua non accettazione nei termini che conosciamo e che porta, come conseguenza, alla ricerca esotreica e non solo. Non pensi di aver inserito troppi rimandi storici, fiosofici, religiosi, che potrebbero confondere nella lettura. Quali suggerimenti daresti al lettore per orientarsi?

Non credo siano troppi! Pensa che molti li abbiamo tolti in fase di editing: sono rimasti solo i necessari. Gli direi di farsi meravigliare da ciò che può scoprire, di usare il libro come un grimaldello.

Libro dei fulmini è il tuo libro di esordio. Alla luce della tua esperienza lo riscriveresti così o cambieresti qualcosa? Se si cosa cambieresti e se no perché?

Niente, il libro va bene così perché cristallizza un momento importantissimo della mia carriera. Anche gli errori e le lungaggini e le cose che tra qualche anno mi stoneranno saranno lì a ricordarmi da dove sono partito. In qualche modo gliene sarò per sempre grato, qualche che sarà la mia carriera da qui in avanti.

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GIUSI R.

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#LIBRINFESTIVAL

Venerdì 26 ottobre 2108 Librinfestival ha inaugurato a Monterotondo la quarta stagione della maratona letteraria che premia i mestieri del libro con Edizioni di Atlantide e il “LIBRO DEI FULMINI” di Matteo Trevisaniall’insegna di talenti esordienti sostenuti da un’editoria di qualità, sempre più interessata al progetto.

Accompagnava Matteo Trevisani l’editore Simone Caltabellota che ha raccontato la sua storia editoriale e quella delle Edizioni di Atlantide

Un nuovo modello editoriale e culturale. Fuori dal tempo, fuori dai format, fuori dalle convenzioni

Simone Caltabellota, Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Edizioni di Atlantide

Un periodo particolare per l’editoria italiana

Ho cominciato molto giovane a fare questo mestiere legato all’editoria. Ho cominciato con le riviste letterarie, dove il lavoro è un po’ diverso, ma le tappe sono le stesse: lavorare sui testi. Ho avuto la fortuna di vivere in un periodo particolare per la cultura e l’editoria italiana, che sono stati gli anni Novanta, quando nascevano editori come Fazi, Castelvecchi, Minimum fax, Voland, Donzelli.

Poi quella stagione è finita. Tutt’intorno era cambiato un contesto, perché un libro non si fa unicamente per venderlo. L’obiettivo ultimo è riuscire a fare delle cose che ti piacciono e riuscire a venderle, vendere un libro che emoziona e che racconta delle cose che non ti aspettavi, che condivide con te la tua visione del mondo e, in un certo modo, va oltre la tua visione del mondo.

Fare l’editore è un mestiere

Fare l’editore può essere una vocazione, ma è fondamentale sapere che è un mestiere, per cui devi conoscerne le basi. Come il muratore non può costruire la casa se non parte dalle fondamenta, così l’editore deve saper fare la correzione di bozze, deve saper leggere, lavorare sul testo con l’autore, immaginare il libro, dare la visione della linea della casa editrice, del suo progetto. L’editore di realtà piccole e medie, non è un finanziatore, ma lavora con un gruppo di persone: una casa editrice non si fa mai da soli.

Dagli ani 90 a oggi sono successe tante cose e un certo tipo di modello editoriale è finito. Si è esaurita quella libertà di ricerca, di sperimentazione, di sfrontatezza, se vogliamo. In quegli anni eravamo dei corsari, anche quando si vendevano un milione di copie, contro le immensità delle major dell’editoria del nord, perché l’editoria di Roma era storicamente fatta da case editrici indipendenti, piccole e medie.

Un nuovo modello editoriale

A un certo punto ho avuto voglia di riscoprire il valore di leggere per cui ho fatto altre cose, una casa discografica, ad esempio, ma continuavo a collaborare con case editrici come consulente esterno, suggerivo un libro, un autore straniero. Ritrovandomi con degli amici che avevano anche loro un percorso editoriale storico alle spalle, abbiamo deciso che era arrivato il momento di creare un nuovo modello editoriale. Con me c’erano Francesco Pedicini, Gianni Miraglia e Flavia Piccinni. Ci siamo detti facciamo una casa editrice nostra, facciamoci conoscere, sapevamo cosa potevamo dare.

