SCRITTURE E LETTURE NEL 2020

di Giusi Radicchio

Oggi vorrei condividere l’iniziativa dell’agenzia editoriale Lorem Ipsum che mi è stata segnalata, fra le tante nate in questi difficili giorni. Contrastare la pandemia covid-19 richiede a tutti una quarantena che stravolge la quotidianità di ognununo di noi. Importante è continuare a restare propositivi e contribuire a mantenere viva l’attenzione verso quelle attività che consentono un contributo anche minimo al mondo editoriale e a tutti coloro che ci lavorono con amore, impegno e dedizione.

Molte di queste attività perseguono l’obiettivo di diffondere la lettura e il libro con il solo contributo economico di pochi sostenitori, così come Librinfestival, il festival che premia i mestieri del libro che con Silvia Di Tosti organizziamo da ben cinque anni.

Come tutte le altre manifestazioni, fiere e festival legati all’editoria, anche il nostro piccolo festival si è dovuto fermare e non sappiamo ancora per quanto tempo. Ci auguriamo che l’emergenza sanitaria si risolva nei tempi consentiti così da poter riprendere in sicurezza, o anche con strumenti diversificati, i nostri incontri con libri, pubblico, lettori, autori, editori, grafici, redattori, traduttori.

 COME SALMONI LA VITA QUOTIDIANA IN ITALIA AI TEMPI DEL COVID-19 ,agenzia editoriale LOREM IPSUM,

 

Milano, aprile 2020 – In attesa dell’auspicato ritorno alla normalità del mercato librario, l’agenzia editoriale LOREM IPSUM lancia un’iniziativa pro bono, a cura di Jacopo Viganò, pensata per distrarre e intrattenere i lettori in questi giorni di cattività forzata tra le mura domestiche.

COME SALMONI vede la partecipazione di scrittori – ma anche giornalisti, medici, psicologi, coach, farmacisti, ottuagenari golfisti, fumettisti, critici gastronomici, musicisti, sportivi e semplici genitori – ciascuno con la propria narrazione della vita quotidiana ai tempi della grande pandemia. Il risultato è un’antologia di 50 racconti intimi, feroci, scritti col sangue, che fotografano con grande lucidità lo smarrimento dell’individuo in questo momento storico senza precedenti.

Tutti gli autori coinvolti hanno prestato la propria opera pro bono e tutti i racconti sono pubblicati gratuitamente, a cadenza regolare e per i prossimi mesi, sui canali social e sul sito web di Lorem Ipsum, per confluire infine in una raccolta completa formato ebook.

Lorem Ipsum agenzia editoriale

 

Tramite il sito di agenzia è inoltre possibile contribuire con una donazione all’Istituto di Virologia dell’Ospedale Sacco di Milano per la ricerca sul Covid-19 e altre malattie pandemiche e ricevere in omaggio, al termine del progetto, Come salmoni in formato ebook.

 

 Come salmoni

Mossi da un istinto primordiale, da un’antica memoria o da chissà cosa, i salmoni sfidano la corrente risalendo le rapide al contrario, vedendosela con le reti e le canne dei pescatori, con gli artigli e i denti degli orsi.

Dopo anni vissuti nell’acqua salata, affrontano il lungo e sfiancante viaggio a ritroso verso i fiumi, al solo scopo di riprodursi. E lo fanno insieme, in gruppo, compatti. Eppure pochi, pochissimi arriveranno a destinazione, decimati e sfiniti.

Non sanno cosa li aspetta, ma non hanno scelta: devono andare. Si affidano al destino, spinti da una forza ancestrale in cui quello che conta è la sopravvivenza della specie.

Noi, come salmoni, in questo momento non sappiamo bene dove, ma andiamo. Da casa, in gruppo, compatti, a raccontare storie di vite che resistono al Covid.

Guidati da un’incrollabile certezza: andare avanti nonostante tutto.

GLI AUTORI
Barbara Bedin, Ada Birri Alunno, Stefano Bonazzi, Valerio Braschi, Emanuela Canepa, Elena Cangiamila, Michela Cantarella, Katia Ceccarelli, Claudio Conti, Valentina Cottini, Roberto D’Incau, Eduardo De Cunto, Michele De Negri, Ruggero Dei Timidi, Michele Frisia, Roberto Gagnor, Noemi Gentilezza, Jacopo Ghilardotti, Roberto Laghi, Giulia Laino, Francesco Lalli, Velia Lalli, Andrea Malabaila, Roberto Mandracchia, Alessandro Mannucci, Gianfranco Martana, Michele Marziani, Livio Milanesio, Micaela Miljan Savoldelli, Elena Giorgiana Mirabelli, Stefano Moriggi, Marzia Polacco, Stefano Pozzebon, Alessia Principe, Edelweiss Ripoli, Greta Sclaunich, Sara Maria Serafini, Giuseppe Sofo, Giorgia Surina, Francesca Thellung, Valerio M. Visintin, Marco Volpe.

L’AGENZIA
Lorem Ipsum è stata fondata con in mente l’idea, forse visionaria, di un nuovo tipo di agenzia letteraria, capace di unire la competenza nella gestione della carriera di uno scrittore alla comprensione profonda di cosa sia e di come debba funzionare la narrazione. Animati da questa duplice filosofia ci proponiamo di svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo delle carriere di scrittori e saggisti, autori già noti le cui carriere possiamo sviluppare o esordienti sul cui talento vogliamo investire. Ai nostri clienti offriamo competenza non solo nella negoziazione dei contratti, ma anche in tutte le fasi del processo editoriale e di pubblicazione. Ogni progetto e ogni autore vengono seguiti con rigore, passione e grande cura; con loro elaboriamo una strategia per ogni fase del processo di scrittura, dal concepimento, alla redazione, alla presentazione, così da trovare la migliore casa editrice o piattaforma di pubblicazione. Il nostro obiettivo è quello di massimizzare il valore del lavoro degli scrittori, fornendo loro consulenze editoriali e di marketing, e guidandoli lungo la strada che porta verso la vendita di diritti esteri, oppure per la realizzazione di film o produzioni televisive.