Francesco Pedicini, ex direttore di produzione è la persona che si occupa dei rapporti con la tipografia e di tutto ciò che concerne la produzione materiale del libro, dalla carta alla foliazione, all’impaginazione. Ha lavorato prima con Fanucci poi con Fazi e ha collaborato con varie case editrici. Gianni Miraglia è un autore, un creativo, un artista, ex pubblicitario. Flavia Piccinni, scrittrice giornalista

Quando nasce un’impresa devi dargli una particolarità, e noi dovevamo fare una casa editrice diversa dalle altre, soprattutto seguendo una visione radicata alla contemporaneità, ma allo stesso tempo che guardasse indietro, a un modello culturale, ma anche commerciale e distributivo, che risaliva agli anni trenta, in un momento in cui l’Italia si formava come la conosciamo nell’editoria Moderna.

In quegli anni c’erano le case editrici storiche come Laterza o Mondadori e poi nascevano nuove realtà. Il modello era di case editrici che pubblicavano pochi titoli e non avevano distributori. Oggi il distributore che va in libreria non distribuisce una sola casa editrice, ma centinaia, e la maggior parte dei librai presta attenzione il più delle volte solo ai titoli che spiccano più facilmente.

Una rete di librerie fiduciarie

Con la nostra nuova casa editrice volevamo creare una rete di librerie fiduciarie. Siamo partiti con 40/50 librerie perché essere legati a un distributore ti costringe a pubblicare un minimo di titoli ogni anno, noi volevamo farne solo 8-10, curatissimi, su carta di pregio, di ogni tiratura 999 copie numerate. Abbiamo iniziato con titoli bellissimi: Filosofi antichi di Adriano Tilgher, filosofo degli anni Venti, poi Ritratto di Jennie di Robert Nathan, autore degli anni Trenta poco conosciuto, e un volume grafico, Tomaso, di Vittorio Accornero, pittore e illustratore degli anni Quaranta-Cinquanta.

La novità è piaciuta molto, e i lettori si sono accorti che questo progetto editoriale era differente. Quello che era l’obiettivo iniziale delle 999 copie, che poi in Italia non sono poche, ora è diventato la partenza, perché le prime mille copie stampate finiscono subito, per cui facciamo subito una seconda edizione, a volte in contemporanea con la prima, con una copertina leggermente differente. Il libro di Matteo Trevisani, di cui sta per andare in stampa la quarta edizione, avrà una copia unica per ogni lettore, non esiste una copia uguale all’altra.

Leonida, Nada Malanima

 

 

All’inizio ad aprire molte porte è stata Nada Malanima con il suo libro Leonida. In precedenza questa artista aveva pubblicato per Fazi e Bompiani ed era già al suo quarto libro. Nada è un personaggio straordinario, una scrittrice originale, così come una cantautrice bravissima, è molto gioiosa, e presentare il suo libro è una cosa nuova per lei, è una sfida. Siamo stati anche fortunati perché sei mesi dopo l’uscita del libro, il regista Paolo Sorrentino ha scelto la canzone di Nada “Senza un perché” per la serie tv “The Young Pope” che è stato fra i brani rock più venduti da iTunes e così il libro è andato in tutto il mondo.

La funzione dell’editore

 

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Nada però non è un autrice esordiente. Noi di Atlantide stavamo cercando un libro che fosse bello, di un autore esordiente italiano, innanzitutto un libro che fosse qualcosa di differente da quelle che sono le modalità ormai assodate della narrativa italiana e contemporanea. Quando ho letto le prime pagine del Libro dei fulmini ho pensato subito che Matteo Trevisani era proprio l’autore che volevo pubblicare e devo dire che è andata molto bene, grazie anche al passaparola: leggi un libro, ti piace, ti innamori e lo consigli, lo regali, cerchi di diffonderlo perché diventa una cosa tua e quando questo succede con un autore italiano è ancora più bello.

Volevo inoltre sottolineare che un libro esiste perché c’è un editore che lo pubblica, la funzione dell’editore rimane fondamentale e non vuol dire che non ci siano libri autopubblicati belli, ma l’incontro autore ed editore somiglia all’innamoramento. Quando questo incontro funziona nascono le condizioni per creare qualcosa di bello, autore ed editore danno il meglio e i lettori lo percepiscono.

Il tour dei fulmini

Sta succedendo poi che i lettori, incuriositi a tal punto del tema del libro, vanno a cercare i luoghi raccontati. Si stanno creando dei “tour dei fulmini”, iniziativa nata da un articolo di Matteo Lucci, un ottimo scrittore e bravissimo giornalista che pochi mesi fa ha pubblicato quattro pagine sul settimanale «Venerdì» raccontando una Roma sconosciuta agli stessi romani, come può fare soltanto una persona della sensibilità, dell’intelligenza, della cultura di Lucci e che come Matteo Trevisani viene da fuori Roma.

Giusi R.

                  I CONSIGLI DI LETTURA DI MARIA CIVITA D'AURIA

Il figlio prediletto, Neri Pozza, Angela Nanetti, Mestierelibro

Il figlio prediletto

Candidato al Premio Strega 2018

di Angela Nanetti 

Neri Pozza

Pagg. 232 Euro 16,50

Prima pubblicazione: 19 dicembre 2017

 

In un paesino della Calabria, la sera del 9 giugno 1970, Nunzio e Antonio due giovani di vent’anni, compagni di squadra che, in segreto, si frequentano da due mesi, consumano il loro amore dentro la vecchia Fiat del padre di Antonio, parcheggiata in un luogo un po’ abbandonato del paese. Ma il loro amplesso viene subito interrotto da tre uomini incappucciati e armati che trascinano Antonio fuori dall’auto e lo percuotono fino a quando il giovane non giace a terra e muore.

Qualche giorno dopo Nunzio Lo Cascio viene costretto dal padre e i fratelli, responsabili dell’atroce delitto di Antonio, ad abbandonare il paese, perché avere un figlio, ma anche un fratello omosessuale, è considerato un peccato mortale troppo grave da sopportare. È una vergogna. Per questo Nunzio, viene messo su un treno che da Reggio Calabria lo conduce a Londra.

Nunzio si vede costretto a perdere di colpo tutti i suoi punti di riferimento, gli affetti, il gioco del calcio, la sua stessa esistenza e di conseguenza la sua identità. Non ha più fiducia negli uomini e non ha più speranza per il suo futuro. Nella Londra fredda, piena di immigrati italiani e marxisti britannici Nunzio intraprende una nuova vita, nonostante il dolore per la morte di Antonio. Inizia a lavorare come cameriere e fa molti incontri come quello con Thomas Morris, il suo professore d’inglese che è figlio di un lord  e vuole essere dalla parte del popolo. Incontrerà poi fotografi e trombettisti, camerieri e teatranti e con qualcuno di loro intreccerà delle relazioni amorose, perché è finalmente libero di non dover nascondere la sua omosessualità.

Anni dopo, a interrogarsi sulla vita di Nunzio, è sua nipote Annina che sente di avere con lo zio, mai conosciuto e improvvisamente sparito, delle profonde affinità anche se per motivi diversi. Lei è una trasgressiva perché desidera fare teatro e per questo deve combattere con la sua famiglia, soprattutto con il padre violento e prevaricatore che pensa che gli uomini devono essere uomini e le donne delle femmine omertose, capaci solo di badare alla casa. Annina non accetta questa mentalità chiusa del suo paese e, come Nunzio, si ribella ai pregiudizi e lotta per la sua libertà.

Questo romanzo di feroce malinconia, ambientato verso gli inizi degli anni “70 e finalista del premio strega 2018, merita di essere letto perché l’autrice, con il suo talento, ha affrontato il tema dell’omosessualità, della condizione della donna nel Sud e della mafia con uno stile asciutto, dosando con maestria espressioni del dialetto calabrese e della lingua inglese. Non è né lezioso, né svenevole e, nonostante la complessità dei personaggi e delle storie che si intrecciano, riesce a tenere alta l’attenzione e a commuovere il lettore.

Maria Civita D’Auria

 

L’autrice Angela Nanetti

 

Maria Civita D'auria ci propone oggi la lettura de La vita nascosta di Sara Ficocelli.