TUTTA MIA LA CITTÀ Modena che scrive

I CONCORSI DI SCRITTURA

I concorsi di scrittura sono come gli allenamenti in vista della prossima maratona. Coltivi la passione, ti tieni pronto e in caldo, senza dimenticare o perdere di vista l’obiettivo finale a cui guardi e che alimenta il tuo sogno. Non c’è fine, poi, ma solo nuovi inizi. Correre e scrivere sono stranamente i sogni che mi legano alla realtà e alla quotidianità, come solo i sogni possono e sanno fare, ma questi sono i miei. Corsa e parole… Il piazzamento, il podio, non contano molto perché quel che conta è ciò che fai mentre lo fai, mentre ti avvicini a quella meta, mentre ti prepari per raggiungerla, con cura e con passione, non esente da fatica rinunce sbandamenti e infortuni. Quel che conta è nutrire e seguire il sogno che ti radica alla realtà, che ti fa sentire ed essere più vivo e più vero ogni istante. Grazie a chi sogna con me dentro e fuori ogni più piccola particella del mio essere e grazie a me, che sbando spesso e mi perdo, ma ogni volta mi ritrovo lì dove mi sento più vera. Dobbiamo molto a chi ci sostiene e ci impedisce di abbandonare il sogno, perché significherebbe erodere la vita che viviamo, ogni momento di più, fino a strapparci il senso stesso dell’esistere. Ma sognare da svegli dimenticando le paure è tra le sensazioni più forti e vitali che ci siano ed è senz’altro la mia dimensione preferita.

RITORNARE A MODENA

La vita è fatta a volte di ritorni, se non proprio negli stessi posti, in situazioni, condizioni, punti di una mappa dentro e fuori di sé. Si ritorna a casa, nella propria città o paese dopo esserne fuggiti per ragioni diverse, se non legate a necessità ineludibili, dovute alla ricerca di sé, alla crescita personale prima che professionale e poi alla scoperta del mondo all’esterno del proprio habitat. Ritornano i pensieri, le emozioni, le sensazioni e poi i sapori, gli odori, i gusti. Ritorniamoci pure, a quel gesto, a quel modo, a quell’abitudine, a quei volti, a quella casa, a quel profumo, che ci riportano lì dove non serve essere fisicamente. Le intermittenze proustiane, sì, e un mondo intero di percezioni, visioni, palpitazioni e pensieri. D’altronde, non si può ritornare se mai si è andati via. Si parte forse per ritornare. Mai avrei pensato di ritornare a Modena dopo qualche decennio, dove a riportarmi è stata la lettura (di un bando) e poi la scrittura (di un racconto).

 

 

 

“Tutta mia la città. Modena che scrive” è stato premiato il 19 gennaio scorso alla Mondadori point Emily bookshop al centro della città.

 

 

 

Sono ritornata anche per questo, ma prima mi sono regalata un giro per ritrovare qualche immagine già vissuta in altre circostanze, di quelle che mi hanno ispirato il racconto. Ero l’unica non modenese e la mia voce era ed è delocalizzata, forse potrebbe sembrare pure un po’ artificiosa e invece no, se non entro i limiti di qualunque narrazione. Chi scrive non deve riprodurre verità o realtà, perché quel che si racconta ha già una sua autenticità in cerca di voce, una forza interna che va guidata di certo, ma che poi ti conduce lei. Anche se mentre scrivi non lo sai ne subisci l’anarchia. E forse questo è uno degli aspetti più coinvolgenti di scrivere, per me lo è. Trattandosi poi di un concorso dedicato a un luogo ben preciso, al quale non appartengo, se non per volontà occasionale, mi sono interrogata senza volere sul mio senso di radicamento. Sembra che tutti lo sentano questo radicamento a qualcosa o a qualcuno, specie gli scrittori, che magari scappano da casa e dalla propria città e provincia ma poi ritornano avendone ritrovato l’amore, che prima ignoravano. E continuano a farvi ritorno, con storie e racconti differenti.

NARRATORI DI STORIE

Tutti o molti si dicono narratori di storie da condividere, da portare fuori da sé, per sé e per gli altri. E io mi incanto ad ascoltarli, anche quando a incontrarli è Annalena Benini in “Romanzo Italiano” Rai3; mi incanto e un po’ mi avvilisco, dicendomi che nulla ho in comune con loro e quindi che vorrei scrivere io? Che potrei scrivere? Eppure, a modo mio lo faccio. Ma non mi sento radicata, non amo la mia città o il mio paese di provincia, se non per frammenti e angoli che sento miei. E poi non sono una narratrice di storie, mi sento di più una ‘chiuditrice’ di storie, sì sì, proprio così, si dice! Io non lo sono di oggetti, di barattoli, ma di parole e di pensieri che chiudo dentro di me. E questo è un controsenso, perché scrivere allora? Forse perché il mio luogo del cuore è quel ‘non luogo’ che si porta dentro, che ciascuno ha dentro di sé, eterno e universale, ineliminabile, e ognuno è da lì che parte ed è lì che torna, per osservare per ascoltare per capire.

STORIE MODENESI

Ed è stato interessante ritornare a Modena e scoprire questa libreria Emily bookshop, calda e familiare, come solo delle libraie appassionate e consapevoli possono renderla, e vedere chi come te ha partecipato a una stessa ‘chiamata’, raccontando sempre e comunque da punti diversi, anche se l’angolo di osservazione era più vicino e conosciuto. Io forse più straniera di altri. Vedere i loro volti, osservarli e scoprirli, ascoltarli leggere brani dei loro racconti e di quelle storie modenesi così sentite e scoprire la condivisione con gli amici e perfino con i colleghi, la ritrosia che ti porta a non esagerare nell’esporre e nell’esporti, chi più chi meno. E poi il mio uscire ‘di scena’ quasi in sordina, da sola, così come ero arrivata e in un modo che tanto mi è congeniale, come se mai volessi lasciare traccia, un’orma di me consistente o troppo visibile. Si torna via, verso l’hotel e verso il treno, per un nuovo breve viaggio che allontana da Modena città e riporta alla casa ufficiale, quella di sempre o quasi, quella dentro cui puoi ritrovarti con i tuoi luoghi preferiti, perché lì li senti meglio e li riconosci. E perché da lì puoi vedere e guardare meglio anche la Modena che hai appena rivisto.