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La vita nascosta
Editore:MdS Editore
Collana:Cattive strade
Anno edizione:2016
In commercio dal:27/05/2016
Pagine:180 p., Brossura

 

Recensione a cura di Maria Civita D'Auria

Quando si parla della città di Roma vengono subito in mente le sue bellezze artistiche come le chiese e i palazzi, le fontane, le strade e le piazze. Ma in questo romanzo, Sara Ficocelli, attraverso i suoi personaggi parla di una Roma nascosta, ben più semplice e popolare. Tutto ruota intorno al personaggio di Iris, una transessuale che si prostituisce nei quartieri alti di Roma, anche se vorrebbe fare un lavoro normale. Iris è alta, bionda, colta e ha una relazione con Roberto che gestisce un bar a Ponte Milvio insieme a Mauro, un giovane del Quadraro che sta per diventare padre. Anche Roberto ha un figlio, Biagio, ma ha un pessimo rapporto con la sua ex moglie e il cognato che è di destra. Dalla loro realtà, molto lontana dagli ambienti della borghesia romana, Iris si sente tagliata fuori e il desiderio di farne parte è tale che la donna si riduce spesso a spiare le giornate di Roberto dalla vetrina di un locale di fronte, bevendo un Negroni dietro l’altro. Ad un certo punto entra in scena Aneta, una giovane Sinti trovata seduta in stato confusionale su una panchina della piazza, in seguito a una violenza subita da due ragazzi della Roma bene. Iris che ha tanta voglia di compagnia decide di ospitarla. Ma Roberto non accetta questa situazione perché ha paura che quelli del campo, i familiari di Aneta, gli vadano a sfasciare il bar. Roberto si convince che il rapporto con Iris gli ha creato solo problemi. E pensare che anche lui ha sempre desiderato una vita normale. Così decide di lasciarla. Iris è combattuta. Vorrebbe tornare con Roberto ma vuole anche aiutare la ragazza. A un certo punto decide di vendicare Aneta. Così inizia a indagare su una storia di soprusi e violenze fatte da persone insospettabili che la porterà a scoprire il torbido che la città riesce a nascondere.
In questo romanzo d’esordio Sara Ficocelli, giornalista della Repubblica e autrice di inchieste su donne e welfare, affronta il tema dell’emarginazione, della diversità e della solitudine con uno stile di scrittura piuttosto incalzante che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina.

 

Il romanzo è stato presentato  il 13 marzo 2018 nel corso della maratona letteraria #Librinfestival


L'Autrice

Sara Ficocelli è nata a Pisa ma vive e lavora a Roma, dove collabora dal 2007 per Repubblica e altre testate del Gruppo Espresso. Ha ricevuto il premio Sodalitas e il premio Paidoss per le sue inchieste e una menzione speciale al premio Tonino Carino per un reportage sull’Australia. Ama viaggiare e andare in bicicletta. “La vita nascosta” è il suo primo romanzo.

24 ottobre ore 15,30 Centenario della disfatta di Caporetto.

Una storia al di qua dei campi di guerra.

di Vanna D’Amato

Forse fu la sua voglia di mangiare a favorirne il destino. Doveva essere una bambina che aveva sempre fame, era stata nutrita col latte di sua madre fino a quattro anni, e adesso che ne aveva sette non le bastava mai il piatto, e questo, unito al fatto che era femmina, ancora troppo piccola per dare una mano in casa, ma abbastanza grande rispetto all’ultima nata, dovette essere decisivo perché la scelta di allontanarla ricadesse su di lei.
Non fu nemmeno la madre ad accompagnarla, fu la zia ricca, che le aveva promesso una bambola alta quanto lei se avesse accettato “veramente”di andare via, all’orfanotrofio per orfani di guerra. Come se avesse avuto sul serio la possibilità di rifiutarsi!

Vanna D'Amato, mestierelibro, Una storia al di qua dei campi di guerra, CaporettoI fratelli l’avevano guardata con timore al mattino, quando l’avevano vista infagottata in un giacchettino fornito da una cugina della madre, smesso da una delle sue bambine e tinto di nero: era un giacchettino al posto dello scialletto nero che di solito copriva la testa e le spalle nelle giornate di freddo, e che non avrebbe portato con sé nello strano posto dove stava per andare. La zia ricca aveva detto che l’avrebbero vestita da capo a piedi, in quel posto, perciò lo scialletto era meglio che restasse a casa, dove poteva servire magari a qualcun’altra. Voleva farle lasciare pure la bambola di stracci che le aveva fatto comare Rosaria, nei giorni che aveva dormito da lei, dopo che la madre era caduta dalle scale quando era arrivato l’uomo del telegramma; ma lei si era ostinata a portarla con sé e per tutto il viaggio in treno, durante il quale non aveva visto quasi niente delle cose che le indicava la zia fuori dal finestrino, l’aveva tenuta stretta al petto facendo sì sì con la testa. Non era per rispondere alla zia, come quella pensava, ma perché continuava a ripetere nella testa – sì sì, stai con me tu, non ti lascio – e si sentiva consolata e fortificata in quello sforzo che non si interruppe mai per tutto il viaggio, continuando per le strade affollate e scure di quel luogo sconosciuto che era la città, lo sforzo di rassicurare la pupa di pezza.

La signora che l’accolse in una grande sala piena di quadri, con il pavimento coperto di tappeti, aveva un sorriso garbato e distante, e profumava di rosa. Si aggrappò a quell’odore tenue che aveva il nome della madre, e decise che la signora doveva essere per forza buona come lei, la madre che l’aveva mandata via in un posto dove sarebbe stata meglio – le aveva detto – e dove avrebbe mangiato più dei fratelli che restavano a casa e senza di lei avrebbero avuto solo un poco di latte in più. Decise che sarebbe stata buonissima per ricompensare la signora e per farsi volere bene, come aveva detto la nonna quando era andata a salutarla – fa’ la brava e fatti volere bene – ma intanto le faceva male la pancia e aveva una voglia improvvisa di fare la cacca, di cui si vergognava terribilmente.

La signora era seduta accanto al fuoco, un fuoco era altissimo e allegro, che scintillava dentro un camino bianco come non aveva mai visto. Al suo paese il rosso del fuoco si combinava col nero delle fornacelle o dei forni in cui si cuoceva il pane, e intorno al fuoco, i mattoni, il pavimento e il muro in cui si apriva la grotta buia che raccoglieva la legna e le braci, tutto era nero di fuliggine e carbone. Non aveva mai visto un fuoco così ricco e circondato da tanto splendore di bianco. Sulla parete in alto c’era un grande quadro che rappresentava una dama con un vestito giallo, il collo e le spalle scoperti, e intorno al collo un filo di perle scure sulla pelle chiara. Aveva i capelli raccolti dietro la nuca, come li portava sua madre, ma erano biondi e si intravedeva, essendo il viso atteggiato lievemente di profilo, una retina luccicante che incorniciava il “tuppo” biondo.

Quasi nulla registrò invece, in quel primo incontro, della signora in carne e ossa, a parte il profumo di rosa. Del resto sarebbe stata la stessa cosa anche in seguito: c’era in lei qualcosa che teneva a distanza, quasi una preghiera di non essere sfiorati nemmeno con lo sguardo dalla miseria degli altri. Teresina pensò che il grande quadro fosse il ritratto della signora, ma non era affatto così. Ci vollero mesi perché mettesse a fuoco la differenza tra le spalle nude della donna del quadro e gli abiti accollati e scuri della signora accanto al fuoco, tra lo splendore malinconico del viso sopra il camino e le labbra sottili e smorte, il naso che piegava leggermente all’in giù, della signora seduta sotto il quadro. La voce con cui le chiese – come ti chiami – non aveva il punto interrogativo, come se non le importasse veramente saperlo, e il cenno del capo che inclinava verso il fuoco era un altro segnale misterioso che poteva volere dire – che scocciatura – oppure – benvenuta – allo stesso modo, lei non sapeva decifrarlo. Comunque disse il suo nome con un filo di voce, malgrado la mancanza del punto interrogativo, e le sembrò che la sua voce fosse assorbita dai tappeti e dalle tende della stanza.