Germana Recchia

Propongo oggi una nuova recensione, curata da Germana Recchia, di un libricino  scritto da don Luigi Merola, parroco anti camorra, vissuto sotto scorta, che ha costituito la fondazione di recupero minorile a VOCE d’è CREATURE, della quale è tuttora presidente.

Luigi Merola, Oltre ogni speranza, Guida editore, #mestierelibro

       

Oltre ogni speranza

 di Luigi Merola

  • Editore: Guida (4 gennaio 2018)
  • Collana: Lente d’ingrandimento
  • Lingua: Italiano
  •  138 pagine

 

 

Oltre ogni speranza
il cammino di Don Luigi a difesa dei più deboli e dei più giovani

La speranza si radica sempre meno in certi luoghi e in certi contesti del nostro Paese e del nostro mondo. Eppure, perderla vuol dire commettere un misfatto, contro noi stessi, in quanto uomini, e contro un mondo migliore che può rinascere e ricominciare a camminare, partendo proprio dal degrado sociale culturale ed educativo, al quale non bisogna mai arrendersi. Ed è proprio nella speranza che è riposto il futuro, la cui forza vitale è data dalle nuove generazioni, dai giovani e dai bambini. Negare la speranza vuol dire fermare la vita.
Lo sa molto bene chi, come Don Luigi Merola, questa speranza la custodisce e la semina ogni giorno nel suo cammino, che parte dai quartieri più piccoli e bisognosi di Napoli, dove è facile arrendersi o cedere alla mala vita. L’esempio e la passione convinta di Don Luigi è senz’altro sostenuta dalla fede, che però non è mai un ‘abito’ esteriore sotto il quale trincerarsi o dietro cui nascondersi, né è un confine tra un modo di essere e gli altri, ma è una preziosa risorsa, per chi sa riconoscerla e riconoscersi in essa, da condividere e da spartire con gli altri. Senza timore di niente e di nessuno, perché Don Luigi non abbassa il capo nemmeno di fronte alle minacce della criminalità organizzata, a cui sottrae bambini e giovani per offrire loro una vita diversa e migliore, un’alternativa che altrimenti non avrebbero. La fede diventa così un’esperienza ineliminabile, un esempio salvifico, che apre lo sguardo e la mente verso i propri simili e verso i loro bisogni. E non c’è abito talare che possa occultare misfatti e inadempienze, neppure se commessi all’interno della Chiesa.
Questo libro è una testimonianza forte e coraggiosa di un esempio umano prima ancora che religioso, di un uomo e di un parroco impegnato nel suo territorio e non solo, che non ha paura di esporsi e di parlare e che non abbassa il capo.
Il capo si può abbassare, con umiltà rammarico e dolore, solo per amore verso i più deboli, che siano poveri, soli, ammalati, bambini privati del sorriso, violati nella loro genuinità e spensieratezza. Da queste condizioni di dolore si trae però vigore ed energia per risollevarsi e reagire, sempre e solo con la forza sana e costruttiva dell’amore e del benessere comune. Ecco la sola e unica rivoluzione possibile: la rivoluzione dell’amore, al servizio degli altri, perché amore è servire chi ha bisogno, senza paura o ritrosia. E questa rivoluzione rifonda il mondo, perché si nutre dell’attenzione per i giovani e i bambini e dunque di un impegno educativo e pedagogico, concreto non teorico, itinerante, trasversale che mette i bambini al centro del mondo. Perché “la civiltà di un territorio – scrive Don Luigi – si misura in particolar modo dal rapporto con i suoi bambini, dall’istruzione e dalla formazione che gli offriamo” Per questo progetto non bastano le scuole, occorre una rete sociale diffusa: parrocchie, associazioni, volontariato, società civile, la nostra città in una grande comunità educante che vada oltre i limiti della scuola e degli orari scolastici, promuovendo il ruolo del territorio. Sembra un progetto utopistico e invece è da anni l’opera e la missione di Don Luigi, che se ne fa testimone nelle scuole di città diverse del nostro Paese, per nutrire e rinsaldare la speranza e se ci crede lui che ha vissuto per anni sotto scorta, dobbiamo crederci fermamente. E noi ci crediamo. Anche perché il suo sguardo e il suo operato non censurano ma condannano con coraggio, ove necessario, anche dove a sbagliare sono rappresentanti della Chiesa ‘come’ lui. Speranza, coraggio e passione, incarnati da esempi viventi come Don Luigi potranno davvero farci tornare a credere e a sperare, dando nuova luce al futuro del mondo.

Germana Recchia

È appena giunta in redazione la recensione curata da Germana Recchia
di un libro che sta facendo parlare di sé e sta scalando le classifiche.

«Sono anni che mi interrogo sul giorno dopo. Sappiamo tutti di cosa si tratta, di quel risveglio che per un istante è normale, ma subito dopo viene aggredito dal dolore.»