Dall’altro lato del camino bianco era seduto un signore più anziano, con i baffi girati in su e gli occhi vispi sotto folte sopracciglia grigie striate di scuro. I capelli invece erano tutti bianchi, e il sorriso con cui la guardava era pieno di comprensione. Sembrava sapesse perfettamente che le faceva male la pancia e che aveva una paura tremenda, ma pareva volesse dirle che sapeva anche che sarebbe andato tutto a posto tra un poco. Si limitò a dire alla signorina che l’aveva accompagnata di occuparsi di tutto quello di cui la bambina avesse bisogno in quel momento, e soprattutto di darle una bella tazza di latte zuccherato – nel dire questo le strizzava allegramente un occhio – e poi assicurarsi che avesse vestiti puliti e un letto caldo. Avrebbero fatto amicizia il giorno dopo, disse, e la congedò senza toccarla. Mentre usciva con la mano nella mano della signorina, la bambina non aveva più mal di pancia e pensava al latte caldo zuccherato, ma sapeva anche di avere le mutandine sporche, adesso, e si chiedeva come avrebbe fatto a nasconderle. La signorina la portò dritto in una stanza da bagno, con una grande vasca coi piedi di animale, e senza parlare aprì i rubinetti da dove usciva zampillando acqua calda e fredda, poi si volse a lei mentre la vasca si riempiva e cominciò a spogliarla, sempre in silenzio. Degnò appena di uno sguardo le mutandine striate di marrone e fece un mucchio in un angolo di tutti i suoi vestiti, tenendo da parte solo il giacchettino nero tinto, poi la invitò ad entrare nella vasca e cominciò a lavarla. Soltanto allora, quando sentì la carezza dell’acqua tiepida sul corpicino rattrappito nella tensione gelata delle ultime ore, e una corrente benevola le scese dalla testa sulla nuca e lungo la schiena, sulla vergogna della pelle sporca e macchiata di cacca, coperta di puntini come quando aveva tanto freddo e faceva la “pelle di gallina”, soltanto allora arrivarono le lacrime.

Quando la lunghissima notte in cui Teresina pianse fino a sfinirsi, con la testa sotto il cuscino, per non farsi sentire dalle compagne della camerata, dopo che la signorina l’aveva asciugata, consolata in maniera spiccia, dicendole di piantarla che tanto domani le sarebbe passato tutto, dopo che ebbe ingollato con avidità il latte caldo zuccherato ricavandone una grande consolazione per il corpo, come prima lo era stata l’acqua calda, ma una specie di inasprimento della pena del cuore, dopo che ebbe pensato punto per punto tutto quello che in quel momento stava accadendo laggiù nella vecchia casa accanto al fuoco rosso e nero della cucina, i fratelli che si accapigliavano, la sorella maggiore che tagliava il pane in pezzi piccoli perché sembrasse di più, la mamma (oh, la mamma) che cullava la piccola per farla addormentare, la piccola che sentiva quella sera di odiare con tutte le sue forze, dopo che la sua bambola di pezza fu talmente zuppa delle sue lacrime che sembrava avesse pianto con lei, e finalmente si erano addormentate insieme, quando la notte finì e la luce opaca di un giorno di novembre illuminò un lungo tavolo di facce di bambini e tazze di latte fumante, Teresina decise di chiudere nel più profondo del cuore il ricordo di quei primi momenti, e non aprire mai più quel cassetto, fino a quando non si fosse ripulito di tutto il dolore.

Con un pizzico di brio, in linea con lo spirito del libro, oggi vi propongo Anche i fiammiferi costano, di Ermenegildo Corsini, Scatole Parlanti Edizioni, una novità che ho letto in anteprima, appena uscita in libreria,  a cui tengo in modo particolare per il suo spirito giocoso, il taglio ironico, lo slancio poetico conclusivo.

 

 

Il libro sarà presentato al pubblico sabato 24 febbraio 2018, ore 18,00 presso la Sala Pio XXII, sede della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”.

 

 

 

 

La luce del mattino che ha rotto definitivamente il corso della notte entra trionfante ad annunciare il nuovo giorno qualsiasi cosa sia accaduta, al di là degli eventi. E la stanza vuota respira, respira e ascolta. Ascolta il rumore del mondo.

Questa, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti, se ne differenzia per la sua anomalia intrinseca, per la singolare visuale del mondo che ci circonda, che a volte ci sovrasta, ma spesso ci ridimensiona.

Scrive Pessoa in uno dei suoi aforismi

Benedetti siano gli istanti, e i millimetri, e le ombre delle piccole cose.

Il titolo che Corsini ha scelto per i suoi scritti, Anche i fiammiferi costano, sottolinea l’importanza delle piccole cose, quelle che procurano gioia, quelle che ci fanno riflettere, quelle legate al momento contingente o a un ricordo che, senza scomodare troppo Proust, recupera il passato, si materializza nel presente e ne coglie l’essenza. Un titolo dunque che rivela e rileva la dimensione del tema, ma anche la misura ironica dell’autore.

Ermenegildo Corsini torna in libreria con questa seconda fatica letteraria che conferma l’intelligenza evocativa del suo sguardo, il gusto di cogliere i particolari, assaporarne la sintesi dimostrandosi capace di trasmettere vizi e virtù di una società in perenne bilico, fra una contraddizione e un nervo scoperto, senza mai perdere di vista la Speranza.

All’ironia di questi “pensieri inconsueti” come li definisce lui stesso, Corsini affianca il surreale, coniuga la storia con il fiabesco consegnando all’arte visiva la sua massima espressione, fino a immergere nel presente il nobile condottiero Guidoriccio da Fogliano, personaggio storico affrescato su una parete della Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena.

Circondati dal Mondo di cui siamo parte ne ascoltiamo la voce attraverso molteplici canali, ma soprattutto attraverso segni, simboli e piccoli gesti quotidiani. Allo stesso modo la dimensione del Tempo, nel suo trascorrere non disdegna l’azzardo e punta al massimo della posta. Guidoriccio, immortalato nel suo procedere verso Montemassi, si ribellerà all’immobilità metafisica cui è stato costretto dall’arte e sfiderà il Tempo, capovolgendo quel Mondo da cui è rimasto escluso per secoli.

La prima raccolta della miscellanea, dal titolo Dieci racconti a nervo scoperto, include al suo interno la visione di una personale esperienza di vita che porta l’autore a confrontarsi con il Mondo, sull’onda delle circostanze momentanee. Lo scenario si apre con l’inquadratura di una finestra che si spalanca su Mondo e Tempo, nella veste di due personaggi provocatori e dispettosi.

La luce del giorno illumina il mondo, il suo respiro dà vita alle cose che lo abitano, le due categorie del Mondo e del Tempo passano sugli oggetti, le persone, gli avvenimenti, le azioni, l’uno attraverso l’alternarsi continuo del giorno alla notte, l’altro attraverso le singole azioni, per dominare luci e ombre, rumore e silenzio.

Gli uomini con la loro arroganza pensano di governare il Mondo e appropriarsi del Tempo, ma Mondo e Tempo se la ridono degli uomini. Sarà solo la melodia del canto a commuoverli e riportarli nella loro dimensione naturale.

L’allegoria Mondo-Tempo diventerà poi il desiderio di uno spazio proprio, la casa immaginata, costruita sulla misura di fantasie improbabili e proprio per questo desiderabili. Il trascorrere del tempo diverrà oggetto di studio e ogni attimo vissuto sarà un attimo di Mondo ricongiunto al Tempo, nella totalità del proprio essere.

Lo spazio narrato si condensa anche nella solidità architettonica, quella di Oxford per la precisione, con il celebre Trinity College o quello della Basilica di Santa Cecilia nel romanissimo quartiere di Trastevere, dove sorge appartata in un luogo ancora incontaminato. La narrazione si scioglie infine nei paesaggi dedicati alla città di Roma, lungo le vie urbane attraversate a piedi, in un misto di esasperazione e meraviglia.

L’importanza delle piccole cose si riflette ancora nella meticolosità dei gesti, nella ricerca inasprita di particolari insignificanti che esplodono in irritazioni e insofferenza nel momento in cui il nervo esce allo scoperto. Sorprendiamo l’autore ad ammirare l’amata terra toscana, il paesaggio familiare di Forte dei Marmi, luogo bellissimo, contemplato con gli occhi antichi ma con un cuore nuovo arricchito dalla saggezza maturata nel tempo. Davanti alla realtà l’uomo ormai adulto chiede al Mondo quelle risposte che non può o non vuole dare.