La mattina dopo, Mario Calabresi, Mondadori, Strade blu, Germana Recchia, mestierelibro

LA MATTINA DOPO

Mario Calabresi

Mondadori, 2019 Collana: Strade blu

In commercio dal:17 settembre 2019
Pagine: 144 p., Brossura
EAN: 9788804663195
LIBRO € 14,45  epub € 9,99

 

Il romanzo di Mario Calabresi è una storia di vita delicata e intensa, ma non è la sua storia, è la storia di ogni uomo che sappia riconoscersi. Una storia che ci riguarda tutti molto da vicino e molto in profondità. Siamo esseri umani, uomini e donne, mutevoli, fragili, non sempre per scelta consapevole. E questa ‘mattina dopo’ è come un lungo e sottile filo elettrico che ora si illumina ora si spegne, portando o togliendo luce alle nostre giornate. Consapevoli di quel che siamo e di quel che abbiamo, senza che sia dovuto o imperituro, forse potremmo vivere esistenze diverse, da persone diverse. O forse vivremmo in modo meno appassionato e meno lieve e sarebbe triste e grave. All’esperienza del ‘giorno dopo’ visitato da un cambiamento inatteso, improvviso, doloroso, perfino straziante, Mario Calabresi, che lo ha vissuto in prima persona, dedica questo libro, raccogliendo le voci e le testimonianze di altre storie e di altre vite unite dallo stesso cambiamento. Un cambiamento che mai si sarebbe scelto, mai si sarebbe voluto, ma che porta in sé – difficile crederci – i semi di un rinnovamento, di un mutamento di rotta, di destino, di una trasformazione certo dolorosa, ma che solo da quella ‘mattina dopo’ può muovere i suoi passi. Ed è così che quel lungo filo elettrico che all’improvviso si spegne, riprende ad accendersi di una luminosità delicata e sottile, dorata, più sapiente, per accompagnare un cammino che prosegue, arricchito proprio dal dolore e dallo spaesamento, nutrito da quella esperienza travolgente che è caduta sulle nostre e sulle altrui teste, così, come la notte cade sul giorno.
Non è un caso se l’esergo del Romanzo ricorda una poesia di Antonio Machado, Caminante no hay camino, che già in sé racchiude tutto il significato:

Viandante, sono le tue orme
Il cammino e nulla più;
Viandante, non esiste sentiero:
si fa la strada nell’andare.
Nell’andare si segna il sentiero
E, voltando lo sguardo indietro,
si scorge il cammino che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non esiste sentiero,
solo scie nel mare.

Leggi un estratto del libro

Perché il sapere della vita si acquisisce camminando, non a ritroso ma andando avanti e non perché ci sia una meta da raggiungere o perché sia questo l’obiettivo della partenza, dell’iniziare. Ma perché il cammino è prima di tutto una dimensione interiore, personale, unica, che non prevede conoscenze profetiche o paracadute di salvezza. Il cammino è l’esistenza stessa, esposta alle gioie e alle sofferenze quotidiane, senza le une non si spiegano le altre. Senza luce non distingueremmo il buio e viceversa. Perché indietro non si torna, da quell’esperienza dolorosa al risveglio bisognerà scostarsi, andando avanti e solo andando avanti – anche in condizioni psichiche e fisiche del tutto mutate, non peggiori, non migliori – ma diverse. Condizioni che ci porranno di fronte a un’esistenza, a un esistere, nuovo e non paragonabile.
Quel che ho trovato più delicato e umano nel racconto di Calabresi è stato il sapersi e sentirsi finalmente riconciliato o quasi con una condizione umana universale, nel bene e nel male. Fatto che costituisce sì una risorsa a cui attingere forza e ispirazione, ma anche una miniera di umiltà da condividere. Ritrovandosi e rispecchiandosi in un cammino che tanto è esperienza individuale, quanto sapere umanamente comune. E proprio così il risveglio e la caduta dell’autore incrocia altri risvegli uguali e diversi, che hanno uguale la fatica di rialzarsi e di ripartire e che lo portano poi a ripercorrere una storia familiare troppo a lungo trascurata. Una storia che mostrerà già in sé i segni dei nuovi inizi. Tanti nuovi inizi che forse un tempo erano vissuti di più come prove inevitabili, naturali, durante il cammino increspato della vita.

Germana Recchia

 

L’AUTORE

Mario Calabresi è nato a Milano nel 1970. Giornalista, è stato direttore della «Stampa» dal 2009 al 2015 per poi passare alla direzione di «Repubblica» dal gennaio 2016 fino al febbraio 2019. Da Mondadori ha pubblicato: Spingendo la notte più in là (2007), La fortuna non esiste (2009), Cosa tiene accese le stelle (2011) e Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa (2015).

 

 

L’autrice della recensione
Germana Recchia è nata a Roma dove vive e lavora. Laureata in Lettere, Storia della critica letteraria e in Filosofia, Pedagogia generale, ha studiato e pubblicato saggi su Maria Montessori e sulla diffusione del suo Metodo. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Metodologia della ricerca educativa all’Università degli Studi di Salerno e il Master in Comunicazione istituzionale, organizzazione e servizi digitali. Iscritta all’Albo dei giornalisti pubblicisti, nel tempo libero ama correre.

Accogliamo con piacere il suggerimento di lettura di oggi, inviato direttamente dall’autore, Edoardo Guerrini, che ringraziamo.

Sfogliare le prime pagine del libro è un invito a proseguire nella lettura per scoprire cosa accadrà al protagonista appena atterrato all’aeroporto di Marrakech.

L’universo si muove, si espande, e noi siamo trascinati, siamo un granello di sabbia nel deserto, e quello che ci salva, che ci tiene in accordo, non è altro che amore.

Il quaderno del fato, Edoardo Guerrini, Il seme bianco

 

AUTORE: Edoardo Guerrini
TITOLO: Il Quaderno del Fato
© 2019 – Il Seme Bianco
ISBN 9788833611693
COLLANA: Magnolia, Narrativa
PAGINE: 144
PREZZO: 13,90 euro

 

 

SINOSSI
Le vicende si svolgono tra Torino, Marrakech e Samarcanda attraverso la traduzione di un codice dell’XI secolo in persiano antico, delle Quartine di Omar Khayyâm, famoso poeta e scienziato. A Samarcanda, nella Tomba del Re Vivente, c’è il secondo volume. I terroristi islamici lo vogliono, pensando che contenga le chiavi per violare la segretezza di ogni computer.

Io ho amici cinesi, romeni, arabi, italiani! In classe abbiamo sette, otto nazionalità e religioni diverse, e ci vogliamo bene e lavoriamo assieme per diventare cittadini del mondo. Quella gente invece vuole dividerci, vuole rendere ognuno diffidente e nemico dell’altro. È giusto combatterla, non ho nessun dubbio.

Edoardo Guerrini
IL QUADERNO DEL FATO

A Isa, Bruno e Mic
Se la mia mano giungesse fino al Quaderno del Fato,
Tutto lo riscriverei secondo il mio desiderio;
E toglierei dal mondo d’un subito tutto il Dolore,
E lieto il capo ergerei fino a vette di cielo.
OMAR KHAYYÂM, Quartine (Robâ’iyyât),
trad. Alessandro Bausani

Uno

«Signore e signori, siamo appena atterrati all’aeroporto di Marrakech Menara. Il cielo è sereno e la temperatura è di 24 gradi. Vi preghiamo di rimanere seduti e mantenere allacciate le cinture di sicurezza fino a che l’aereo non avrà raggiunto la piazzola di sosta e non si accenderanno gli appositi segnali. Vi ringraziamo per aver volato con Royal Air Maroc e vi attendiamo sul vostro prossimo volo».
Mentre la voce ripeteva l’annuncio anche in francese e in arabo, molti, ignorandola del tutto, cominciarono a slacciare le cinture. Tra questi, i più impazienti erano soprattutto gli uomini, con lo sguardo puntato verso l’alto, pronti a scattare, con il rullaggio ancora in corso, per recuperare i propri bagagli a mano stipati nelle cappelliere.
Laura e io invece, ce ne stavamo quieti nei sedili più che spaziosi di una compagnia che ancora faceva viaggiare i suoi clienti in modo civile. La musica rilassante che giungeva dagli altoparlanti non durò a lungo: in poco l’apparecchio aveva raggiunto la sua piazzola e spento i motori.
L’uomo a fianco a me sembrava un ingegnere, o così mi era parso sbirciando i suoi appunti di lavoro; sbarbato e leggermente brizzolato, in giacca e cravatta e occhiali cerchiati d’argento, era stato un vicino di poltrona ideale, mai invadente; entrambi eravamo abbastanza magri da spartirci il bracciolo in comune senza urtarci. Anche se a un certo punto, voltandomi dalla sua parte, l’avevo sorpreso intento a guardare Laura di sottecchi e avevo pensato con soddisfazione che la
mia signora sapeva ancora far colpo.
Il mio vicino si alzò con calma quando la fila di passeggeri in piedi nel corridoio centrale aveva iniziato a scorrere più velocemente con l’apertura dello sportello di uscita, prese il suo trolley e si avviò nel flusso. Io feci lo stesso, dopo aver fatto passare un paio di signore, prendendo il mio zainetto e quello di Laura, che mi venne dietro.
L’aria del Marocco era teneramente tiepida. Il crepuscolo imbruniva piano: un chiarore dorato con lievi sfumature di rosa sfiorava le lontane alture dell’Atlante sull’orizzonte sopra la distesa di asfalto polveroso. Ci infilammo nell’aerostazione e ci avviammo a recuperare i bagagli.
«Allora stasera andiamo dai genitori di Adil?».
«Non credo. Lui è ancora fuori per commissioni e torna domani sera. In casa c’è solo Ayisha con i bambini. E poi siamo anche stanchi, no? Io ho voglia di sistemarci in riad e andare a dormire».
Il carosello prese a girare. Mi assale sempre una tensione tremenda nel vedere scorrere le valigie e gli zaini degli altri tranne il mio. Fortunatamente, quella volta, i nostri bagagli arrivarono tra i primi. Il controllo passaporti era rigido. Due militi baffuti ci fecero una foto e ci presero l’impronta dell’indice; dopo averci squadrato per bene ed essere sembrati loro innocui, ci lasciarono andare.
Uscimmo dalla facciata principale dell’aerostazione: un gioiello di architettura appena costruito, un misto tra moderno e antico, tutto decorato di bianco. Torme di tassisti abusivi ci chiesero in quale hotel dovessimo andare, ma noi li ignorammo filando dritti al parcheggio dei taxi ufficiali.
L’autista che ci caricò non sapeva con certezza dove fosse il nostro riad, così dopo esserci addentrati nelle viuzze, chiese informazioni a qualche passante per strada. Ci indicò poi, in cattivo francese, di raggiungere a piedi un vicolo non percorribile in auto.
La luce era già calata quando, zaini in spalla, raggiungemmo il palazzo-albergo. Qui ci accolse una signora rotondetta, gentilissima e sempre sorridente, che ci chiese prima i passaporti per registrarli, poi ci lasciò a sua figlia, una ragazza giovane e bellissima che, a occhi bassi, ci accompagnò in camera. Attraversammo un cortile interno, che aveva al centro una vasca circolare e intorno alte piante verdi, che contrastavano il colore bianco delle pareti, istoriate di motivi
geometrici. La nostra camera era al secondo piano, e come le altre dava sul cortile, risultando piuttosto buia ma fresca. Era piena di luci soffuse, con le pareti rivestite in cotto e ceramiche.
Laura si stese immediatamente sull’alto letto a baldacchino.
«Sei stanca?» le chiesi.
«Un po’, mi sa che non abbiamo più l’età per viaggiare senza stancarci».
«Ma va’! Tu non hai l’età? Vedremo se dirai lo stesso domani quando andremo al suq. Non male la camera, vero?».
Stesi sul letto, contemplavamo le pareti e il soffitto pieni di maioliche colorate e decorazioni in stucco, con motivi geometrici alternati a simboli calligrafici. Allungai la mano verso di lei e le sfiorai i capelli. Laura si girò scostandosi.
«Non farti venire strane idee, Franco, ho sonno…».
Deluso, andai in bagno a lavarmi i denti. La giornata era stata lunga: per risparmiare avevamo preso un low cost per Fiumicino alle 6.30, e lì nel pomeriggio quello per il Marocco. Mentre strofinavo i denti ammirai le decorazioni del bagno: il lavabo era di ottone, coi rubinetti in stile decorati con vetri colorati; le maioliche avevano toni blu, gialli e verdi. Quel posto sembrava una piccola reggia. Pensai che non era stata male l’idea di approfittare del viaggio di Adil per decidere di visitare il Marocco. Lì per lì quando glielo avevo proposto, Adil aveva fatto una faccia perplessa. Allora gli avevo detto: «Tranquillo amico mio, non vogliamo approfittare dell’ospitalità dei tuoi, andremmo a stare in albergo per conto nostro. Solo mi pare un’ottima occasione per conoscere meglio il tuo paese, ci fareste un po’ da guida».
Lui aveva sorriso e accettato volentieri. Laura dormiva già della grossa. E anche stasera niente.
Che novità! Mi misi a letto con il mio ultimo Camilleri. Sapevo però che avrei avuto difficoltà a prendere sonno: dormire nello stesso letto con Laura era diventato inusuale per me. Da tempo ormai dormivo da solo nella nostra camera, mentre lei in quella “degli ospiti”, che di solito non avevamo mai. Dopo aver letto qualche pagina, spensi la luce e mi girai dall’altra parte per non svegliarla.
All’alba ero semisveglio…quando sentii il lamento del muezzin con la sua preghiera sparata ad alto volume da un altoparlante. Restai nel mio torpore e scivolai nuovamente nel sonno, con la percezione del corpo di Laura accanto a me. E fu così che la sognai, nel suo bikini leopardato, il corpo magro e flessuoso schiacciato contro il mio. E io che le sussurravo qualcosa del tipo “Ti amo, ti amo tantissimo. Non posso pensare di vivere nemmeno una frazione della mia vita senza di te. Vieni, stai con me, perdonami…».
Mi stava baciando quando mi svegliai di nuovo, questa volta del tutto, con un’erezione che dal sogno si era trasferita nella realtà. Allora sgusciai fuori dal letto piano e andai a farmi una doccia fresca.