E ancora il Mondo appare in tutta la sua bellezza, bellezza che non ha eguali, ma che può diventare arrogante quando intimorisce chi la guarda, o essere ostentata quando è simbolo di potere.

Nulla esclude l’autore nella sua carrellata, così anche i nuovi media trovano il loro posto, ma con una sensibilità attutita, più tenera: è la tenerezza di facebook quella delle parole di melassa, dei primi fiori sul balcone di casa, degli angeli custodi, delle foto in bianco e nero. La verità è che si invecchia e la forza di cambiare il mondo può tramandarsi solo alle nuove generazioni.

Corsini conclude la sua galleria di istantanee fotografando un campionario di umanità svariata e straordinaria, quella che incontriamo tutti i giorni, una gamma così vasta ma con tratti comuni che spesso sfuggono all’attenzione dei più distratti, per altri invece sono fonte di riflessione, apprezzamento o fastidio, giudizio o rabbia.

Nella raccolta Persone ad apparire per prima, seduta su un treno metropolitano, è la signora di colore che ha l’aspetto di una statua egizia, divinità inaccessibile, elegante e bellissima a cui fanno da contraltare la ragazza giovane e insignificante e la piccola cinese agghindata di accessori troppo colorati e brillanti. I segni dell’età sul viso di una signora non riescono a spegnere i suoi occhi che luccicano di umanità.

Li distinguiamo tutti. L’uomo che assomiglia a uno dei quattro schiavi incatenati di Livorno, la donna elegante, quella classica, l’uomo mediocre: li riconosciamo dalla voce, la postura, gli abiti, il trucco, scarpe e acconciatura. Una galleria eterogenea, organizzata con sagacia, spirito di osservazione.

L’arte del racconto non appartiene a tutti e Ermenegildo Corsini, forte del suo spirito tutto toscano, musicista, pittore, appassionato d’arte e letteratura, riesce a appropriarsi di un suo stile riconoscibile e personalissimo compresa l’espressione poetica con cui mi piace concludere questo breve exursus.

grazie a una stella

in una notte

si può rompere

il silenzio. 

Anche i fiammiferi costano, Ermenegildo Corsini, Scatole parlanti, mestierelibro

 

Autore Ermenegildo Corsini

Editore Scatole Parlanti

Collana Voci

I edizione: gennaio 2017

Illustrazioni interne di Filippo Santona

Euro 12,00

L’AUTORE

Ermenegildo Corsini, Anche i fiammiferi costano, Scatole Parlanti

Ermenegildo Corsini è nato a Massa (MS). Musicista, compositore, cantante e direttore di coro, ha esordito nella letteratura nel 2016 con l’autobiografia “geografica” Ogni giorno alle quattro piove (Cavinato Editore). Da sempre innamorato dell’Arte, si è dedicato anche alla pittura e alla recitazione.

Parigi è sempre una buona idea

Pubblicato: 9 febbraio 2018 in News

libriallospecchio

Con il tempo il suo interesse per la letteratura contemporanea era diminuito. Preferiva rileggere i classici che lo avevano entusiasmato da giovane e che, era chiaro, avevano ben poco a che fare con i libri che oggi le case editrici annunciavano come “casi letterari”. Chi scriveva più come Hemingway, Víctor Hugo, García Márquez, Sartre, Camus o Elsa Morante?
Chi aveva qualcosa d’interessante da dire? Qualcosa d’intelligente? La vita era sempre più frenetica,  più superficiale…, e anche i libri, a quanto sembrava. I più brutti erano i romanzi. Per i suoi gusti, ormai erano troppi. Il mercato era saturo di banalità.

Leggere queste frasi all’inizio di un romanzo contemporaneo, peraltro molto scontato per stile e argomento, fa un po’ sorridere e lascia sorpresi. Mi chiedo se il pensiero espresso da Max, uno dei protagonisti del libro, sia il punto di vista di Barreau, lo scrittore, o semplicemente un’idea messa in bocca…

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