I tavolini per la colazione erano stati predisposti intorno alla vasca – con l’acqua che mormorava rinfrescando l’ambiente – del cortile centrale, il tipico patio che gli arabi avevano lasciato in regalo agli spagnoli, specialmente in Andalusia. Mi piaceva tutto di quel posto, e soprattutto mi piacque la colazione, quasi continentale, ma con del pane arabo appena fatto, tè alla menta e marmellate varie. Laura aveva l’aria serena e impaziente di quando stava per iniziare una mattinata di shopping. Indossava una camicia di cotone bianco, ampia e coprente, una gonna-pantalone di seta arancione e dorata; non fosse stata a capo scoperto avrebbero potuto scambiarla per una del posto.
«Allora? Adil arriva oggi pomeriggio?».
«Sì, mi ha scritto stamattina. Chiede se vogliamo passare a prenderlo al bus che arriva alle tre da Ouarzazate».
«Ma non era in Mali?».
«Sì, ma suppongo che la linea dei bus non sia diretta e faccia tappa lì. Del resto, una pausa sirende necessaria, il tragitto nel deserto è davvero troppo lungo».
Mentre sbocconcellavo il mio pane e marmellata e sorseggiavo il tè, ripensai ad Adil e alla sua famiglia. Erano nostri vicini di pianerottolo e amici di lunga data. Lui e Ayisha, sua moglie, erano un po’ più giovani di noi, sulla quarantina. Vivevano a Torino da più di vent’anni – lui era un ingegnere della Fiat – e si erano trasferiti nell’appartamento di fronte al nostro quando era nata Jamila, la loro seconda figlia, per avere così un po’ più di spazio e per stare più vicini ai genitori di Ayisha che abitavano nel palazzo dall’altro lato della strada. Per combinazione, io conoscevo già la madre di lei, Basma, una donna dal sorriso dolcissimo che faceva l’infermiera alle Molinette, fungendo tra l’altro anche da segretaria al primario di cardiologia chirurgica che io periodicamente visitavo per proporgli apparecchiature mediche di cui avevo la rappresentanza.
L’avevo incontrata mentre aiutava sua figlia nel trasloco, e così con Adil e Ayisha eravamo subito diventati amici.
In quel periodo Ahmed, il loro primogenito, aveva cinque anni. Rivedevo ancora la scena: il camion dei traslochi con la scala appoggiata al nostro piano, il trambusto per le scale, Adil che si dava da fare su e giù a portare pacchi insieme a sua moglie; ad un tratto avevo visto quel bambino così piccolo – in disparte in un angolo del pianerottolo –, tutto serio, teneva in braccio la sorella con l’aria di essere lui il padre. Inteneriti da quella scena, chiedemmo ai loro genitori se potevamo farli entrare da noi; così li facemmo sedere sul divano e gli offrimmo un bicchiere di succo. Lui accettò senza mai lasciare la sorellina che dormiva tranquillamente tra le sue braccia, avvolta in una copertina rosa.
Da quel giorno Laura si affezionò ad Ahmed come se fosse suo figlio. Avevamo perso la nostra quindici anni prima e da allora non avevamo potuto più averne. Che fosse questo il motivo principale della sua totale incapacità di lasciarsi andare nei rapporti con me? Erano anni che me lo chiedevo, e lo chiedevo anche a lei, ma lei non sapeva darmi risposta.
Come se avesse letto i miei pensieri, Laura chiese: «Ti ricordi quel giorno quando si trasferirono da noi? Com’erano piccoli Ahmed e Jamila! Pazzesco come passa il tempo».
«Già. Ricordo com’ero contento che se ne fosse andata quella stronza della Ferrero. Non sopportavo proprio quella vecchia, lei e quel suo stupido cane che mi abbaiava sempre contro quando ci incrociavamo per le scale. Che ogni volta che uscivo sul balcone della cucina, me la ritrovavo sul balcone di fronte come se fosse sempre appostata per spiarci. Meno male che ha deciso di ritirarsi in campagna, e ha venduto la casa ad Adil e Ayisha».
Ero indeciso se prendere un altro dolcetto al cocco. «Bah! Fanculo il peso» pensai. E poi mi aspettava una giornata stressante, come tutte quelle di shopping con Laura: camminare piano, fermarsi in continuazione, e quando lei avrebbe puntato qualcosa, una trattativa interminabile. Ci alzammo e ci avviammo: la ragazza della sera prima ci fece un sorriso dolce, sempre avvolta nel suo abito lungo e con l’hijab in tinta chiara.
«Dicevi che Ayisha mette anche lei il velo quando è qua?».
«Sì, me lo ha detto qualche giorno prima della partenza mentre stavamo chiacchierando in negozio. Dice che preferisce così, per non dare nell’occhio e anche per non dispiacere ai suoceri.
Vivendo qui, la loro mentalità è rimasta un po’ indietro rispetto a quella del figlio. Ali e Nura, in fondo, sono due bravissime persone; Aysha dice che lei è una donna che ispira tranquillità. Non sono certo integralisti, però si preoccupano molto di quello che possono dire i vicini».
«E Adil lo sopporta questo modo di essere dei suoi?».
«Non tanto. A volte ci litiga, anche se si contiene: gli scoccia innervosirsi quelle poche volte che li va a trovare».
«Vedremo anche Ayisha oggi?».
«Sì, mi ha inviato un messaggio stamattina: ci troviamo tutti alla stazione dei bus verso le tre».
L’aria era ancora fresca, il cielo limpidissimo. Nelle vie strette della medina i muri di mattoni rossicci fornivano una lieve penombra, nel cielo spuntavano minareti già illuminati da un sole che presto avrebbe scaldato. Seguendo il corso delle vie e le mappe sul cellulare, sbucammo sul viale che portava alla piazza. La mole della Koutoubia si stagliò davanti a noi: era grossa, quadrata, severa nella sua semplice linea dritta con poche modanature di mattoni; in cima, due cornici di
maioliche bianche e verdi e un piccolo pinnacolo dorato. Scattai foto da ogni angolazione possibile. Lo spazio antistante, pianeggiante, verde, ordinato, mi ricordava il campo dei Miracoli: una superficie lasciata vuota da architetti sapienti, per dare respiro al monumento e per far sentire meglio la presenza di Dio.
Una volta entrati, ci lasciammo avvolgere dall’atmosfera di quiete che vi regnava. Nelle moschee in genere non c’è molto da vedere, solo colonnati e modanature prive di qualsiasi tipo di raffigurazione. Eppure, in quei percorsi iterati, come in un quadro di Escher, la mente si perde a pensare alla potenza di pensiero che li ha ispirati, all’acutezza dei calcoli, all’assenza di casualità.
Per fortuna mio padre non era con noi: avrebbe iniziato a interrogarmi sulle formule di calcolo delle volte o sulla numerologia che sottendeva l’architettura. Sapeva essere pesante, quell’uomo, a volte.
Dopo la Koutoubia, avevamo bisogno di un po’ di contrasto: fu bello immergersi nelle botteghe del suq, sentire la pressione della folla, gli odori, i rumori, ammirare i mille colori delle pelli, delle spezie, dei tessuti, dei gioielli. Giravamo senza una meta e senza troppo timore di smarrire la strada, rifiutando gentilmente le numerose guide che si proponevano di accompagnarci in quelle che, secondo loro, erano le migliori botteghe. Io fotografavo ogni bottega possibile, catturando colori, contrasti, e senza farmi troppo notare, anche volti di uomini e donne, o i loro profili in controluce.
Laura dal canto suo, dopo un’estenuante trattativa, nella quale ebbe modo di mettere alla prova la sua arte nel mercanteggiare – immancabile nella cultura del luogo – acquistò un bel tappeto colorato. Erano contenti entrambi, venditore e acquirente, di quella contentezza che senti quando compri un bell’oggetto a un prezzo sì conveniente, ma che per chi vende dà il giusto valore al grande lavoro che qualche ignota ragazza di una lontana tribù ha creato per farsi il corredo.
Iniziavo davvero ad avere fame. Perfino Laura, soddisfatta come una gatta che ha preso il suo topolino, era contenta di andare a cercare cibo.

[…]

L’AUTORE

Edoardo Guerrini

Edoardo Guerrini è nato a Torino nel 1965, ma è molto legato a Napoli, città dei suoi genitori. Biologo, ha due figli, lavora come dirigente presso la Regione Piemonte, dedicandosi alla tutela dell’ambiente da venticinque anni. Lettore accanito, ama i classici, a cominciare da Cervantes e Shakespeare, e le detective stories. Il suo esordio letterario, Senza fili, è del 2017.

Sempre puntuale Maria Civita d’Auria ci propone i suoi consigli di lettura.

L’imperdibile suggerimento di oggi riguarda il romanzo Vicolo dell’Immaginario di Simona Baldelli, autrice che abbiamo già ospitato in questo spazio in occasione di tre sue precedenti pubblicazioni Evelina e le fate, Il tempo bambino, La vita a rovescio.

Vicolo dell’Immaginario, un romanzo commovente che reinventa, con una scrittura formidabile, le atmosfere del realismo magico e degli anni Settanta: gli anni in cui sembrava che tutto stesse per cambiare per sempre.

Vicolo dell'immaginario, Simona Baldelli, Sellerio Editore, #mestierelibro e

Simona Baldelli

Vicolo dell’Immaginario

2019

Il contesto n. 94

248 pagine

EAN 9788838938900

Libro 16,00 euro
E-book 9,99 euro

CLELIA E AMALIA

Le protagoniste di questo romanzo, Clelia e Amalia, non sono altro che la stessa persona, perché a un certo punto della storia, per varie vicissitudini, Clelia diventerà Amalia. Così il lettore si trova di fronte un doppio romanzo dove, a capitoli alterni, si narra la vita di questa donna.

Clelia è una ragazza di poco più di vent’anni che vive nella provincia emiliana e lavora in una fabbrica di giostre. Questo lavoro le permette di sostenere la famiglia: una madre vedova, triste, inasprita, che non perde occasione per rimproverarla, e la sorella Marisa affetta da poliomelite.

IN FABBRICA

In fabbrica nasce una simpatia con Dario, il caporeparto di Clelia, che la porta a ballare ogni sabato sera. Dopo qualche tempo, in una sera di quelle, Dario la chiede in moglie. Clelia accetta e lo invita a frequentare la sua casa. Una volta diventato l’ospite abituale accade un fatto sorprendente perché Marisa si innamora di Dario e Clelia anche se lo ama gli chiede di scegliere Marisa come fidanzata.

I SENSI DI COLPA

Questa decisione è dettata da un profondo senso di colpa che Clelia sente nei confronti della sorella perché quando Marisa era una bambina, per un suo capriccio, come quello di comprarsi un abito vezzoso per la cresima, lei e la madre sottovalutarono la febbre di Marisa e il dottore arrivò tardi per diagnosticare la poliomelite che l’avrebbe resa invalida per tutta la vita. Adesso, quindi, è arrivato per Clelia il momento di riscattarsi e rendere felice la sorella. Dario accetta la proposta di Clelia, ma a una condizione. Loro due devono restare amanti perché lui non prova nessuna attrazione fisica per Marisa, ma nonostante tutto accetta la volontà di Clelia e sposa Marisa.

PIAZZA FONTANA

Clelia e Dario, però, riescono a ritagliarsi degli spazi propri e insieme organizzano anche un viaggio a Milano dove vanno in albergo per fare l’amore. Sulla via del ritorno si trovano a vivere il dramma della strage di Piazza Fontana. La storia, difatti, si svolge tra gli anni sessanta e settanta, sono gli anni di piombo e l’eco degli scioperi arriva anche nella fabbrica dove lavora Clelia. Quando i due amanti tornano, difatti, non si parla d’altro e anche a casa non fanno caso alla loro fuga d’amore perché la madre è sconvolta per via dell’attentato alla banca di Piazza Fontana.

Dopo qualche tempo viene approvata la legge sul divorzio e Clelia ne approfitta e chiede a Dario di divorziare. Lui non fa altro che rimandare, ora con una scusa, ora con un’altra, perché l’ostacolo maggiore è Marisa. Dario diventa matto all’idea di darle un dispiacere così grande. Quando finalmente si decide a chiedere il divorzio, per alcuni eventi Clelia perde il suo amore.

A LISBONA

Per superare la sofferenza e cambiare vita Clelia decide di andare in Portogallo. I sentimenti da cui è invasa, come la rabbia, il disprezzo e il dolore prendono la forma di una piccola ombra che la segue ovunque e la sostiene e la sorregge, avendo una volontà propria, indipendente da Clelia.

A Lisbona, all’inizio degli anni ’70 Clelia diventa Amalia e trova lavoro presso un’anziana e ricca signora di nome Francisca Josefa che attende ancora il ritorno di Sebastiano I, il re condottiero scomparso alla fine del XVI secolo. Ma a Lisbona Amalia lavora anche come sarta e proprio una cliente le trova un’altra occupazione presso una trattoria nel vicolo dell’immaginario, una strada piccola e stretta in cui i mondi tendono a mischiarsi, persino quello dei vivi e quello dei morti. Lì Amalia incontra Antonio, un ragazzo sui vent’anni che porta sempre un garofano all’occhiello e che fornisce di pesce il ristorante. Antonio però insieme ai suoi amici è anche un appassionato di letteratura e politica. I due si amano e Amalia dopo aver fatto i conti con il proprio passato, piano piano ritrova se stessa.

Simona Baldelli, Vicolo dell'immaginario, Sellerio Editore, #mestierelibro

Simona Baldelli legge alcuni brani di Vicolo dell’immaginario per la chiusura della IV edizione #librinfestival

Consiglio di leggere questo libro perché la trama – come in tutte le opere di Simona Baldelli, da Evelina e le Fate a La Vita a rovescio – è originale e appassionante e la scrittura è eccellente. Bellissimo anche il contrasto tra il realismo di Clelia e l’aura magica da cui è circondata Amalia. Nei capitoli dedicati a questo personaggio, difatti, sono bellissime anche le descrizioni minuziose dei paesaggi avvolti dalla nebbia che fanno sognare il lettore pur essendo un libro di formazione che avvia con i fatti che vi si raccontano al superamento del dolore e del senso di colpa. Per arrivare ad accettare, finalmente, la propria identità.

L’autrice

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate, pubblicato nel 2013 per Giunti Editore, è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. Il tempo bambino del 2014 è stato finalista al Premio Letterario Città di Gubbio. Nel 2016 ha pubblicato La vita a rovescio, Premio Caffè Corretto- Città di Cave 2017, ispirato alla storia vera di Caterina Vizzani (1735) – una donna che per otto anni vestì abiti da uomo – e nel 2018, per Piemme, L’ultimo spartito di Rossini.

Recensione di Maria Civita D’Auria

Foto mestierelibro

Viva la vida!

Pubblicato: 22 luglio 2019 in News

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Mi piace definirmi una lettrice seriale: una volta che scopro un autore non lo mollo più e soprattutto inizio a leggere i suoi libri uno dietro l’altro, ripartendo dal più vecchio, cronologicamente parlando. Mi è accaduto con Oriana Fallaci, con Massimo Recalcati, con James Baldwin, per citare i più recenti.

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Questa è la volta di Pino Cacucci, l’autore di Viva la vida, diario romanzato di Frida Khalo. A dirla tutta, ai tempi di quel libro ero rimasta talmente colpita dalla sensibilità della voce narrante che mi ero chiesta come fosse riuscito lo scrittore a “sentire” i sentimenti di una donna innamorata, di una donna ferita e tradita, e di una madre mancata. Mi aveva colpito ma stranamente allora accantonai il signor Cacucci.

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A farci “rincontrare” è stato Ribelli, un’antologia di brevi biografie di personaggi diversi per provenienza ed epoche, ma accomunate dalla voglia di spezzare le catene degli…

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